mercoledì, Febbraio 20

Le chiese di Teheran field_506ffb1d3dbe2

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Iran-Vaticano-2013

 

In meno di un anno, per entrambe le teocrazie sono cambiati i Capi di Stato e i rappresentanti diplomatici nei rispettivi Paesi. In Iran, la Guida Suprema Ali Khamenei, succeduto a Ruhollah Khomeini nel 1989, resta la massima autorità religiosa, militare e istituzionale della Repubblica islamica. In Vaticano, al Papa, diventato emerito, Benedetto XVI, si è invece aggiunto sorprendentemente un secondo Papa, Francesco, eletto nel conclave del marzo scorso.
Come il nuovo Capo di Stato della Santa Sede -detentore di tutta la gestione temporale della Chiesa cattolica oltre che dell’autorità spirituale insieme con il Papa emerito- da giugno il nuovo Presidente iraniano Hassan Rohani sta portando rinnovamento nel Paese, riaprendo e consolidando i canali diplomatici con l’Occidente: programma di apertura in cui rientrano anche i rapporti con il Vaticano. Alla vigilia delle presidenziali, la Repubblica islamica ha inviato in Vaticano il suo nuovo Ambasciatore Mohammad Taher Rabbani. Un mese dopo, a luglio, Papa Francesco ha nominato Leo Boccardi, nuovo Nunzio apostolico in Iran.
A novembre, Rohani e l’arcivescovo Boccardi si sono presentati poi a Teheran, chiedendo entrambi un rafforzamento delle relazioni e tra mondo islamico e mondo cristiano. Da una parte il Presidente iraniano che ringrazia Papa Francesco per gli auguri e sprona i due «Paesi a lavorare insieme per fermare violenza e radicalismo». Dall’altra il Nunzio apostolico in Iran che auspica «rapporti bilaterali più stretti fra la Santa Sede e la Repubblica Islamica». In particolar modo, per risolvere le crisi regionali come quella siriana.

Rohani propone un’alleanza tra la Repubblica islamica e la Santa Sede sulle grandi sfide della lotta terrorismo estremista e contro l’ingiustizia e la povertà. Su Twitter, il Presidente iraniano ha anche pubblicato una foto del colloquio con Boccardi, chiedendo «più dialogo, tra Islam e il Cristianesimo, più che mai oggi, perché alla base dei conflitti fra confessioni vi è soprattutto l’ignoranza e la scarsa conoscenza reciproca».
Sul piano interreligioso, l’incontro tra i due Stati si è concretizzato in una tavola rotonda, a Roma, del 19 giugno scorso su ‘Giustizia solidarietà e sviluppo, nelle tre grandi religioni monoteistiche, organizzato dall’associazione Carità politica, in collaborazione con l’Università iraniana delle religioni di Qom.
L’ospitalità sarà ricambiata, nell’ottobre del 2014, a Teheran con un convegno del Centro internazionale per il dialogo interreligioso iraniano insieme con il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso cattolico.
Invitato all’incontro di Roma, il nuovo Ambasciatore Rabbani -dottore in Scienze islamiche e già Ambasciatore in Qatar- ha richiamato alla «necessità di un dialogo tra le personalità più eminenti delle religioni», creando un «istituto per il dialogo interreligioso composto da leader e pensatori delle tre grandi religioni monoteiste». «Per l’Islam ogni atto terroristico di estremisti che, in nome della religione, uccidono innocenti, non mostrando pietà neanche per i credenti della loro stessa fede, è illegittimo e peccaminoso», ha aggiunto Rabbani, preoccupato per «i danni del secolarismo» e convinto il diritto del «popolo iraniano alla tecnologia, per un uso pacifico del nucleare».
In occasione dell’Assemblea dell’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) di Vienna, il Segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati, monsignor Dominique Mamberti, gli ha fatto sponda, apprezzando gli «sviluppi nei negoziati sul programma nucleare iraniano».

Nel solco delle dichiarazioni di Rabbani, i messaggi del Presidente Rohani e del suo Ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif«preoccupato per la condizione delle minoranze religiose in Siria, come i cristiani, data la forte presenza di gruppi estremisti sul terreno» –, si inseriscono nel percorso di incontro tra religioni tracciato dai responsabili diplomatici dei precedenti Gabinetti e, in prima istanza, disegno della Guida Suprema Khamenei.
A fronte di una comunità cristiana -in particolar modo cattolica- in drastica e continua diminuzione, infatti, la rappresentanza diplomatica iraniana Oltretevere gode di ottima salute: è la seconda per ordine di grandezza, dopo la Repubblica dominicana e prima degli Stati Uniti, e le relazioni tra i due Stati, aperte dal 1954, vantano una longevità invidiabile per molte cancellerie occidentali.
Nel 2012, nella sua intervista di congedo, anche il teologo e Ambasciatore uscente nella Santa Sede Ali Akbar Naseri ricordò la «tradizione antica di dialogo con il Vaticano» e gli sforzi fatti per lo «sviluppo della collaborazione», tra i «due centri mondiali della fede». Ma se sul piano teologico e spirituale, il dialogo tra Islam e Chiesa è fruttuoso, a livello territoriale non mancano i problemi da risolvere e i diritti da garantire in Iran ai credenti cristiani, ancor prima che cattolici.
In linea di principio, l’articolo 13 della Costituzione iraniana riconosce a cristiani, zoroastriani ed ebrei la piena libertà di professare la loro fede, nell’ambito delle leggi islamiche. E come le moschee le chiese, dichiarate luogo sacro di culto dal Parlamento iraniano, sono esenti dal pagamento di luce, gas e acqua.
Tollerare la presenza delle comunità cristiane nel Paese -tra le più antiche al mondo del primo secolo dopo Cristo- tuttavia non impedisce alla Repubblica islamica di disincentivarne il proselitismo e le conversioni dall’Islam.

Ancora nel 2012, alle ultime due chiese presbiteriane di Teheran che celebravano la messa in farsi è stato proibito di usare la lingua persiana in giorni diversi dalla domenica: restrizione che ha fatto disperdere oltre la metà dei fedeli. L’Ong Iran Human Rights ha denunciato inoltre l’intensificarsi degli arresti tra i cristiani, «soprattutto tra i convertiti dall’Islam accusati di apostasia, l’obiettivo principale della stretta verso le cosiddette ‘chiese domestiche’, ufficialmente illegali».
Per i media cattolici rientra in questo giro di vite anche la condanna a 80 frustrate ciascuno, nell’ottobre scorso, di quattro fedeli della Chiesa protestante, per aver bevuto vino della comunione, classificato come «consumo di alcol».
Nel 1979, prima della Rivoluzione islamica, i cattolici in Iran erano circa 300 mila. Attualmente, su oltre 76 milioni di abitanti, si contano circa 100 mila cristiani, tra i quali 25 mila cattolici (lo 0,35% della popolazione), divisi nei riti assiro-caldeo, armeno e latino e concentrati per lo più nella capitale e nelle città di Isfahan e Shiraz.
Guidato da quattro vescovi, questo piccolo gregge è, secondo le fonti ufficiali della locale Conferenza episcopale, in continua diminuzione.
Prima di Francesco, Benedetto XVI aveva ricevuto e risposto alle lettere dell’allora Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, dibattendo su grandi temi di fede e invitando, come durante il suo incontro con l’ex Presidente Mohammad Khatami, a «promuovere tutte le iniziative foriere di una migliore conoscenza reciproca» tra l’Iran e la Chiesa.
Nel novembre 2010, il Papa emerito scriveva ad Ahmadinejad che il «dialogo interreligioso e interculturale è un via fondamentale per la pace». Ma nella stessa missiva si esprimeva anche la «speranza che le cordiali relazioni già felicemente esistenti tra la Santa Sede e l’Iran continuino a progredire, così come quelle della Chiesa locale con le autorità civili». «L‘avvio di una Commissione bilaterale», per Benedetto XVI era «particolarmente utile per affrontare questioni di interesse comune, inclusa quella dello status giuridico della Chiesa cattolica nel Paese».

 

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