sabato, Agosto 8

Le balle sul ballo

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Ci risiamo! Ecco di nuovo la dimostrazione del fallimento della cosiddetta legge Bray (Valore Cultura) con la costante situazione di crisi delle fondazioni liriche e con la ulteriore chiusura di un altro importante corpo di ballo.

È solo di pochi giorni fa, infatti, la relazione semestrale del commissario straordinario per le fondazioni liriche, che certifica il disastro da tempo annunciato di quelle stesse fondazioni nonostante i mutui erogati dalla legge. Ed è, anch’essa di pochi giorni orsono, la chiusura del ballo dell’Arena di Verona, ultimo dei tanti, anzi troppi corpi di ballo mandati in malora da gestioni a dir poco imbarazzanti ed ora da una legge che, in sostanza, a questo mirava: alla riduzione del personale.

La legge sta riuscendo, con la scusa del risparmio, nel suo intento “punitivo” verso i dipendenti delle fondazioni lirico-sinfoniche rei, secondo lo spirito normativo, di costare troppo (si tratta di circa 3000 persone tra musicisti, danzatori, tecnici, amministrativi); intento finalizzato a trasformare il loro lavoro in un impiego stagionale quindi a tempo determinato, che creerà una grave instabilità, insicurezza e crescente marginalizzazione del settore.

È facile comprendere che ciò porterà anche ad uno scadimento della qualità, cui si aggiungerà la fuga verso l’estero di tutti i giovani talenti italiani, con perdita delle grandi risorse impiegate per formarli a livello professionale, nonché l’azzeramento del “sogno” artistico di migliaia di persone dotate delle qualità necessarie a realizzarlo, che forse è la perdita più grave.

In più occasioni abbiamo scritto dell’inutilità, anzi della perniciosità di quella legge e dei tanti “effetti contrari” che avrebbe sortito rispetto alle intenzioni del legislatore (sempre ché  quello stesso legislatore non volesse gli effetti sortiti dichiarandone di opposti…).

In quante occasioni abbiamo ripetuto che i teatri non sono aziende, visto che non fanno utili in nessuna parte del mondo, e che pertanto non possono essere gestiti con ottica aziendale, da economisti o manager provenienti da altri settori: i bilanci sono sempre uguali (nelle entrate più o meno fisse e nelle uscite più o meno fisse) ed è sufficiente un banale buonsenso per ridurre le spese ed aumentare le entrate. Quante volte abbiamo ripetuto che i “piani industriali” non servono a nulla, sono anzi dannosi perché irrigidiscono una struttura che ha bisogno di elasticità. Quante volte abbiamo detto che la riduzione del personale artistico paralizza l’attività o la rende più costosa per la necessità di ricorrere ad elementi esterni (cosa che a molti piace perché è fonte di massimizzazione della spesa…).

Invece, ecco che in alcune fondazioni tra quelle che hanno aderito a questa legge nefasta c’è stata la corsa ad eliminare i corpi di ballo per adeguarsi alla richiesta riduzione del personale (da parte della summenzionata legge addirittura fino al 50%!) ritenuta ottima strada (in realtà pessima) per ridurre i costi delle fondazioni e riportare i bilanci all’equilibrio.

Perché è sbagliato seguire la strada della riduzione del personale? Perché riducendo il personale (soprattutto artistico e tecnico) la macchina teatrale non può più funzionare a pieno regime, per il rallentamento della produzione ed il costo eccessivo del prodotto, cioè del singolo spettacolo. Infatti le rappresentazioni si diradano (già siamo sotto la metà della media europea e con quale qualità?) e si deve ricorrere a personale esterno che a conti fatti costa di più.

I teatri che hanno chiuso i corpi di ballo hanno aumentato le perdite invece di diminuirle, segno evidente che la fonte primaria del dissanguamento finanziario non erano i corpi di ballo od il personale artistico, ma le gestioni dissennate, incentrate sulla solita massimizzazione della spesa con  il continuo acquisto o noleggio di nuovi allestimenti da teatri “amici” ed “internazionali”, seguendo la balla provinciale della “internazionalizzazione” (che sciocchezza: l’opera l’abbiamo inventata noi e siamo sempre stati i più apprezzati a livello planetario. Come se si dicesse: la cultura gastronomica italiana deve essere internazionalizzata! Basta con i bucatini all’amatriciana o il risotto alla milanese, più “fish and chips” e gulash…)

Chiudere i corpi di ballo significa spendere soldi (guadagnando, però, crediti personali…) per scritturare compagnie provenienti da altre nazioni; significa negare una storia ed una tradizione che è partita proprio dall’Italia; significa non dare valore ad un patrimonio culturale che il mondo ci invidia; significa diminuire il prestigio di istituzioni che hanno fatto la storia della musica e della danza; significa negare la speranza per il futuro a centinaia di migliaia di giovani (1.400.000) che studiano danza in Italia; significa chiudere i centri di formazione visto che si azzerano gli sbocchi professionali; significa eliminare posti di lavoro qualificati; significa mortificare i nostri artisti. In Francia le varie compagnie di danza sono un centinaio, in Germania circa la metà. In Italia con la chiusura del corpo di ballo dell’Arena ne sono rimasti 4 in totale!

Naturalmente questa legge mal concepita non individua i veri responsabili del dissesto degli enti di produzione. Meglio che diminuire il personale sarebbe licenziare quei sovrintendenti (divenuti tramite la “Valore Cultura” più potenti del consiglio di amministrazione e nominati in pratica dal Ministero) che non sanno far quadrare i bilanci. Per migliorare basterebbe ridurre le spese determinate da: consulenze esterne, contratti per dirigenti (spesso inutile duplicato di ruoli già esistenti…), costanti noleggi di scene e costumi da altri teatri (fonte primaria della massimizzazione della spesa), continui appalti esterni.

Anche aumentare le entrate sarebbe facile, se si pensa che con lo sbigliettamento un teatro di 1500 posti incassa, per uno spettacolo operistico con il tutto esaurito, circa 100.000 euro per sera! Quindi aumento della produzione con più titoli del repertorio (che non sono pochi: più di qualche centinaio e richiamano un pubblico capace di riempire sempre le sale), riutilizzo degli allestimenti  di proprietà dei Teatri (praticamente gratuiti a fronte di uno o due milioni di euro necessari per costruire un nuovo allestimento, o a due o trecentomila euro di costi per un noleggio da un teatro estero). In sostanza: funzionamento della macchina a pieno regime come avviene nei teatri di grandi città europee come Vienna o Monaco, dove si arriva, la domenica, a fare anche due spettacoli, per un totale che supera le 360 alzate di sipario annuali!

Infine, realizzare una vera detassazione delle risorse private investite nella cultura tenendo presente che quanto perso in entrate tributarie, tornerebbe in termini di indotto commerciale sul territorio, così come ormai dimostrato da innumerevoli studi. È tutto così semplice, ma purtroppo le cose semplici non piacciono a chi preferisce chiudere i corpi di ballo (per poi chiudere i teatri) invece che licenziare i dirigenti incapaci o corrotti.

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