giovedì, Marzo 21

Le grandi aspettative suscitate dalla ‘rivoluzione fiscale’ di Trump 2.000 miliardi di dollari: ecco quanto le imprese Usa potrebbero riportare entro i confini nazionali

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L’effetto combinato della riduzione dell’imposta sui redditi aziendali, sugli investimenti e sugli utili all’estero contemplata dalla discussa riforma tributaria disegnata dall’amministrazione Trump e recentemente approvata dal Congresso determinerà il rimpatrio di non meno di 2.000 miliardi di dollari negli Stati Uniti. A sostenerlo non sono né il portavoce della Casa Bianca né il segretario al tesoro Steve Mnuchin né il presidente del National Economic Council Gary Cohn, ma una fonte neutrale come la United Nations Conference on Trade and Development (Unctad), l’agenzia Onu per il commercio e lo sviluppo.

Secondo le conclusioni a cui sono giunti gli analisti dell’agenzia, le agevolazioni ad investire negli Stati Uniti si tradurranno non solo in una netta diminuzione degli investimenti diretti esteri (Ide) dagli Usa verso l’esterno (dagli attuali 6.400 miliardi a una soglia prevista di 4.500 miliardi), ma anche in un considerevole aumento degli Ide da tutto il mondo industrializzato. L’Unione Europea sarebbe il candidato più accreditato, cosa che costringerà i Paesi del ‘vecchio continente’ ad apportare a loro volta sostanziali modifiche ai propri regimi fiscali per reggere la competizione con gli Stati Uniti ed evitare un deflusso di capitali che potrebbe assumere dimensioni altamente destabilizzanti. Il rischio, secondo l’istituto tedesco ‘Zew’ (che ipotizza anche una conflittualità tra la riforma fiscale Usa e le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio), è l’«erosione della base fiscale in alcuni Paesi europei», anche in ragione del fatto che la riforma trumpiana fornisce forti agevolazioni al trasferimento negli Usa dei diritti di proprietà intellettuale.

Nella sua relazione, l’Unctad chiarisce che tali previsioni sono da prendere con le molle alla luce delle molte variabili e incognite che al momento non è possibile tenere in debita considerazione. Lo studio si basa su una comparazione tra la riforma fiscale trumpiana e quella varata dall’amministrazione Bush jr. nel 2005, contenente anch’essa forti incentivi al rimpatrio dei capitali parcheggiati all’estero. Sulla base del fatto che, all’epoca, le agevolazioni concorsero a riportare negli Stati Uniti circa 300 miliardi di dollari su quasi 500 che erano custoditi all’estero dalle imprese Usa, attualmente si ritiene che l’entità del rimpatrio possa ammontare a 2.000 miliardi sui 3.200 circa detenuti all’estero dalle aziende statunitensi.

Tra le due riforme fiscali ci sono però alcune differenze assai rilevanti destinate ad incidere pesantemente sull’entità dei rimpatri, come riconosciuto dalla stessa Unctad. Benché molti abbiano posto l’accento sull’attrattività esercitata dal taglio dell’aliquota sul reddito d’impresa dal 35 al 21%, il ruolo determinante lo giocheranno ben altri fattori. La riforma elaborata dall’amministrazione Bush rendeva i redditi generati all’estero tassabili soltanto a rimpatrio avvenuto, e ciò rappresentò un notevole incentivo per le imprese a lasciare i propri utili all’estero.

La ‘rivoluzione fiscale’ trumpiana abolisce invece questo sistema scaglionato (worldwide) rendendo molto meno conveniente per le imprese lasciare i propri utili all’estero, grazie anche a un trattamento fiscale agevolato che prevede un’aliquota del 15,5% per i beni liquidi e dell’8% su quelli illiquidi. I primi a rendersene conto sono stati i dirigenti di Apple, che hanno annunciato l’imminente versamento di 38 miliardi di dollari al fisco Usa per far rientrare i fondi detenuti all’estero. L’azienda ha inoltre promesso «maxi investimenti per 30 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Con un contributo complessivo all’economia di 350 miliardi: nei prossimi cinque anno saranno creati 20.000 posti di lavoro, e sarà realizzato un nuovo campus in una località ancora da definire. In arrivo per i dipendenti anche un bonus in azioni vincolate dal valore di 2.500 dollari».

Tuttavia, come nota ‘Il Sole 24 Ore’, «un aspetto che potrebbe frenare i rimpatri ha a che fare con la struttura della riforma fiscale: tanto più sarà finanziata in deficit, come avvisa anche la Banca Centrale Europea, tanto più genererà pressioni al rialzo sui tassi a lungo termine, e quindi sul costo del capitale, ridimensionando l’effetto incentivo determinato dalla detassazione degli investimenti». Resta poi da vedere se questo fiume di denaro che si ritiene di poter riportare negli Stati Uniti verrà effettivamente impiegato per lanciare il grande piano infrastrutturale che Trump aveva promesso in campagna elettorale e che rappresenta una tappa obbligata per riportare alcuni settori della manifattura all’interno dei confini nazionali, con conseguente abbassamento del livello delle disoccupazione artatamente sottostimato dalle statistiche ufficiali.

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