mercoledì, Agosto 21

Le grandi aziende Usa verso una drastica cura dimagrante? Un numero crescente di imprese sta cominciando a ridurre l'indebitamento

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La grande imprenditoria statunitense sta cominciando a prendere atto della necessità di provvedere alla risistemazione dei conti aziendali. È quanto emerge dalle linee programmatiche adottate da tre aziende di primissimo piano, tutte in procinto di implementare vaste operazioni di risanamento delle proprie finanze. Il più rilevante di esse è indubbiamente At&T, il cui consiglio di amministrazione ha annunciato che il 2019 sarà interamente dedicato alla riduzione del gigantesco onere debitorio da oltre 170 miliardi di dollari che grava sulla società. A detta dei vertici dell’azienda, si tratta di un obiettivo cruciale e non procrastinabile, perché l’ammontare delle passività è rischia seriamente di compromettere la competitività della compagnia nonostante l’ingresso di At&T nel promettentissimo settore dei media grazie al nulla osta che la United States Court of Appeals del District of Columbia ha concesso, nonostante le forti obiezioni sollevate dal ramo antitrust del Dipartimento del Tesoro, al processo di acquisizione di Time Warner. Ultimato il ‘matrimonio’, che garantisce la possibilità di tagliare i costi attraverso l’integrazione tra piattaforme di distribuzione e produzione dei contenuti, l’apparato dirigenziale del nuovo super-colosso  ha lanciato un vasto piano di riorganizzazione che prevede l’unione delle reti e delle attività di intrattenimento facenti capo a Warner Media, una riduzione dei dipendenti e l’inserimento nell’organigramma della società di Robert Greenblatt e Jeff Zucker, ex dirigenti d’alto rango della ‘Nbc’. Il tutto con l’obiettivo di permettere alla società di adottare un «approccio più coordinato» e porla così nelle condizioni idonee per rivaleggiare efficacemente con Netflix.

Kraft-Heinz, dal canto suo, ha invece deciso di tagliare i dividendi di qualcosa come il 36% e avviare una campagna di cessioni di alcune sue controllate allo scopo di attivare un flusso di cassa da oltre un miliardo di dollari all’anno. Liquidità che verrebbe impiegata per ridimensionare il debito da oltre 30 miliardi di dollari accumulato nel corso degli anni anche per finanziare il processo di fusione tra Heinz e Kraft Food organizzato nel 2015 da Berkshire Hathaway (la finanziaria di Warren Buffett) e 3G Capital, società d’investimenti brasiliana che aveva da poco rilevato Heinz il cui consolidato modus operandi prevede di effettuare acquisizioni a debito per poi limare al massimo i costi delle società appena acquisite. La riduzione delle uscite si traduce tuttavia in riduzione del personale e dei fondi dedicati a ricerca e sviluppo, con conseguente ridimensionamento delle potenzialità di sviluppo delle aziende controllate. Non a caso, Heinz e Kraft impiegano attualmente circa 10.000 lavoratori in meno rispetto al 2013, ma il denaro ricavato dal taglio dei dipendenti non è stato riciclato in investimenti finalizzati a portare il gruppo in linea con i mutati gusti dei consumatori, sempre più inclini ad acquistare prodotti locali e a km-0, ma in incremento dei dividendi azionari. Lo dimostra il fatto che il margine operativo è stato portato al 28% nel 2017, quando la media di settore oscillava tra il 15 e il 18%. La combinazione tra appesantimento degli oneri debitori gravanti sui bilanci societari e la svalutazione dei marchi controllati scaturiti dalla linea operativa portata avanti dai vertici della compagnia ha prodotto esiti disastrosi. Lo scorso febbraio, i vertici dell’azienda hanno comunicato di essere entrati nel mirino della Securities and Exchange Commission (Sec, la quale ha avanzato su determinate pratiche contabili del gruppo), annunciato risultati trimestrali di molto al di sotto delle aspettative e rivisto al ribasso le previsioni per il 2019, con l’effetto di attirare su Kraft-Heinz una pioggia di declassamenti ad opera delle agenzie di rating. In poche ore, il gruppo ha perso il 28% del suo valore (per Buffett, la perdita è stata calcolata in 4 miliardi di dollari), ed è dovuto ricorrere a una campagna di cessioni e alla riduzione dei dividendi per cercare di rimettersi in sesto.

Una ‘soluzione’ sotto alcuni aspetti analoga a quella di Kraft-Heinz è stata elaborata dai vertici di General Electric (Ge), autori di un piano di risanamento incentrato sulla dismissione, per la sbalorditiva cifra di 21,4 miliardi di dollari, delle sue attività connesse al settore delle scienze della vita. Secondo Larry Culp, amministratore delegato di Ge, «l’operazione rappresenta una pietra miliare per il rilancio della società. Stiamo portando avanti la nostra strategia per ridurre il leverage e rafforzare il bilancio». E infatti, la notizia della cessione (alla Danaher, la stessa società di cui Culp ha tenuto le redini per anni) è stata accolta con grande favore dagli investitori, nonostante biopharma costituisse la divisione di General Electric in grado di conoscere la crescita più rapida e consistente, e di assicurare alla casa madre ricavi per 19 miliardi e utili per 3,4 miliardi nel solo 2018 grazie alla posizione dominante ricavatasi nel segmento delle apparecchiature per laboratori e ospedali. Sul breve periodo, la ‘cura Culp’ ha indubbiamente assicurato ottimi risultati, come testimoniato dal fatto che le azioni di Ge hanno recuperato circa il 30% dall’inizio dell’anno dopo i disastrosi risultati ottenuti negli anni passati. Sul piano strategico, tuttavia, la decisione di sacrificare uno dei propri comparti più promettenti sull’altare della risistemazione delle finanze aziendali avrà quasi sicuramente un impatto negativo sulle potenzialità di sviluppo di General Electric.

Il fatto è che i piani di risanamento predisposti da At&t, Kraft-Heinz e General Electric potrebbero aver aperto un sentiero destinato ad essere imboccato da numerose aziende nei prossimi mesi, per via del moltiplicarsi delle incognite che gravano sull’economia sia nazionale che internazionale. Di fronte alle quali occorre cautelarsi adeguatamente. Anche a fronte dei continui segnali di discontinuità lanciati dalla Federal Reserve, che sotto la guida di Jerome Powell ha varato una prima, timida stretta monetaria in grado di sottrarre ossigeno a tutte quelle imprese che durante la fase iper-espansiva avevano immesso sul mercato enormi quantità di obbligazioni e titoli di vario genere. Una parte assai cospicua del denaro raccolto grazie a tali emissioni è stato impiegato per investimenti ad alto rischio, con conseguente declino della qualità-sostenibilità del debito. Al punto che, come acclarato da una recente inchiesta condotta da ‘Bloomberg’, «più della metà delle aziende che hanno acquisito soggetti terzi hanno spinto il loro livello di esposizione alla leva finanziaria verso lidi che sono normalmente associati al comparto obbligazionario junk […]. Inoltre, non solo la maggior parte delle operazioni prese in esame – per un controvalore di circa 1.900 miliardi di dollari – è stata compiuta a debito ma proprio questo leveraging dei bilanci dovuto ad attività di fusione e acquisizione ha contribuito a una crescita del debito con rating nella parta estrema e finale del comparto investment grade, il cosiddetto BBB, il quale ora rappresenta quasi metà dell’intero mercato».

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