martedì, Settembre 29

L’assedio alla Silicon Valley Cosa c'è dietro gli attacchi multilaterali contro il settore hi-tech?

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Negli ultimi giorni, il settore hi-tech si trova letteralmente nell’occhio del ciclone. L’erompere dello scandalo Facebook legato al trasferimento indebito di dati alla società Cambridge Analytica ha infatti innescato un effetto domino che ha finito per coinvolgere l’intera Silicon Valley trascinando il Nasdaq, l’indice che raggruppa i titoli tecnologici, in una pesante caduta. L’effetto traino è stato indubbiamente svolto Amazon, che lo scorso mercoledì ha perso più di 31 miliardi di dollari del proprio valore di mercato sull’onda di un rapporto redatto da Axios in cui si sosteneva che Donald Trump sarebbe ‘ossessionato’ dall’idea di rivedere il trattamento fiscale nei confronti dell’azienda accusata di aver messo in crisi l’intera catena del commercio al dettaglio. Secondo Patrick Armstrong di Plurimi Investment Managers, la correzione sarà ancora più brutale a causa dell’entrata in vigore delle misure protezionistiche annunciate dal governo e della necessità di riportare a contatto con la realtà un settore cresciuto a dismisura nel corso degli ultimi anni senza alcuna valida giustificazione.

Molto più interessanti, a questo proposito, risultano tuttavia i rilievi mossi da George Soros in occasione del Forum Economico di Davos dello scorso gennaio, nel corso del quale il celeberrimo speculatore ha assestato una stoccata folgorante alle regine dell’hi-tech richiamando l’attenzione sul pericolo che a suo dire società come Facebook e Google rappresentano per la tenuta stessa dei sistemi democratici: «se le aziende minerarie e petrolifere sfruttano l’ambiente fisico, i social media sfruttano l’ambiente sociale. I social media influenzano il modo in cui le persone pensano e si comportano senza che nemmeno loro ne siano consapevoli. Le conseguenze si riverberano anche sul funzionamento della democrazia, in particolare delle elezioni, come si è visto nel coso del voto per le presidenziali americane […]. A Facebook ci sono voluti otto anni e mezzo per raggiungere un miliardo di utenti e metà di quel tempo per raggiungere il secondo miliardo. A questo ritmo, Facebook esaurirà il resto delle persone da convertire in meno di tre anni […]. Facebook  e Google controllano efficacemente oltre la metà di tutte le entrate pubblicitarie su Internet. Per mantenere il loro dominio, hanno bisogno di espandere le loro reti e aumentare la loro quota di attenzione degli utenti. Attualmente lo fanno fornendo agli utenti una piattaforma conveniente. Più tempo gli utenti passano sulla piattaforma, più diventano preziosi per le aziende […]. [I social media] ingannano i loro utenti manipolando la loro attenzione e indirizzandola verso i propri scopi commerciali, oltre a creare deliberatamente dipendenza dai servizi che forniscono. Si tratta di un fenomeno che può essere molto dannoso, in particolare per gli adolescenti […]. Il potere di plasmare l’attenzione delle persone tende così a concentrarsi nelle mani di poche aziende. Ci vuole uno sforzo reale per affermare e difendere ciò che John Stuart Mill definiva la libertà della mente. C’è la possibilità che una volta persa, le persone che crescono nell’era digitale avranno difficoltà a riconquistarla. Ciò potrebbe avere conseguenze politiche di vasta portata». Inoltre, «se le aziende Internet ricche di dati come Facebook e Google mettessero i loro sistemi di sorveglianza al servizio più o meno indiretto dello Stato, ciò potrebbe comportare una rete di controllo totalitario che nemmeno Aldous Huxley e George Orwell avrebbero potuto immaginare». Ragion per cui, a detta di Soros, occorre introdurre una forte regolamentazione atta a disciplinare il loro comportamento, altrimenti «è molto difficile aspettarsi che cambieranno: non hanno né la volontà né l’inclinazione a proteggere la società dalle conseguenze delle loro azioni. Sono dunque una minaccia e spetta alle autorità provvedere in questo senso. I loro giorni sono contati». È proprio questo il motivo per cui Soros ha deciso di distogliere l’attenzione dai Paesi in via di sviluppo per concentrare le attività delle proprie fondazioni all’interno delle nazioni più avanzate, dove attualmente i principi della ‘società aperta’ sarebbero maggiormente minacciati non solo dall’offensiva populista, ma anche e soprattutto dall’affermazione dei social media.

Le considerazioni formulate da Soros dalle tribune di Davos erano state interpretate dagli osservatori più avveduti come profezie destinate ad (auto)avverarsi, in ragione della consolidatissima abilità del finanziere di origini ungheresi a fiutare l’aria che tira e impiegare efficacemente i notevoli mezzi economici a propria disposizione a determinati fini politici. Non a caso, dopo aver lanciato le sue bordate contro la Silicon Valley, il magnate ha scaricato 100.000 azioni di Facebook (per un controvalore di 19 milioni di dollari), 74.000 di AliBaba (12, 7 milioni) e 10.000 di Amazon (9,6 milioni), oltre ad aver dimezzato la sua esposizione con Microsoft (portandola a 58.000 azioni). Il Berkshire Hataway di Warren Buffett, invece, ha sì incrementato del 23,3% le sue quote in Apple (per un totale di 28 miliardi di dollari), ma ha anche semi-liquidato la sua partecipazione in Ibm (passando dal controllo di 37 a 2 milioni di azioni in pochi mesi).

D’altro canto, è evidente che lo scandalo che ha travolto Facebook va a toccare direttamente i punti caldi messi in evidenza da Soros, a partire dall’uso dei dati raccolti tramite il meccanismo dei social media come strumento di sorveglianza e manipolazione dell’opinione pubblica, e potrebbe verosimilmente preludere all’introduzione di inasprimento delle norme vigenti in materia di difesa della privacy e di tutela del bene comune destinato a produrre pesanti ricadute su tutto il settore dell’alta tecnologia. È con ogni probabilità a questa cupa prospettiva che si deve la recente condanna di Facebook  da parte di alcune delle più potenti società della Silicon Valley, che solo pochi anni fa avevano fatto fronte comune contro le pressioni delle autorità che pretendevano da Apple lo sblocco dell’iPhone del terrorista responsabile della strage di San Bernardino. L’alzata di scudi a difesa della privacy inscenata in quell’occasione sortì l’effetto previsto, ma rispetto ad allora gli equilibri sono cambiati profondamente in ragione di una possibile spaccatura verticale in seno sia al cosiddetto ‘Stato profondo”, sia al comparto hi-tech tra «l’industria del prodotto e quella dei dati, con quest’ultima che è ovviamente maggiormente coinvolta e sotto la lente». Elon Musk ha cancellato gli account Facebook delle sue aziende Tesla e Space-X, mentre Tim Cook di Apple e Ginny Rometty di Ibm si sono spinti a trattare direttamente l’argomento stigmatizzando l’operato di Facebook e invocando l’introduzione di una serie di norme volte a precludere qualsiasi possibilità di raccogliere dati degli utenti. Il silenzio assordante da parte degli altri colossi della Silicon Valley (Google, Amazon, Microsoft e Twitter) può essere interpretato sia come una scelta attendista che una mossa tattica dettata dalla volontà di non fornire al fronte avverso ulteriori argomenti per elevare il tono di un’offensiva che sembra già piuttosto pesante.

Le profezie di Soros, gli attacchi di Trump contro Amazon, lo scandalo Facebook e la flessione del Nasdaq vanno infatti a sommarsi all’incidente di Temple, dove una auto-robot Volvo a intelligenza artificiale targata Uber ha investito e ucciso una donna, e allo schianto di Mountain View, dove una Tesla Model X con sistema di guida autonoma ha impattato uno spartitraffico incendiandosi e uccidendo l’autista (un ingegnere della Apple). Questa strana concatenazione di eventi è stata accompagnata da una serie di declassamenti da parte delle agenzie di rating e da un palese cambio di atteggiamento da parte della stampa mainstream, che ha allargato considerevolmente lo spazio dedicato alle posizioni critiche nei confronti delle imprese della Silicon Valley e delle loro ‘pulsioni monopolistiche’. L’attacco contro le regine dell’hi-tech è quindi concentrico e di portata sistemica. Resta da vedere quale strategia adotteranno le varie Facebook, Amazon, Google, ecc. e se la loro linea  di difesa riuscirà a reggere l’urto.

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