giovedì, Luglio 18

Le Grandi ‘Manovre’ d’Egitto

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Nell’ultima settimana, l’Egitto sembra tornare al centro della politica dell’area mediorientale con un peso che sembrava non avere più da tempo. Nell’arco di pochi giorni, si è assistito alla riapertura di due sedi diplomatiche a Il Cairo e alla ripresa dell’importante collaborazione militare con gli Stati Uniti: la ragione di questi risultati ottenuti dal Governo egiziano sono da ricercarsi nel ruolo che Il Cairo ha saputo ritagliarsi in Libia e non solo.

Lo scorso 14 agosto, il Ministero degli Esteri italiano ha reso noto che l’Ambasciatore ritornerà in Egitto: era dall’8 aprile 2016 che Roma non aveva più un Ambasciatore in sede, da quando, cioè, il Governo aveva fatto rientrare l’allora Capo Missione come forma di protesta per la scarsa collaborazione fornita dalle autorità egiziane nel corso delle indagini sull’uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni.
È passato poco più di un anno da allora e il Ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, ha reso nota la decisione di riaprire ufficialmente il canale diplomatico con la Repubblica Araba d’Egitto inviando a Il Cairo l’Ambasciatore Giampaolo Cantini. La decisione ha sollevato notevoli polemiche. I primi a farsi sentire sono stati i genitori di Regeni che si sono detti indignati dalla decisione di procedere proprio nei pigri giorni attorno al Ferragosto, quasi si volesse far passare la notizia in sordina, senza darle i giusto rilievo: la scelta del Governo, per la famiglia Regeni, ha il sapore della resa incondizionata alle reticenze egiziane. Da subito, infatti, le indagini sulla morte del ricercatore italiano hanno evidenziato un ruolo piuttosto ambiguo della Polizia egiziana.
La polemica, che si è immediatamente allargata alle forze politiche, riguarda gli interessi italiani in Egitto: per i detrattori della scelta del Governo, infatti, la ragione della decisione di riaprire il canale diplomatico con Il Cairo dipenderebbe dai forti interessi politici ed economici che l’Italia avrebbe nei confronti del regime del Generale ‘Abd al-Fattāh al-Sīsī; si tratterebbe, insomma, di un tentativo di far passare nel dimenticatoio la vicenda del giovane italiano assassinato a causa delle sue scomode ricerche.
A poco sono servite le rassicurazioni del Ministro Alfano: il rappresentante della politica estera italiana ha parlato di una scelta presa dopo che, dalla Procura Generale di Roma, era arrivata notizia di significativi passi avanti nella collaborazione tra le autorità giudiziarie italiane ed egiziane. Tali passi avanti avrebbero indotto il Governo a riaprire il canale diplomatico in segno di buona volontà: non si tratterebbe, in ogni caso, dell’intenzione di dimenticare il Caso Regeni: l’Ambasciatore Cantini, infatti, avrebbe ricevuto esplicite istruzioni che gli affiderebbero il compito di seguire da vicino l’evoluzione dell’inchiesta. Il Governo italiano, insomma, non avrebbe alcuna intenzione di rinunciare alla verità sull’omicidio del giovane ricercatore friulano.
Sembra comunque indubbio che le motivazioni che hanno spinto Roma a riaprire il canale diplomatico con Il Cario non riguardino solo la nuova parziale propensione alla collaborazione dimostrata dalle autorità giudiziarie egiziane, ma anche l’importanza strategica e politica dell’Egitto nell’ambito della gestione della crisi dei migranti e del difficile equilibrio della Libia.
Nell’ambito del conflitto che spacca la Libia, infatti, l’Egitto è fortemente schierato in favore del Generale Khalīfa Haftar che governa la Cirenaica in contrasto con il Governo ufficiale di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite. Mentre la maggior parte della comunità internazionale sostiene il Presidente Fāyez al-Serrāj, il Generale Haftar ricerca una legittimazione internazionale che, per ora, ha ottenuto solo da parte di Russia, Francia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e, appunto, Egitto. Se, però, sia la Russia che la Francia, ufficialmente non parteggiano per alcuna parte in campo ed auspicano una soluzione pacifica della crisi, Egitto, Arabia Saudita ed EAU sono più apertamente schierati in favore di Haftar.
L’influenza del Governo di al-Sīsī su Haftar, e quindi sulla Cirenaica, rende l’Egitto un attore di grande importanza nell’area: non sorprende, dunque, che l’Italia, nonostante sostenga apertamente il Governo di al-Serrāj e non possa rinunciare ufficialmente alla verità sul Caso Regeni, abbia deciso di riaprire la propria Ambasciata a Il Cairo.

D’altronde, l’Italia non è l’unico Paese a aver preso una decisione simile negli ultimi giorni.
Il 15 agosto, è arrivata la notizia della decisione da parte del Governo di Israele, di inviare a Il Cairo l’Ambasciatore David Govrin. La riapertura dell’Ambasciata israeliana in Egitto dopo nove mesi di chiusura per ragioni di sicurezza, mette in evidenza come il ruolo del Paese, nonostante le difficoltà, resti fondamentale in tutta l’area.
Per Israele, soprattutto, è importante che il Governo di al-Sīsī, da un lato mantenga l’Egitto fermo sulla linea del contrasto a gruppi come i Fratelli Musulmani (vicini al gruppo Hamas che controlla la Striscia di Gaza), dall’altro superi le difficoltà che sta attraversando nel controllo del territorio del Sinai, dove gruppi terroristici riescono troppo spesso a portare a termine le loro azioni.

La situazione instabile nel Sinai e la crisi libica sono anche alla base della decisione statunitense di riprendere le esercitazioni militari congiunte con l’esercito egiziano.
Le esercitazioni erano state sospese dal Presidente Barak Obama nel 2013, come risposta all’uccisione di molti manifestanti da parte delle truppe di al-Sīsī. In realtà, già prima dell’elezione del nuovo Presidente, Donald Trump, il Governo degli Stati Uniti aveva cominciato a ritirare gradualmente le sanzioni imposte all’Egitto. Con la nuova Amministrazione, i contatti tra i due Paesi sono ripresi più forti e, dopo il recente viaggio del Generale Haftar in Egitto, l’Ambasciatore USA in Libia, Peter Bodde, ha lodato l’impegno della Repubblica Araba nella ricerca di una pace che tenga conto di tutte le parti in causa: questa considerazione, fatta dal rappresentante di un Governo che sostiene al-Serrāj a quello di un Governo che sostiene Haftar, è sintomatica dell’interesse statunitense per un maggiore coinvolgimento dell’Egitto nella politica dell’area.
Per Il Cairo passa anche il tentativo statunitense di normalizzare i rapporti con il Sudan.
Dopo le tensioni degli ultimi mesi tra i Governi di Khartoum e Washington, l’amministrazione Trump ha dichiarato di voler prendersi alcuni mesi per portare avanti una riflessione sulle sanzioni economiche che da circa vent’anni gravano sul Paese africano e, eventualmente, porre fine all’embargo. La decisione è stata presa in virtù del sostegno sudanese alla lotta contro lo stato islamico ed il terrorismo.
Oltre a questa decisione, che però non riguarda le sanzioni che l’ONU ha imposto a Khartoum a causa del conflitto nel Darfur, da parte di Egitto e USA è arrivato l’invito rivolto alle Forze Armate sudanesi a partecipare alle prossime esercitazioni congiunte che Washington e Il Cairo terranno a breve in territorio egiziano: un ulteriore prova del fatto che le manovre dell’Egitto, volte a tornare un attore di primo piano nell’area, cominciano a dare i loro frutti.

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