domenica, Novembre 29

Lavoratori nordcoreani in Russia: schiavitù o esilio volontario?

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Il rapporto annuale ‘Trafficking in Persons 2017’, condotto dalla Casa Bianca per monitorare il tragico fenomeno del traffico degli esseri umani è stato chiaro: la Russia è colpevole di incentivare e sfruttare I flussi di lavoratori forzati inviati dal regime nord coreano all’estero.

Le condizioni dei lavoratori coreani sarebbero, secondo il rapporto, «da schiavi» e le imprese russe e il Cremlino starebbero approfittando di accordi vecchi di decine di anni, risalenti a quando Unione Sovietica e Nord Corea iniziarono il rapporto di ‘amicizia e collaborazione’ che prevedeva lo stanziamento di cittadini coreani in campi di lavoro in Russia gestiti e organizzati dalle autorità di Pyongyang, o alle dipendenze di aziende sovietiche.

Quando il trattato venne stipulato, nel 1961, i campi di lavoro erano destinati a prigionieri politici nord-coreani, che sarebbero stati deportati in una delle regioni più inospitali e isolate del mondo. I muscoli dei dissidenti potevano inoltre essere sfruttati per alimentare l’economia russa, lavorando in aree geografiche e condizioni troppo dure persino per gli operai sovietici. I profitti dei campi sarebbero stati divisi tra i Governi russo e coreano.

La situazione, tuttavia, cambiò poco più tardi, quando, negli anni ’70, anche i lavoratori ordinari iniziarono a essere inviati all’estero (anche la Cina ha goduto e continua a godere di accordi simili con la Corea del Nord). Se si escludono, ovviamente, i lavoratori, la collaborazione internazionale sembra essere vincente per tutte le parti. I nordcoreani, ignari di qualsiasi cosa possa vagamente ricordare una normativa che garantisca i diritti dei lavoratori, sono lavoratori efficenti ed estremamente economici per i russi. Da parte di Pyongyang, il salario in valuta estera che i lavoratori portano poi in Patria è più che benvenuto, visto il rigido sistema di limiti e sanzioni che blocca la maggior parte dei flussi di denaro potenzialmente diretti nel Paese. Oggi sarebbero circa 30.000 i lavoratori nordcoreani in Russia, e guadagnerebbero tra i 300 e i 700 dollari al mese.

Rapporti e pettegolezzi contribuiscono a dipingere una situazione tragica: i lavoratori sarebbero impegnati anche 12 ore, senza pause né giorni feriali (con l’eccezione del Capodanno nordcoreano e il compleanno del ‘Caro Leader’). La questione è tornata alla ribalta anche in seguito ad alcune testimonianze che denunciavano le condizioni dei lavoratori nordcoreani assunti nelle aziende impegnate nella costruzione delle infrastrutture necessarie a ospitare i mondiali di calcio in Russia.

I reparti – e i campi – che fanno uso di personale nord coreano sarebbero infatti delle ‘enclavi’ di Pyongyang, governate dalla legge e dalle logiche nord coreane, nonostante formalmente alle dipendenze e nel territorio della Russia. E’ infatti difficilissimo intervistare i diretti interessati, i lavoratori coreani, perennemente sorvegliati da guardie e militari di Pyongyang. Difficile anche capire se le morti – frequenti nei campi della Russia rurale, ma avvenute anche nei contesti urbani e nella costruzione dello stadio di San Pietroburgo – siano effettivi incidenti sul lavoro o, invece, vere e proprie esecuzioni.

La situazione, tuttavia, è meno tragica di quel che sembra, almeno secondo un esperto russo in materia di Corea del Nord come Andrei Lankov. Su ‘Carnegie, think tank russo di approfondimento politico, Lankov fa notare che il rapporto della Casa Bianca non tiene conto di un particolare: la stragrande maggioranza dei lavoratori nordcoreani impiegati in Russia è costituita da volontari.

Non solo: l’operario nordcoreano sarebbe disposto a fare carte false pur di aggiudicarsi un permesso lavorativo di due anni all’estero. E’ per questo che solo chi ha buoni contatti ‘ai piani alti’ dell’amministrazione di Pyongyang riesce a corrompere il sistema per ottenere il permesso di lasciare il Paese. Le condizioni di lavoro in Russia, tremende per standard occidentali, sono estremamente favorevoli per un nordcoreano. Gli stipendi russi sono sostanzialmente l’unica strada che un cittadino ha per accumulare una quantità decente di denaro e aumentare il suo standard di vita. Le ‘bustarelle’ per un posto di lavoro in Russia sono molto più costose di quelle per essere ‘esiliati’ in Cina, tra l’altro, testimoniando quanto ambita sia la meta eurasiatica. Persino quando costretti a cedere fino al 50% del loro salario allo Stato, i nordcoreani si rivelano capaci di risparmiare una quantità tale di denaro da apparire, al loro ritorno in patria, quasi ‘benestanti’.

La libertà di cui godono in Russia, assolutamente insufficiente per qualsiasi occidentale, è comunque maggiore di quella concessa in Cina (qui i lavoratori non possono neppure lasciare il posto di lavoro) e infinitamente superiore a quella di cui dispongono in Patria. Forse anche per questo i lavoratori di ritorno in Nord Corea vengono sottoposti a  esami di ‘rieducazione ideologica’, in modo da eliminare pericolose idee eterodosse apprese all’estero.

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