martedì, Settembre 29

L’assalto di Soros a Trump

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«La prima cosa che salta agli occhi è la natura megalomane del progetto filantropico di Soros. I suoi tentacoli raggiungono qualsiasi angolo della Terra. Non vi è area politica che possa dirsi esente dai suoi tentativi di penetrazione». Così scrive il giornale conservatore Israeliano ‘Jerusalem Post‘ nel prendere atto che gli sforzi del magnate di origini ungheresi stanno concentrandosi negli Stati Uniti, dove sembra essere sorto uno dei principali antagonisti al suo disegno politico-finanziario, vale a dire Donald Trump.

Già, perché «sotto diversi aspetti, la campagna di Donald Trump rappresenta una diretta risposta non tanto alla Clinton, quanto allo stesso Soros», riporta ancora il quotidiano suggerendo una chiave interpretativa utile a comprendere l’attuale, violentissimo scontro interno allo ‘Stato profondo’ Usa. Dietro a Trump sembrano infatti essersi asserragliati quei gruppi sociali dominanti che premono per la re-industrializzazione del Paese e l’instaurazione di accordi bilaterali da adattare alle caratteristiche dei singoli Stati con i quali ci si raffronta, con l’obiettivo di rilanciare l’occupazione e mitigare l’impatto devastante che la perdita di posti di lavoro ha prodotto in termini di depauperamento, incremento della criminalità e spopolamento di intere aree urbane (si pensi a Detroit). Un simile mutamento d’approccio presuppone il riconoscimento dello status di potenze ad altri Stati non sempre allineati al ‘Washington consensus’, con conseguente ridefinizione dei rapporti di forza internazionali.

Soros fa parte dello schieramento opposto, poiché i suoi interessi economici e la sua visione del mondo richiedono l’ulteriore espansione della globalizzazione finanziaria che negli ultimi decenni si è irradiata dagli Stati Uniti soprattutto per volontà dai democratici, attraverso trattati di libero scambio e organismi sovranazionali controllati di fatto da Washington (Banca Mondiale, Wto e Fmi). La globalizzazione ha indubbiamente permesso agli Usa di consolidare la propria supremazia, favorendo in particolar modo le imprese multinazionali e i colossi della finanza che, facendo leva sulla schiacciante superiorità politico-militare statunitense, hanno avuto modo di imporre i propri interessi in tutto il mondo.

Con il passare del tempo, però, i nodi sono venuti progressivamente al pettine, perché la rimozione di tutte le barriere ha sì consentito alle grandi aziende di abbattere i costi di produzione, ma ha anche provocato il trasferimento di milioni di posti di lavoro all’estero lasciando per strada un numero sempre maggiore di blue collar. Questa rottura del ‘compromesso fordista’ non si ripercuote peraltro soltanto in ambito socio-economico, ma è destinato a produrre forti ricadute anche sul piano della sicurezza nazionale, perché la conseguenza inevitabile del processo di delocalizzazione all’estero della produzione della componentistica  da parte dei giganti del complesso militar-industriale – i quali tendono sempre più a trasformarsi in semplici progettatori-assemblatori – non può che essere la perdita delle competenze all’interno degli Stati Uniti.

A collidere sono quindi due visioni contrapposte; l’una votata a porre fortemente l’accento sul concetto di interesse nazionale e l’altra di ispirazione globalista. In tale scontro che punta alla ridefinizione della potenza statunitense e alla rielaborazione delle strategie per attuarla Soros è ovviamente schierato dalla parte dei ‘globalizzatori’, che da quando Trump si è insediato alla Casa Bianca conducono contro di lui una poderosa offensiva di carattere mediatico incentrata su temi sociali alquanto delicati come i diritti della comunità Lgbt e, soprattutto, degli emigrati.

La rete di Ong, ‘manifestanti professionali’, esperti di lotta non-violenta, giornali e riviste facente capo al finanziere è naturalmente in prima fila nella contestazione del presidente e nella promozione degli ideali della ‘società aperta’ prefigurata da Karl Popper. Uno straordinario attivismo che contrasta in maniera evidente con quanto dichiarato dallo stesso Soros verso la fine degli anni ’90 all’intervistatore che gli chiedeva come ci si sente ad essere il principale responsabile della crisi delle ‘tigri asiatiche’; «non mi sento colpevole – affermò Soros – perché sono impegnato in un’attività amorale che non ha nulla a che vedere con il concetto di colpevolezza. […]. Non sono tenuto a calcolare le ricadute sociali provocate dal mio operato».

Al contrario, come tuona ancora il ‘Jerusalem Post‘, hanno una finalità politica ben precisa: «i progetti appoggiati da Soros condividono le stesse caratteristiche di base: tutti operano per indebolire le capacità delle autorità locali e nazionali nelle democrazie occidentali di difendere le leggi e i valori delle loro nazioni e comunità». Chi se n’è accordo, come Vladimir Putin in Russia e Viktor Orbán in Ungheria, ha provveduto ad espellere le Ong sostenute dal magnate. Negli Stati Uniti si sono alzate voci, in specie da ambienti della destra radicale, che accusano Soros di voler cancellare l’identità nazionale e provocare l’impeachment di Trump.

Due autorevoli studiosi hanno rilevato come il tycoon newyorkese sia stato preso di mira da un’ondata di attacchi lanciati simultaneamente dal basso, con le continue manifestazioni di strada, e dall’alto, con giudici e congressisti che con l loro iniziative tengono sempre sotto pressione la squadra di governo, secondo un modello operativo elaborato dal politologo ceco Ján Kozák, ritenuto uno degli ideologi più seguiti da Soros.

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