lunedì, Ottobre 14

Lavoro forzato: il lato oscuro della Cina Lavoro forzato, diritto dei lavoratori e sindacati: affrontiamo queste tematiche con Ivan Franceschini, Postdoctoral Fellow presso l’Australian National University

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La questione del lavoro forzato in Cina è un tema da maneggiare con estrema cautela, ma che puntualmente riesplode gettando pesanti ombre sulla gestione delle politiche sociali e dei diritti civili da parte del Partito Comunista Cinese, guidato dal Presidente Xi Jinping.

La scorsa settimana, l’agenzia stampa statunitense ‘Associated Press’ (AP) ha pubblicato un’indagine sui campi di detenzione dello Xinjiang, regione occidentale della Cina, dove sono stati rinchiusi circa un milione di cinesi uiguri, una minoranza musulmana che cova aspirazioni indipendentiste. Sebbene la questione dei campi di indottrinamento mandarini sia già nota da anni all’opinione pubblica internazionale, l’inchiesta di ‘AP’ ha portato alla luce il fatto che, all’interno di questi centri ‘rieducativi’, in realtà, le persone detenute siano costrette a lavorare in delle fabbriche manifatturiere e alimentari, sottopagate, o, addirittura, non retribuite.

AP’, infatti, ha rintracciato delle recenti spedizioni partite da una di queste fabbriche all’interno di un campo di internamento cinese e arrivate alla Badger Sportswear, una compagnia americana leader nell’abbigliamento sportivo che rifornisce università, college e scuole degli Stati Uniti.

La vicenda, dunque, ha gettato nuovamente i riflettori sul lavoro forzato in Cina, oltre a quello  – che già avevamo trattato – dei limiti della libertà religiosa.

Il problema, perciò, è tanto attuale, quanto annoso.

Nel 2016, il Global Slavery Index – uno studio globale sulle condizioni di schiavitù pubblicato dalla Walk Free Foundation aveva stimato che, in Cina, 3,8 milioni di persone vivevano in condizioni di schiavitù, che portavano  2,8 vittime ogni mille persone.

Nel 2007 fece scalpore il caso di giovani ragazzi che, rapiti dalle loro abitazioni situate in aree rurali, venivano costretti a lavorare nelle fornaci di mattoni della provincia dello Shanxi.

Nel luglio di quest’anno, invece, lavoratori della Jasic Technology, un’impresa hi-tech di Shenzhen, sono stati picchiati e detenuti dalla Polizia mentre protestavano contro il licenziamento, dopo aver tentato di creare un sindacato. Caso che ha fatto scoppiare le proteste di alcuni giovani studenti marxisti, poi arrestati dalle autorità per le loro mobilitazioni.

Per capire meglio e approfondire la questione del lavoro forzato in Cina, abbiamo contattato Ivan Franceschini, Postdoctoral Fellow presso l’Australian National University, che per un decennio, dal 2006 al 2015, ha vissuto a Pechino, dove ha lavorato come giornalista e come consulente nel campo della cooperazione allo sviluppo. Negli anni, ha pubblicato una decina libri sulla Cina, su temi che vanno dal traffico di esseri umani ai nuovi media, dalle relazioni industriali alla società civile. Nel 2011, con Tommaso Facchin ha girato ‘Dreamwork China’, un documentario sulla nuova generazione di lavoratori migranti in Cina. La sua attuale ricerca si concentra sul mondo del lavoro e dell’attivismo operaio in Cina e Cambogia.

 

Quando si parla di Cina, un tema delicato è quello del lavoro forzato. Può iniziare dandoci uno sguardo complessivo sull’argomento? Di cosa si parla quando si parla di lavoro forzato e quali sono i settori dove è più evidente il fenomeno?

Quando si parla di lavoro forzato in Cina in genere si fa riferimento a due realtà. La prima è la cosiddetta ‘rieducazione attraverso il lavoro’ (laojiao), un sistema di detenzione amministrativa che fino a poco tempo fa permetteva alla Polizia cinese di trattenere individui accusati di crimini minori per un periodo da uno a tre anni senza processo. La seconda è la ‘riforma attraverso il lavoro’ (laogai), per molti anni una componente chiave del sistema di giustizia penale. Sebbene il laojiao sia stato abolito nel 2013 e i laogai siano stati riclassificati come semplici prigioni già nel 1994, il cambiamento è stato più che altro di facciata, con il Codice Penale cinese che continua a stipulare che ‘chiunque sia abile al lavoro è tenuto ad accettare l’educazione e la riforma attraverso il lavoro’ (articolo 46). Nella Cina di oggi, si possono riscontrare diverse situazioni assimilabili al lavoro forzato anche al di fuori del sistema di amministrazione della giustizia. I casi più estremi coinvolgono giovani rapiti oppure disabili che vengono venduti come schiavi in miniere o fornaci illegali nelle campagne cinesi, oppure lavoratrici domestiche originarie di vari Paesi del Sudest Asiatico – alcune delle quali vittime di traffici – costrette a lavorare in condizioni terribili presso famiglie di Hong Kong. Altri casi riguardano studenti di istituti professionali che si trovano costretti a intraprendere stage in fabbriche con mansioni completamente scollegate alla propria specializzazioni, oppure lavoratori edili che si vedono trattenuti mesi e mesi di salario. Infine, vi è il caso particolarmente inquietante di un rinnovato uso istituzionale del lavoro forzato nei ‘campi di rieducazione’ aperti di recente dalle autorità cinesi nella provincia occidentale del Xinjiang per detenere cittadini uiguri, una minoranza etnica musulmana. Si stima che, ad oggi, siano oltre un milione gli uiguri rinchiusi in questi campi. Di fronte alle accuse della comunità internazionale, il Partito-Stato sta cercando in tutti modi di far credere che questi centri servano a fornire ai detenuti una preparazione professionale e linguistica ai cittadini uiguri onde garantire loro un migliore inserimento nella società e prevenire il diffondersi di forme di estremismo islamico. In quest’ottica perversa, il lavoro forzato sarebbe funzionale al raggiungimento di quest’obiettivo.

Nel 2007 fu eclatante la scoperta di persone che, dopo essere state rapite, venivano costrette a lavorare nelle fornaci, specie nella regione dello Shanxi? Com’è oggi la situazione?

Ho documentato lo scandalo del 2007 nel mio primo libro, ‘Cronache dalle fornaci cinesi. Le persone che all’epoca finivano nelle fornaci ‘nere’ erano soprattutto ragazzini della provincia dello Henan rapiti da gruppi criminali e adulti disabili venduti dalle proprie famiglie. In quegli anni, Grazie alla collusione degli apparati locali del Partito-Stato, fornaci di questo tipo erano piuttosto comuni nelle campagne della provincia dello Shanxi. Fu necessario l’intervento di un gruppo di genitori alla ricerca dei propri figli scomparsi, assistiti da alcune televisioni e giornali locali, perché l’esistenza di queste realtà giungesse all’attenzione del pubblico cinese, che reagì in maniera straordinaria, con un’eccezionale dimostrazione di solidarietà. Se oggi l’arcipelago delle fornaci non esiste più, i media locali continuano occasionalmente a riportare casi isolati di fornaci, o altre attività, che si servono di lavoratori in condizioni di vera e propria schiavitù. Il problema è che con i media cinesi sottoposti a un controllo sempre più stretto da parte del Partito-Stato è sempre più difficile trovare notizie su situazioni del genere.

La Cina negli ultimi anni sta spingendo molto sulle nuove tecnologie. C’è un collegamento tra queste e il lavoro forzato?

Mi vengono in mente due collegamenti. Il primo riguarda quelle imprese nel settore dell’elettronica, incluso il colosso taiwanese Foxconn, che negli ultimi anni si sono ampliamente servite di studenti di istituti tecnici e professionali come stagisti. Questi accordi tra imprese e istituti professionali, facilitati dai governi locali, costringono gli studenti a intraprendere stage che spesso comportano mansioni lavorative completamente scollegate dalla propria specializzazione, pena il non conseguimento del titolo di studio. Come se non bastasse, questi studenti spesso sono costretti a svolgere lo stesso lavoro dei propri colleghi in ruolo, però con paga minore, il che li rende un serbatoio di manodopera a basso costo irresistibile. Il secondo collegamento riguarda quanto sta accadendo in Xinjiang. La detenzione di oltre un milione di cittadini di etnia uigura in ‘campi di rieducazione’ – con i conseguenti casi di lavoro forzato che stanno iniziando ad essere documentati solo ora – è stata resa possibile dallo sviluppo e utilizzo di nuove tecnologie, spesso con la complicità di università e centri di ricerca occidentali. Nell’ultimo paio d’anni, l’intera provincia del Xinjiang è diventata un immenso laboratorio in cui il Partito-Stato sta sperimentando nuove tecnologie per la sorveglianza e il controllo della popolazione. Non solo i cittadini uiguri oggi sono costretti a installare applicazioni di sorveglianza nei propri telefoni, ma le autorità hanno iniziato a raccogliere i loro dati biometrici in occasione di controlli medici obbligatori. A questo si è accompagnata una rapida diffusione dell’uso di software per il riconoscimento facciale e la scansione delle iridi da parte della polizia in appositi posti di blocco. Tutti i dati raccolti in questo modo sono poi analizzati attraverso un’unica piattaforma, che offre un’analisi in tempo reale del livello di minaccia rappresentato dal cittadino in questione. Gli individui che il sistema identifica come ‘non sicuri’ vengono rinchiusi nei campi di rieducazione, entrando a far parte di un altro serbatoio di forza lavoro a basso costo.

L’immagine occidentalizzata della Cina è quella di un Governo centrale che controlla e programma ogni singolo aspetto dalla vita sociale. È davvero così? Come la Cina tutela i lavoratori e cosa ha fatto il PCC per combattere il lavoro forzato?

Si tratta senz’altro di un’immagine stereotipata, anche se è vero che da quando Xi Jinping è salito al potere le autorità cinesi hanno cercato in ogni modo di riaffermare il proprio controllo su ogni aspetto della vita sociale dei cittadini cinesi. Per quanto riguarda la questione dei diritti dei lavoratori, pochi sanno che le autorità cinesi hanno adottato una legislazione sul lavoro all’avanguardia, in particolare per quanto riguarda la tutela dei diritti individuali (i diritti collettivi sono tutto un altro discorso). Anche se esistono problemi notevoli di implementazione, le leggi cinesi sul lavoro non sono pezzi di carta straccia: al contrario, sono al centro tanto degli sforzi delle autorità cinese di canalizzare l’attivismo operaio quanto dei tentativi dei lavoratori cinesi di portare avanti le proprie rivendicazioni. La legislazione cinese non ignora il problema del lavoro forzato. Innanzitutto, il Codice penale cinese all’articolo 244 criminalizza il lavoro forzato, affermando che il datore di lavoro che costringa i propri dipendenti a lavorare restringendo la loro libertà personale è perseguibile penalmente e può ricevere una pena fino a tre anni di carcere. Similmente l’articolo 96 della Legge sul lavoro del 1995 proibisce esplicitamente il lavoro forzato. In maniera più sofisticata, la Legge sui contratti di lavoro del 2007 ha rappresentato un importante passo avanti, promuovendo la formalizzazione dei rapporti di lavoro attraverso l’imposizione di contratti di lavoro scritti enorme e norme più precise in materia di licenziamenti e previdenza sociale. Allo stesso modo, un emendamento del 2012 ha rafforzato la protezione per i lavoratori interinali, una delle categorie più vulnerabili allo sfruttamento, alla discriminazione, e alla coercizione. A parte queste iniziative legislative, sono ormai anni che le autorità cinesi lanciano periodiche campagne per risolvere il problema dei salari non pagati nel settore delle costruzioni, in particolare nelle settimane precedenti il capodanno lunare, quando i lavoratori migranti si apprestano a tornare alle proprie famiglie. Si tratta di iniziative molto importanti, il problema è che non c’è legge o campagna che tenga in quei casi in cui le autorità cinesi sono attivamente coinvolte nella promozione o nell’uso di lavoro forzato, come in Xinjiang o in certe fabbriche.

Dove si concentra maggiormente il lavoro forzato? Nelle aziende di Stato, le partecipate, o in quelle non direttamente controllate dal Governo centrale?

Come dicevo, i casi più estremi hanno luogo in piccole fornaci o miniere private nelle campagne cinesi, dove la supervisione da parte del Partito-Stato è minima, mentre i casi numericamente più significativi sono collegati a decisioni politiche delle autorità locali, che si tratti del Governo del Xinjiang con i propri campi di rieducazione oppure di quei Governi locali che si servono della manodopera studentesca come un’esca per attrarre investimenti. L’ultimo caso documentato di lavoro forzato – ne hanno scritto vari media occidentali – ha coinvolto Hetian Taida, un’azienda tessile basata in Xinjiang che è apparsa in un programma televisivo cinese che promuoveva l’immagine dei campi di lavoro come centri di rieducazione e reinserimento professionale per la minoranza uigura.

Che ruolo svolgono i sindacati? Cos’è l’ACFTU?

In Cina non esistono sindacati indipendenti. Il monopolio della rappresentanza dei lavoratori è assegnato all’All-China Federation of Trade Unions (ACFTU), un colosso con oltre 300 milioni di membri che ad oggi è organizzato secondo il principio leninista del centralismo democratico e dovrebbe funzionare come ‘cinghia di trasmissione’ tra Partito e lavoratori. L’ACFTU è completamente subordinata al Partito-Stato e, trovandosi in una simile posizione di sudditanza, può giocare un ruolo molto limitato nei casi di lavoro forzato che coinvolgono decisioni prese dai livelli superiori della gerarchia politica, come ad esempio in Xinjiang. Può giocare un ruolo ancora minore in quelle situazioni che, verificandosi in contesti non urbani o non aziendali, sfuggono totalmente alla sua supervisione. Ciò che l’ACFTU può fare è sfruttare il proprio radicamento nell’apparato burocratico per promuovere nuove leggi e regolamenti sul lavoro finalizzati a meglio tutelare i lavoratori – come ha fatto con un certo successo sotto l’amministrazione di Hu Jintao e Wen Jiabao – oppure fornendo assistenza legale a posteriori alle vittime di qualche violazione.

Che risonanza ha avuto il caso della Jasic Technologies, dove i lavoratori si sono riuniti e si sono lamentati perché costretti a lavorare ‘come schiavi’? Collegato a questo caso, vi è poi quello di alcuni studenti arrestati perché protestavano a fianco dei lavoratori. Perché gli studenti marxisti rappresentano un problema per il Governo comunista cinese?

Il caso della Jasic non ha nulla a che fare con la schiavitù. Si tratta di una protesta operaia come tante altre che oggi accadono in Cina, in cui i lavoratori si mobilitano con delle rivendicazioni ben precise, ad esempio – nel caso specifico – la durezza degli orari di lavoro, i compensi troppo bassi oppure pagai in ritardo, le multe eccessive o irragionevoli e i regolamenti inflessibili sul posto di lavoro. Una prima cosa che contraddistingue questo caso è il fatto che i lavoratori, disillusi dall’impotenza dell’ACFTU, hanno tentato di formare un proprio sindacato indipendente. Questo in Cina succede molto di rado e ha scatenato una reazione durissima da parte delle autorità. Un secondo aspetto straordinario è che l’arresto dei lavoratori ha scatenato una mobilitazione senza precedenti da parte di studenti marxisti di alcune università cinesi d’élite – in particolare l’Università di Pechino – i quali si sono organizzati per viaggiare nel Guangdong e manifestare la propria solidarietà ai lavoratori. Questo ha provocato una seconda campagna di repressione, durissima e ancora in corso, questa volta mirata agli studenti marxisti, che in alcuni casi sono stati aggrediti e sequestrati da agenti della pubblica sicurezza all’interno dei campus universitari. In questo momento si parla di 32 persone detenute, tra lavoratori della Jasic e loro sostenitori esterni, di molti dei quali non si conoscono le circostanze. Gli studenti marxisti rappresentano un problema per le autorità cinesi per almeno tre ragioni. Una prima ragione è storica e ha a che fare con la lunga storia di mobilitazioni studentesche che hanno segnato la storia della Cina moderna e contemporanea, dal movimento patriottico del 4 maggio 1919 alle proteste per la democrazia della primavera del 1989. Una seconda ragione è ideologica ed è legata al fatto che simili mobilitazioni ‘di sinistra’ mettono in luce tutte le contraddizioni nei discorsi su cui il Partito Comunista Cinese fonda la propria legittimità. Infine, una terza ragione va individuata nel fatto che la componente maoista-marxista nelle proteste operaie – per ora molto limitata, almeno per quanto riguarda le proteste di lavoratori migranti nel sud della Cina – rappresenta una significativa escalation dal punto di vista politico. Un conto infatti sono proteste mirate alla tutela di diritti già concessi dal Partito-stato; un altro proteste politiche in cui si parla di ‘lotta di classe’ e si chiedono, tra altre cose, sindacati indipendenti. Comunque sia, anche se il caso della Jasic sta avendo una risonanza enorme a livello internazionale, difficilmente il grande pubblico cinese – ad eccezione di ristrette cerchie di studenti ed attivisti – ne ha sentito parlare. Di fatto, l’attacco contro i lavoratori della Jasic e i loro sostenitori è l’ultimo tassello in una lunga serie di intimidazioni e attacchi ai danni della società civile cinese sotto l’amministrazione di Xi Jinping.

Quali contraddizioni vive oggi la società cinese?

Secondo l’analisi del Partito Comunista Cinese, la contraddizione principale della società cinese sarebbe recentemente passata da quella tra ‘i sempre crescenti bisogni materiali e culturali del popolo e una produzione sociale arretrata’ a quella tra ‘sviluppo squilibrato e inadeguato e i sempre crescenti bisogni del popolo di una vita migliore.’ Retorica ufficiale a parte, la società cinese – come d’altra parte ogni società, Italia inclusa – è attraversata da un’infinità di contraddizioni politiche, sociali, economiche. Libri interi sono stati scritti sull’argomento e certo non posso esaurire la questione in una risposta di poche righe. A mio avviso, però, la sfida principale con cui il Partito-Stato si trova a confrontarsi oggi è legata alla necessità di gestire un’economia in continuo rallentamento e una popolazione in rapido invecchiamento, il tutto nel mezzo di crescenti tensioni internazionali. Molte delle misure draconiane adottate negli ultimi anni dalle autorità cinesi sembrano indicare che il Partito-Stato intenda puntare sempre più su violenza e coercizione per mantenere la stabilità sociale e assicurarsi la perpetuazione del proprio potere. La sostenibilità di questa strategia è tutta da vedere.

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