venerdì, Aprile 19

Le Giubbe Rosse: un Caffè da salvare A Firenze si gioca l’ultima partita a scacchi per ridar vita allo storico locale frequentato dai maggiori artisti scrittori poeti e letterati del ‘900 tra cui Montale, Saba, Gadda, Pratolini, Vittorini, Quasimodo, Luzi, Gatto, Landolfi, Soffici, Rosai e vari altri

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Quello delle Giubbe Rosse a Firenze è senz’altro uno dei più noti e storici Caffè letterari italiani. Certo, non è antico come il Florian di Venezia (1720) o il Caffè Greco di Roma (1760), ma dal 1896, suo anno di nascita, ha accumulato tanta di quella storia artistica e letteraria da fare di questo locale un protagonista del Novecento, dai suoi fermenti iniziali  al secondo dopoguerra. E ora sta attraversando una fase estremamente critica (come il Caffè Greco lo scorso anno) che solleva dubbi e ansietà sul suo prossimo destino. Sarà salvato? Lo sapremo in tempi brevi. Dopo il fallimento della società di gestione, decretato il 21 dicembre scorso, sono in corso da parte del procuratore fallimentare le verifiche per poter bandire l’asta entro il 21 marzo prossimo. Intanto, il locale è in esercizio provvisorio.

E fin dall’annunzio del fallimento, si è registrata una immediata mobilitazione non solo del personale dipendente ma anche di quanti hanno a cuore le sorti del locale, divenuto un punto di riferimento della storia artistica e  letteraria della città. ‘Firenze senza il Caffè delle Giubbe Rosse sarebbe come la città senza il Ponte Vecchio’. Questo è stato detto e scritto. E ciò dà l’idea di come sia sentito il problema. Del resto, basta poco per rendersene conto: le pareti del locale raccontano molto  di ciò che è stato e che è tutt’ora, ove sono in corso esposizione artistiche, teche con oggetti e libri del periodo suo splendore (del Pascoli e di Baudelaire tanto per citarne un paio), le riviste culturali fiorentine dei  primi del secolo scorso (La voce di Papini e Prezzolini, Lacerba, Solaria, Campo di Marte), foto di artisti pittori scultori poeti, seduti fuori, ai tavoli, pitture che fissano un’epoca: quella legata  al Futurismo, movimento dapprima furiosamente avversato poi accolto. Intanto Giubbe Rosse. Perché quel nome? Aperto nel 1896 come Caffè-Birreria dei fratelli Reininghaus, prese il nome dal colore delle nuove giacche dei camerieri quando nel 1910 un cambio di proprietà lo ristrutturò in stile liberty. Le giacche erano simili a quelle della Royal Canadian Mounted Police,  troppo difficile da pronunciarsi. Meglio lo sbrigativo Giubbe Rosse.

All’inizio era un circolo scacchistico dove si narra sia passato Vladimir I. Lenin appassionato della scacchiera, ed anche poeti ed intellettuali tra i quali Gordon Craig, Andrè Gide, Medardo Rosso. La piazza, ora Repubblica, si chiamava allora Vittorio Emanuele II,  frutto degli sventramenti avvenuti dopo il trasferimento della Capitale d’Italia a Firenze (1865-1871) che costeranno cari alla comunità fiorentina: via il ghetto  ebraico e il mercato vecchio con le fatiscenti abitazioni che lo costellavano, largo ad una grande piazza attorno alla colonna dell’Abbondanza, proprio nel cuore antico della città romana ove s’incontravano il cardo e il decumanus. Il centro a nuova vita restituito. Fortunatamente  la vigorosa protesta della comunità inglese e della stampa d’Oltremanica impedì  che l’intera area fosse rasa al suolo. Allora, scrittori, collezionisti d’arte, pittori, artisti, letterati inglesi  avevano scelto di vivere nella città dell’arte del buon vino e della vita spensierata e goduriosa: anche David Herbert  Lawrence nel 1928 soggiornerà nelle dolci colline fiorentine,  ove scrisse The Virgin and the Gipsy e varie versioni del Lady Chatterley’s Lover, e beccandosi l’accusa di  scrittura pornografica. Ad un idealismo non crociano ma tutto all’inglese, s’ispiravano quei giovanotti che avevano dato vita prima alla rivista Il Leonardo ( vissuta solo 5 anni) poi a La Voce:  volevano abbattere le montagne e  fare della terra una grande pianura deserta per passeggiarvi su….scrissero i loro avversari ( e tra questi si deve annoverare ‘La Critica’ di Benedetto Croce). In realtà amavano la lotta e, segretamente, cercavano la fama. Che poi raggiunsero.

In quel primo decennio del Novecento  anche Buffalo Bill (William Cody), giunto a Firenze col suo circo, aveva contribuito ad accendere gli animi, ma gli spiriti ribelli allentarono il passo e attraverso La Voce cercarono di dimostrare che Firenze era davvero l’Atene d’Italia ( tra i collaboratori anche CroceSalvemini, Renato Serra, Giovanni Amendola, Emilio Cecchi, Piero Jahier ecc). Nel frattempo altri giovani  intemperanti erano apparsi sulla scena: proprio alle Giubbe Rosse, loro luogo di ritrovo, Ardengo Soffici  portava la notizia che su Le Figaro di Parigi,  Flippo Marinetti aveva lanciato il manifesto del futurismo: «Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, combattere il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria. …canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne…I futuristi vogliono una rivoluzione che combatta il pacifismo culturale. Uccidiamo il chiaro di luna». Applaudono all’energia vitale, alla ribellione, alla violenza. Corsi e ricorsi storici di vichiana memoria. ‘Il gruppo de La Voce parla di lui come di un pazzo’. E mentre  l’Italia si accinge alla conquista di Tripoli, Prezzolini su La Voce scrive: «La Cirenaica non è e non  sarà mai altro che una terra di pastori». Da una provocazione di Ardengo Soffici contro Umberto Boccioni,  da Milano parte una spedizione punitiva di futurista contro i ‘vociani’. Teatro dello scontro: Le Giubbe Rosse. Boccioni e Soffici si prendono a ceffoni, Marinetti finisce all’ospedale. Ma la contrapposizione durerà poco. Il ‘tradimento’ si consuma presto e l’onda futurista conquista anche Papini e alcuni ‘vociani’. «Era al caffè delle Giubbe Rosse» – scriverà lo storico Marcello Vannucci – «che si faceva redazione: un uso che sarà poi mantenuto per altri fogli, come ad esempio la fortunata Salaria di Carocci e Bonsanti. Fu così anche, che le Giubbe Rosse incominciarono ad avere una loro importante storia, che doveva poi servire a collegare insieme spiriti diversi; a capire come si fossero svolte le cose nel mondo della cultura fiorentina ed anche italiana». Una storia che durerà ininterrotta fino agli anni trenta del secolo. Ed oltre. Alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, interventisti e  pacifisti si scontrano nelle strade e nelle piazze. E anche nei caffè. I futuristi stanno dalla parte degli interventisti. «Il futurismo dinamico e aggressivo si realizza  pienamente nella grande guerra mondiale, che solo previde e glorificò prima che scoppiasse.  Il futurismo segnò l’irrompere della guerra nell’arte». Nel 1914 Dino Campana vi giunse a piedi da lontano portandovi i suoi ‘Canti Orfici’.

Finita l’inutile strage, così la definì papa Benedetto XV, la vita non sarà più quella di prima: la storia prenderà una tragica piega. Dopo la prima guerra mondiale riprende, in un clima più rilassato, la frequentazione degli intellettuali ed inizia quello che può essere definito Periodico Solariano.
Alle ‘Giubbe Rosse’ frequentatori insigni divengono Giuseppe De Robertis, Eugenio Montale, Umberto Saba, Carlo Emilio Gadda, Bonaventura Tecchi, La rivista di riferimento è appunto ‘Solaria’ con Alessandro Bonsanti, Alberto Carocci ed altri che al Caffè tengono la redazione del periodico. Dalle Giubbe Rosse alle camice nere il   passo è breve e la resistenza delle sinistre o di quanti vi si opponevano sarà  barbaramente vinta.
Dal 1926 “Solaria” prosegue la pubblicazione per dieci anni traducendo e facendo conoscere grandi scrittori stranieri come James Joice, Franz Kafka, Virginia Woolf.
In continuità con il periodo precedente prende il via la Stagione dell’Ermetismo con la rivista ‘Frontespizio’ nel ’31 e “Letteratura” nel ’37 e le presenze di Carlo Bo, Mario Luzi, Tommaso Landolfi, Oreste Macrì.

Nel ’38 esce la rivista ‘Campo di Marte’ che elegge anch’essa il locale a proprio luogo di redazione con Alfonso Gatto, Vasco Pratolini, Pieto Bigongiari, Alessandro Parronchi.
In questi anni la vicinanza delle riviste fiorentine alle letterature straniere pone gli intellettuali in posizione invisa al nazionalismo del regime. Eugenio Montale viene rimosso dalla direzione del Gabinetto G.P. Vieusseux, ai camerieri viene imposta la giubba bianca, nel locale si aggirano informatori che segnalano le posizioni culturali d’opposizione. Il clima del periodo è ben espresso in una copia di una foto, affissa nel locale, di Henri Cartier Bresson di Piazza Vittorio (così si chiamava Piazza della Repubblica) dove i tavoli del Caffè appaiono desolatamente vuoti.

Era il periodo dell’Ermetismo in cui Montale era indotto a rassegnare le dimissioni dal Gabinetto Scientifico-letterario ‘Vieusseux’ e le tradizionali giubbe rosse dei camerieri venivano sostituite da giacche bianche. Durante la guerra di liberazione il locale divenne base di frequentazione delle truppe alleate.
Dopo il secondo conflitto mondiale si alternano periodi di interessante frequentazione culturale ad altri in cui questa è rarefatta.
Al termine del secondo conflitto mondiale i camerieri indossano nuovamente le giubbe rosse e riprende la frequentazione del locale sia da parte degli intellettuali degli anni 30 che da altri come Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, Luciano Guarnieri e Antonio Bueno. Termina alla metà del 900 quello che può essere indicato come il periodo dei Caffè Storici; Firenze, anche per lo spostamento di importanti iniziative editoriali verso Milano e Roma, non è più il principale luogo di riferimento, il Caffè perde il ruolo di casa dei letterati.
Aderiscono al movimento anche i giovani Ottone Rosai e Primo Conti, di quest’ultimo è presente sul muro delle “Giubbe” un fiore disegnato settant’anni dopo, quando nel 1986 il movimento ‘Ottovolante’ riattiva la frequentazione letteraria del locale e lo invita ad una testimonianza. Dagli anni ‘80 in modo sistematico e continuativo le ‘Giubbe Rosse’ hanno una direzione culturale che organizza mensilmente iniziative di grande interesse letterario ed artistico.

Le Giubbe Rosse conservano perciò il ruolo di luogo d’incontri culturali, presentazioni di libri e di Mostre d’arte contemporanea. Nonché stimolo ad approfondire il nostro passato, almeno a quei frequentatori incuriositi dai quadri ‘storici’ appesi alle pareti e dai libri e giornali esposti a disposizione del pubblico. Dalle notizie che circolano, sembrerebbe che il marchio non apparterrebbe alla società di gestione dichiarata fallita   ( per l’importo di 3 milioni e mezzo circa di euro, dovuto in parte alla costante perdita d’esercizio), la qual cosa preoccupa i sindacati, secondo la Filcams-CGIL il «marchio non deve essere separato dal lavoro». Perché un’asta  senza il marchio perderebbe interesse. D’altra parte il regolamento urbanistico e quello sulle attività storiche fanno divieto di trasformazione d’uso e impongono il mantenimento delle insegne e degli arredi. Un incontro vi è stato anche con la ‘Città  metropolitana’, poi  niente. Nessun acquirente si è fatto vivo? E’ chiaro che la sua chiusura  priverebbe Firenze ( e non solo) di un pezzo della propria storia. Dunque, tutti gli organismi coinvolti – enti pubblici e imprenditori privati –muovano le loro pedine: perché questa è la più difficile partita a scacchi della storia delle Giubbe Rosse.

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