venerdì, Ottobre 18

Lavoro negli Usa: l’ottimismo è motivato? Dietro a dati apparentemente incoraggianti si nasconde una realtà assai problematica

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Nel mese di settembre, l’economia statunitense ha creato circa 136.000 nuovi posti di lavoro. Una cifra inferiore alle attese (che stimavano l’ammontare a quota 145.000) ma comunque sufficiente a comprimere ulteriormente il tasso ufficiale di disoccupazione, portandolo al 3,5% dal 3,7% registrato ad agosto. Il dato viene giudicato incoraggiante dalle autorità di Washington, anche perché uscito subito dopo la notizia relativa al preoccupante calo degli indici dell’attività manifatturiera (in contrazione per ben due mesi consecutivi, con conseguente crollo ai minimi da dieci anni a questa parte) e dei servizi (a sua volta ai minimi dal 2016). Compensati, nel caso specifico, da una crescita degli impieghi nei settori della sanità e dei trasporti.

Complessivamente, tuttavia, i nuovi dati inerenti l’occupazione segnano un rallentamento della media mensile a quota 161.000 unità, a fronte di un livello di 190.000 realizzato nel corso degli ultimi otto anni di espansione occupazionale. Gli esperti non si stancano mai di ricordare che l’apparato economico Usa necessita di non meno di 100.000 nuovi posti di lavoro ogni mese per stare al passo con l’incremento della forza lavoro, giunta ad annoverare oltre 259 milioni di persone e a registrare un tasso di partecipazione alla crescita economica del Paese del 63,2%.

Dati praticamente analoghi si registrarono anche un quarantennio fa, quando il tasso di partecipazione si attestava stabilmente tra il 62 e il 63%. Ma con due importanti differenze rispetto ad allora: in primo luogo, è notevolmente aumentata la partecipazione delle donne a fronte di una continua contrazione di quella degli uomini. Secondariamente, il tasso di disoccupazione di allora era al 6,7%. Segno che, in confronto ad allora, sono aumentati i cosiddetti ‘inattivi’, vale a dire coloro i quali non cercano lavoro pur essendo in età lavorativa. Attualmente, la categoria in questione riunisce quasi 96 milioni di persone, a cui vanno ad affiancarsi 6 milioni di sottoccupati.

Naturalmente, un contributo all’incremento del tasso di inattività viene dall’aumento di coloro che proseguono gli studi, ma il fenomeno ha assunto dimensioni tali da non poter essere spiegato con il semplice manifestarsi di tendenze congiunturali come questa. Il numero totale degli inattivi è infatti rimasto sostanzialmente stabile per tutti gli anni ’80 e ’90, salvo poi crescere assai rapidamente a partire dal nuovo millennio. Nel dettaglio, tra il 1980 e il 2000, il tasso di inattività è rimasto invariato a fronte di un aumento della popolazione in età lavorativa di circa 40 milioni di unità. Nel ventennio successivo, la popolazione in età lavorativa – aumentata di oltre 20 milioni di unità – è cresciuta di un ammontare praticamente identico rispetto al numero degli inattivi, passati da 56 a 76 milioni. Non essendo entrati nella forza lavoro, questi inattivi non vengono conteggiati né nel computo degli occupati né in quello dei disoccupati. Il che spiega come mai il tasso di disoccupazione calcolato attualmente risulti molto più basso rispetto alla fine degli anni ’70, quando gli inattivi superavano di poco la soglia delle 50 milioni di unità.

La ripresa del mercato del lavoro statunitense tende quindi ad accompagnarsi a un elevato livello di inattività, e di conseguenza a un basso tasso di partecipazione. Il problema  tende quindi a spostarsi sul terreno della produttività, come avvalorato dal fatto che il tasso di crescita del Pil pro capite per lavoratore è crollato ai livelli registrati a fine anni ’70. Il che potrebbe concorrere – di concerto con la crescita continua del comparto dei servizi, che per sua natura intensifica le pressioni alla precarizzazione – a spiegare il ristagno dei salari statunitensi, che faticano sempre più a seguire il passo del costo della vita. Rispetto ad agosto, le paghe orarie sono addirittura diminuite di un centesimo come probabile effetto diretto del declino dei posti di lavoro nel settore manifatturiero, di gran lunga il meglio retribuito. E al netto dell’inflazione, i salari sono lievitati di appena l’1,2% nel corso del 2018. Qualora il trend dovesse consolidarsi, i redditi delle famiglie conoscerebbero una contrazione tale da minacciare i consumi, che pesano per circa il 65% del Pil statunitense.

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