giovedì, Settembre 19

Le ‘frontiere’ della sicurezza. Rischi e ambiguità

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A partire dal 2001, le politiche di sicurezza pubblica si sono mosse lungo un doppio binario della sicurezza esterna / interna: sicurezza urbana, che coinvolge l’assetto delle nostre città e la vita quotidiana dei centri abitati;  sicurezza alle frontiere dell’Area Schengen, perseguita dai singoli stati europei nell’ambito dell’esercizio della loro sovranità. La localizzazione necessaria dei fenomeni non deve, tuttavia, far dimenticare la porosità dei confini, la presenza di minacce difficilmente ‘tracciabili’ all’interno o all’esterno di un’area territoriale predefinita.

Sul piano soggettivo, poi, sussistono le criticità legate alla percezione di uno spazio sicuro, che ha a che vedere con la paura alimentata da diverse retoriche mediatizzate e da altri fattori di insicurezza sociale non necessariamente legati a un pericolo oggettivo.  Tra le violenze diffuse in ambito urbano, troppo spesso si dimenticano le cronache provinciali e periferiche, oltre a fatti di eccezionale gravità come gli attentati che hanno toccato, recentemente, diverse capitali d’Europa.

Il caso francese è indicativo per rilevare le ambiguità di un paradigma divenuto modello di governance e cooperazione per tutti gli Stati membri dell’Unione.

Dopo i fatti di Parigi del 13 novembre 2015, la dichiarazione dello stato di guerra, avallata una settimana più tardi dalla Risoluzione 2249 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite , ha significativamente riprodotto – con le differenze del caso – il meccanismo di reazione avvenuto all’indomani dell’attacco alle torri gemelle. Come nel 2001 gli USA, supportati dalla Gran Bretagna, scatenarono l’offensiva in Afghanistan, la Siria e l’Iraq sono diventati il primo bersaglio dei raid aerei francesi anti-Isis, peraltro già in corso dal 28 settembre di quell’anno. La Risoluzione afferma la necessità, per gli Stati , di adottare «tutte le misure necessarie a raddoppiare e coordinare gli sforzi per impedire e sopprimere gli atti terroristici commessi».

Estendendo nel tempo lo «stato di urgenza», L’Eliseo ha poi adottato una serie di misure atte a rafforzare   la sicurezza interna   mediante una cooperazione sinergica tra Servizi segreti e Forze dell’ordine (con l’eliminazione quasi immediata del presunto regista degli attentati del 13 novembre, Abdelhamid Abaaoud).

Ma quali sono gli orientamenti sottesi alla lotta contro il terrorismo?  Nel caso significativo della Francia,  Barthélémy Courmont, geopolitico francese ricercatore all’IRIS (Istituto di relazioni internazionali e strategiche) di Parigi, ha parlato di «Lotta al terrorismo al di là dell’azione militare e di sicurezza». Secondo l’esperto, la ‘guerra al terrorismo’ avviata dagli USA nel 2001 ha scatenato, da parte delle forze terroristiche, un meccanismo di lotta senza fine, consistente in una serie aperta di azioni da parte di un’entità che, a discapito del nome, poco ha a che vedere con uno ‘Stato’. Inoltre, il fatto di agire ripetutamente nell’ombra (e al di fuori della corsa ufficiale agli armamenti) comporta una crisi nella definizione dei rapporti di forza tra gli attori dello scontro. «Il nemico», afferma Courmont,  «per sopravvivere, resta ‘inesistente’. (…) I garanti dell’anti-terrorismo non sembrano aver fatto proprio questo aspetto e continuano a dispiegare forze sempre più consistenti contro un nemico che ‘non esiste’ e, di fatto, è onnipresente». In questo senso, lo stato di guerra dichiarato è misurabile nella sua incidenza sul bilancio statale.  Lungi dall’essere espressione di un sentimento religioso, il radicalismo esprimerebbe piuttosto «un sentimento – più o meno giustificato – di declassamento di alcune popolazioni mal inserite nel processo di globalizzazione, fenomeno che ritroviamo anche nelle relazioni internazionali» .

L’asimmetria dei rapporti tra Nord e Sud è evidente, considerato il retaggio coloniale delle vecchie potenze europee. Tuttavia, la configurazione contemporanea dello scacchiere internazionale coinvolge nella ‘lotta’ anche Paesi che in passato non hanno partecipato con pari intensità (principalmente per mancanza di mezzi) all’impresa coloniale.  

Secondo Courmont, parlando ancora di asimmetrie, esiste un collegamento e una certa ‘fungibilità’ tra fenomeni come la delinquenza, il banditismo e, infine, il radicalismo basato sul pretesto religioso. Certo, si tratta di una possibile deriva, che torna a essere rilevante per le connotazioni che la sicurezza pubblica assume nei Paesi europei, Italia compresa. Il fatto che la delinquenza, nelle sue varie forme storiche, «non possa essere identificata come una fatalità», rimette in discussione gli assunti ideologici e apre la strada alla ricerca delle cause. Ad esempio, un’idea preconcetta è quella di un’organizzazione terroristica strutturata in modo simile ai nostri apparati militari, fatto che impedirebbe a priori l’accesso e la circolazione ‘spontanea’ dei foreign fighters. In questo senso il rafforzamento di misure di sicurezza già esistenti, oltre a gravare sulla spesa pubblica, potrebbe risultare privo di efficacia.

Il riferimento alla delinquenza e al disordine sociale implica un discorso attivo di integrazione di cui ci siamo occupati parlando, con la Prof.ssa Anna Coluccia, di sicurezza urbana e sostenibilità come parametro alternativo alla ratio securitaria. La sicurezza esiste, in quel senso, come esito di un processo di costruzione attiva a più livelli fondato sul civismo e la responsabilità degli attori coinvolti, secondo un nuovo modello di governance che la persegua come una risorsa. La sicurezza come bene comune, uno degli obiettivi della cooperazione europea, potrebbe in futuro informare quello «Spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia» definito dal Trattato di Amsterdam del 1997 in senso preventivo-repressivo.

Quale istanza di bene comune e necessità di un ordine sociale che si regge tanto sull’accesso democratico alle risorse quanto sul welfare,  la sicurezza si pone come una condizione oggettiva (misurabile non solo attraverso la sua percezione) che lo Stato di diritto ha, per le stesse ragioni che lo costituiscono, il dovere di garantire.  La sicurezza appartiene, così, al ‘luogo’ nel quale si incontrano la geografia urbana e la geopolitica, luogo in cui si perde il senso di interno/esterno. La realtà è una sola, e se la rete ha il potere di rendere l’immediati e prossimi fatti accaduti o presunti a grande distanza dai nostri confini, ha anche quello opposto, di allontanarci – grazie a uno strumento che porta il mondo tra le mura domestiche – dai contesti di vita (politici, territoriali, abitativi) di cui siamo reali componenti.

 La labilità delle frontiere come confini storici e modificabili, si traduce a questo aspetto del bene comune, non fosse per il fatto che i fattori che mettono a repentaglio quelle condizioni sono fattori storici, esito del processo di decolonizzazione, di nuove polarizzazioni identitarie dei conflitti e dei rapporti di forza ridefiniti da uno scenario internazionale particolarmente instabile. Tutto questo comporta una riconfigurazione della società, a partire dai nostri rapporti di vicinato fino alle nuove definizioni di cittadinanza fondate sullo Jus soli, dalle politiche integrate di accoglienza a quelle di contrasto alla povertà, nell’alternanza (sbilanciata a favore della prima) tra logica emergenziale e securitaria e aperture alla convivenza come base democratica provvista di un’utilità sociale. Pensiamo ai programmi  di inserimento lavorativo per gli stranieri, alla rete SPRAR, a tante piccole realtà urbane dove è possibile una reale ‘integrazione’ (citiamo a titolo di mero esempio l’impegno del Comune di Prato). Al di là dei dati demografici, pensiamo anche alle realtà periferiche o provinciali dove il dialogo avviene spontaneamente, fuori da assetti istituzionali o, al contrario, è soffocato sul nascere dalla diffidenza e dall’isolamento. Pensiamo, ancora, alla volontà di smarcarsi, da parte dei membri di diverse comunità musulmane sparse sul territorio nazionale, dallo stigma sociale, senza che le esigenze di prevenzione nella lotta al terrorismo vengano meno.

  Appare chiara, una volta di più, la fragilità di concetti come ‘centro’ e ‘periferia’.  Ci troviamo immersi in un processo nel quale minacce distinte, formalizzate in discipline puntuali e settoriali riferibili in termini categorici alla «pubblica sicurezza», si confondono nello spazio-tempo delle nostre realtà territoriali. Ciò crea uno squilibrio tra il sentimento di paura, capace di penetrare in modo trasversale il dibattito politico (con normative come il daspo urbano) e l’individuazione delle cause specifiche di minaccia, riassorbite nelle retoriche difensive che portano al contrasto talvolta violento dei flussi migratori e alla chiusura delle frontiere. Si tratta di politiche per le quali Paesi come la Spagna o la stessa Francia si sono distinti rispetto all’Italia che, al di là della propensione locale all’accoglienza – territorialmente molto variegata –  , si è trovata a far fronte al blocco dei flussi sui confini austriaco e francese. A Ventimiglia la situazione è tuttora critica e le prerogative dello stato sociale, nella dichiarata ‘resistenza all’accoglienza’ del primo cittadino di quel Comune, sono assolte dalla Parrocchia e da reti di volontariato come la Comunità di S. Egidio di Genova.

Paradossalmente, a fronte della stretta operata sulle frontiere dall’Eliseo, la società civile ha predisposto una ‘geografia dell’accoglienza’ coincidente con le vallate montuose di confine, in particolare la Valle Roja. Un feedback sociale del fatto che la sicurezza ‘esterna’ non dipende dall’innalzamento di muri o barriere anti-immigrati? Nell’area euro-mediterranea, gli esempi di convivenza e inserimento a livello locale non mancano e costituiscono una costante storica (pensiamo ai Balcani Yugoslavi e alla risalente integrazione tra le loro popolazioni). In questo senso, il ripiego interno di un Paese come la Francia che rispecchia, nel suo tessuto sociale, i rapporti storici con il Maghreb e l’Africa subsahariana, può apparire un paradosso. Tuttavia la strategia che sta dietro i ripetuti attacchi a quel Paese, e che attualmente ha preso di mira il Regno Unito, sembra muovere proprio in tale direzione, con effetto destabilizzante per la sicurezza, sia reale che percepita.

Intendere la sicurezza in senso dinamico e costruttivo, come un processo e, contemporaneamente, come bene pubblico condiviso dalle democrazie europee, porterebbe indubbi vantaggi anche alla sicurezza preventiva. Di più: la libertà sociale che ne trarremmo, intesa come conquista multilaterale mai sopita, cesserebbe di essere una retorica o un ‘miraggio’ da menzionare negli incontri di vertice.

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