lunedì, Dicembre 16

Le grandi banche Usa superano i primi stress-test La Fed ritiene che gli istituti esaminati dispongano di buoni requisiti di capitale

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Gli stress-test condotti dalla Federal Reserve nei confronti delle 35 maggiori holding finanziarie statunitensi – che assommano circa l’80% degli asset totali del settore all’interno dei confini nazionali – hanno dato un esito complessivamente positivo. Tutti gli istituti sottoposti a questa specie di ‘prova sotto sforzo’ si sarebbero rivelati in grado di resistere anche ai più catastrofici cataclismi economici grazie a buoni requisiti di capitalizzazione.

Le uniche banche ad aver superato la prova con qualche difficoltà sono state Morgan Stanley e Goldman Sachs, mentre i gruppi stranieri fortemente attivi negli Usa posti sotto osservazione dalla Fed hanno superato anch’essi l’esame. Credit Suisse ha mostrato le migliori credenziali, seguita da Ubs, Royal Bank of Canada, Bnp Paribas, Barclays e Deutsche Bank. Stupisce la buona prestazione offerta da quest’ultima, che solo poche settimane addietro era stata additata dalla Federal Reserve come istituto fortemente problematico.

Gli stress-test sono contemplati dal Dodd-Frank Act, la legge introdotta nel 2010 per riportare un minimo di regolamentazione nel mondo bancario, e rappresentano uno strumento attraverso il quale la Federal Reserve appura se gli istituti di credito dispongono o meno dei capitali necessari a continuare ad operare normalmente in presenza di condizioni economiche e finanziarie particolarmente avverse. Fino a pochi mesi fa, la legge imponeva alla Fed di sottoporre ai test qualsiasi istituto bancario dotato di almeno cinquanta miliardi di dollari di asset, ma l’ammorbidimento del Dodd-Frank Act varato dall’amministrazione Trump in accordo con il Congresso ha elevato la soglia a 100 miliardi di dollari.

Nello specifico, la Fed ha verificato l’operato delle banche sotto esame in uno scenario simulato caratterizzato da una disoccupazione al 10%, di un Pil in contrazione del 7,5% e di un crollo dei listini azionari pari al 65%. Le perdite che le banche monitorate subirebbero nell’arco di nove trimestri in un contesto simile ammonterebbero a 578 miliardi. Ripercussioni pesantissime quindi, ma tutto sommato sostenibili in forza della forte capitalizzazione delle grandi banche Usa. Il settore del credito Usa non avrebbe pertanto necessità di ricorrere al denaro dei contribuenti per rimanere a galla, come accadde invece sull’onda della crisi scoppiata nel 2008 con il crack di Lehman Brothers. Randal Quarles, vicepresidente della Fed incaricato di tenere sotto stretta osservazione il settore bancario Usa, ha dichiarato in proposito che «nonostante uno scenario difficile associato ad altri fattori critici che hanno caratterizzato i test di quest’anno, i requisiti di capitale delle banche a fronte di un’eventuale recessione globale di ampia portata rimarrebbero comunque più elevati rispetto a quelli esibiti dalle grandi banche negli anni precedenti alla crisi del 2008».

Informazioni più circostanziate circa la solidità del comparto bancario statunitense si otterranno comunque al termine della prossima settimana, quando la Fed sottoporrà i medesimi istituti a una seconda tornata di stress-test, di gran lunga più impegnativa rispetto alla prima. Solo in caso di buon esito delle prove condotte nell’ambito del Comprehensive Capital Analysis and Review (Ccar) le banche in questione otterranno il nulla osta per distribuire dividendi agli investitori e mettere in atto il resto delle operazioni previste dai loro piani di capitale. Lo scorso anno, le banche esaminate riuscirono a passare i test e buona parte degli analisti pronostica che quest’anno conseguiranno il medesimo risultato.

Nel corso degli ultimi tempi, Wall Street ha infatti macinato utili record, grazie alla radicale riforma fiscale e all’allentamento dei vincoli legislativi varati dall’amministrazione Trump con in consenso del Congresso.

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