martedì, Luglio 16

Le armi atomiche al centro della strategia militare statunitense La nuova dottrina Usa è imperniata sul rilancio dell'arsenale nucleare

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Recentemente, il Pentagono ha emesso il Nuclear Posture Review 2018, il documento che definisce le linee guida della strategia nucleare statunitense quantomeno fino alle prossime elezioni. In esso, gli Usa dichiarano di trovarsi ad affrontare «una gamma di minacce senza precedenti» poste in primo luogo da Russia, Cina, Corea del Nord e Iran. Russia e Cina, definiti da Donald Trump ‘avversari strategici’ non molti mesi addietro, vengono accusati di tenere «un comportamento sempre più aggressivo anche nello spazio esterno e nel cyberspazio» con l’ausilio delle nuove e più efficienti armi nucleari messe a punto negli ultimi anni.

La Corea del Nord viene stigmatizzata per essersi dotata della bomba atomica e per continuare a lavorare sull’ammodernamento dei sistemi missilistici, mentre l’Iran, che a differenza degli Usa (e di Israele, stranamente non menzionato nel documento) non dispone dell’atomica e aderisce al Trattato di Non Proliferazione (che lo autorizza a portare avanti un programma nucleare a fini civili), rimane uno Stato dotato delle «conoscenze tecnologiche necessarie a realizzare un’arma nucleare nell’arco di un anno». Secondo il documento, gli Usa hanno finora opposto un approccio passivo a questa situazione sempre più critica, riducendo le armi nucleari che appaiono ormai obsolete o comunque inadatte a fronteggiare le sfide poste dalle altre potenze nucleari. Di qui la chiara esortazione a gettare le basi per un esborso di denaro pubblico pari a circa 1,5 trilioni di dollari nell’arco dei prossimi 30 anni per ammodernare e ristrutturare da cima a fondo l’arsenale atomico statunitense.

Nessun accenno viene fatto a quanto accaduto negli anni precedenti all’insediamento di Trump, durante i quali Barack Obama riprese la politica iper-aggressiva portata avanti dal suo predecessore George W. Bush nonostante avesse ripetutamente dichiarato che lo scopo della sua amministrazione era quello di muoversi verso un disarmo graduale scandito in diverse fasi. Nel 2002, l’allora Presidente George W. Bush annunciò il ritiro degli Usa dal Trattato Salt, sottoscritto il 26 maggio 1972 assieme ai sovietici con l’obiettivo di limitare le difese anti-missile. Nel 2008, lo stesso Bush varò la Strategic Defense Initiative (Sdi), che prevedeva la costituzione in Europa centro-orientale dell’Anti-Ballistic Missile (Abm), il cosiddetto ‘scudo’ formato da batterie di armi anti-missile in Polonia e Repubblica Ceca, eretto ufficialmente a difesa dall’incombente minaccia nucleare iraniana sebbene in molti – a partire da Vladimir Putin – abbiano espresso l’opinione che fosse diretto contro la Federazione Russa. Una volta ultimato l’insediamento dell’Amministrazione Obama, il Pentagono ha dichiarato che il numero totale delle testate nucleari statunitensi ammontava a 5.113 unità, 2.468 (1.968 strategiche e 500 tattiche) delle quali erano schierate e operative, mentre le restanti 2.600 circa erano entrate a far parte della riserva.

Dall’entrata in vigore dei Trattati Start, Washington ha cominciato a ridurre progressivamente le testate nucleari installate su missili balistici intercontinentali di terra (Icbm), puntando con decisione sull’ammodernamento dei vettori strategici marittimi (Slbc) e aerospaziali, a partire dai Trident 2, missili a propellente solido dotati di sistemi di guida inerziali allo scopo di sfuggire ad eventuali missili intercettori, capaci di trasportare fino a 8 testate ciascuno. I Trident sono montati sui sottomarini classe Ohio, lunghi 170 metri e in grado di operare in profondità. Le testate rimanenti sono state collocate sui bombardieri B-52H e sui B-2 Spirit e sui missili Tomahawk.

Attraverso il ‘Nuclear Posture Review’ del 2010, il Pentagono ha poi ribadito con forza la necessità di varare un robusto programma di ammodernamento delle armi nucleari, considerate imprescindibili per la strategia di difesa statunitense. Da allora, la pressione degli apparati militari è andata intensificandosi fino a spingere il Congresso ad approvare, verso la metà del 2014, lo stanziamento di oltre 200 miliardi di dollari come ‘acconto’ su una spesa totale calcolata in 355 miliardi di dollari in dieci anni, allo scopo di potenziare le forze nucleari statunitensi con altri 12 sottomarini da attacco (dal costo di 7 miliardi l’uno) armati ciascuno di 200 testate nucleari, 400 ulteriori missili balistici intercontinentali lanciabili da terra ed armabili con testate multiple indipendenti, nonché decine di bombardieri strategici (550 milioni l’uno) in grado di trasportare ben 20 testate nucleari ciascuno.

Nel maggio 2015, il Dipartimento della Difesa ha autorizzato il lancio dalla California di un missile intercontinentale Minuteman 3, che ha colpito con una testata sperimentale un atollo del Pacifico situato a 8.000 km di distanza. Nei dintorni di Kansas City, è stato costruito un impianto di dimensioni maggiori rispetto a quelle del Pentagono, in grado di ospitare test sperimentali che, grazie ad avanzati sistemi tecnologici, non richiedono esplosioni sotterranee. L’edificio di Kansas City è parte integrante di un complesso in espansione per la fabbricazione di testate nucleari, composto da 8 impianti e laboratori in cui lavorano oltre 40.000 specialisti. A Los Alamos, nel New Mexico, è stata avviata la costruzione di un nuovo grande centro per la produzione di plutonio destinato alle testate nucleari, mentre a Oak Ridge, nel Tennessee, è in fase di realizzazione un altro impianto per la produzione di uranio arricchito ad uso militare. I lavori sono stati però fortemente rallentati dall’enorme lievitazione dei costi: la spesa per il progetto di Los Alamos è passato in 10 anni dai 660 milioni previsti a oltre 5,8 miliardi di dollari; quella di Oak Ridge da 6,5 a 19 miliardi.

Nel complesso, l’amministrazione Obama ha presentato 57 progetti di aggiornamento di impianti nucleari militari, buona parte dei quali è stata approvata immediatamente dall’Ufficio Governativo di Contabilità.

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