venerdì, Settembre 25

L’Asia Orientale e la crisi field_506ffb1d3dbe2

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banche asia

L’Asia – e la sezione ASEAN nello specifico – stanno vivendo una stagione complessa da decifrare. Per questo ci rivolgiamo ad un esperto in tali tematiche, Andrea Pierri, autore di un recente Working Paper intitolato: “L’Asia Orientale attraverso le crisi”, in qualità di analista del Gruppo SACE. Il Gruppo SACE offre un’ampia gamma di prodotti e servizi per sostenere le aziende e le banche nel loro business sul mercato domestico ed internazionale. 

Con i prodotti per l’assicurazione del credito si proteggono le vendite delle aziende che concedono dilazioni di pagamento ai propri acquirenti italiani ed esteri. La pluriennale esperienza del Gruppo SACE aiuta le aziende e le banche ad orientarsi nelle scelte di investimento, soprattutto in Paesi ad alto potenziale, proteggendo gli investimenti all’estero.

 

La contrazione delle importazioni, soprattutto da parte dell’Unione Europea ha comportato una revisione al ribasso del proprio PIL complessivo e non solo alla voce “esportazioni” per alcune Nazioni come Thailandia e Indonesia. Anche la Cina, però, vede il proprio ritmo di crescita rallentare progressivamente. Ritiene che sia giunto davvero il momento delle riforme economiche anche in Cina, oltre le parole che finora sono state spese in tal senso?

La Cina deve oggi affrontare problemi che richiedono soluzioni strutturali e nuove sfide cruciali per la sua crescita interna, nonché per le relazioni con il resto del mondo. L’implementazione di queste riforme e cambiamenti strutturali certamente porterà con sé dei benefici, ma anche dei rischi di breve e di lungo periodo.  Il principale rischio di lungo termine è che questi cambiamenti strutturali possano rivelarsi più difficili di quanto si pensi. Oggi la Cina è trenta volte più di grande di quanto non lo fosse nel 1978. Da un punto di vista pratico, fare oggi riforme strutturali è quindi trenta volte più difficile di quanto non lo fosse trentacinque anni fa. I rischi di breve periodo sono ancora più tangibili. Il più importante è che la crescita dei consumi interni non riesca a colmare il vuoto lasciato dagli investimenti e dalle esportazioni, e che la crescita dell’attività economica possa rallentare di più di quanto inizialmente preventivato. Un altro rischio, particolarmente spinoso, è quello della riduzione del ruolo delle “SOEs” nell’economia. Sebbene positivo, questo farebbe venir meno uno dei principali meccanismi attraverso il quale il governo riesce a gestire la crescita. Ma alla fine, il rischio più grande sarebbe proprio quello di non fare nulla.

Già  in passato la Cina ha affrontato sfide impegnative, superandole nonostante lo scetticismo di molti. In questo senso, il passato non è molto differente dal presente. Ora però si aggiungono una serie di pressioni globali e una maggiore responsabilità che deriva direttamente dal ruolo e dal peso che la Cina ha acquisito negli ultimi anni nello scenario politico ed economico internazionale.

Il mercato del lavoro asiatico va anch’esso inflazionandosi: oggi la manodopera vietnamita, del Bangladesh, dell’India, del Myanmar e delle Filippine pone una aperta sfida al ribasso a uno dei più forti elementi del potere contrattuale cinese. Che effetti potrà avere tutto questo sul mercato del lavoro globale? UE e USA non possono permettersi costi del lavoro così bassi e l’erosione così smaccata dei Diritti dei Lavoratori.

Le delocalizzazioni per scopi meramente speculativi, cambiano continuamente nel tempo alla ricerca di minori costi produttivi. Il fatto che ora in Cina i salari orari stiano aumentando a ritmi superiori a quelli della produttività, impone alle imprese di aumentare i prezzi finali delle merce per coprire i più alti costi di produzione, mettendo in seria discussione il modello dell’economia cinese basato sul lavoro a basso costo e sulle esportazioni. Così le multinazionali straniere, ma anche le stesse imprese cinesi, delocalizzano le proprie produzioni verso altri paesi, che offrono un costo del lavoro molto più basso, come l’Indonesia, il Bangladesh e il Vietnam. Ma questa delocalizzazione funziona solo per produzioni a basso valore aggiunto, che necessitano dell’impiego di manodopera poco specializzata.

Oggi si sta assistendo ad un fenomeno nuovo, chiamato di backshoring o nearshoring. Si tratta di processi, totali o parziali, di riallocazione delle attività produttive e di approvvigionamento delle materie prime, o nel Paese di “origine” della produzione (“backshoring”), o in Paesi geograficamente più vicini rispetto a quelli in cui si era investito inizialmente (“nearshoring”). Questi fenomeni di rientro riguardano prevalentemente i processi di delocalizzazione in senso stretto, volti alla mera riduzione dei costi produttivi.

Una delle cause principali del back-shoring è infatti la riduzione nel differenziale dei costi di produzione tra Paesi. Questo dipende a sua volta da vari fattori, quali l’aumento del costo del lavoro nei Paesi emergenti, l’aumento del costo dei trasporti e l’abbattimento dei tempi di spedizione. Si hanno inoltre benefici per la diminuzione dei costi di coordinamento internazionale e per l’aumento della flessibilità, grazie a minori tempi di trasporto e alla possibilità di effettuare cambiamenti last minute. Si riduce inoltre il rischio legato alla qualità dei beni, che è a volte minore nelle produzioni off-shore. Al contempo, molte grandi aziende dei paesi emergenti, vere e proprie multinazionali, investono su scala globale, anche nei mercati dei paesi industrializzati dove possono trovare le tecnologie e il know how di cui hanno bisogno.

Le Nazioni asiatiche hanno analizzato con attenzione la strutturazione dell’Unione Europea e la reificazione del debito sovrano che ha determinato lo stato attuale del vecchio Continente e conseguentemente dell’intero blocco economico occidentale. Per questo motivo, cercano di non commettere gli stessi errori, ad esempio, nell’ASEAN che va via via unificandosi superando la forma attuale di sola “Associazione” nessun Paese Membro cede la propria sovranità monetaria. Al contempo, che insegnamento noi occidentali possiamo trarre dal modo in cui l’Asia sta reagendo alla crisi globale?

Ci sono ovviamente dei costi reali nell’uso di più monete, costi che si potrebbero evitare adottando una valuta unica. L’interscambio commerciale è più costoso se bisogna cambiare i soldi, portarsi dietro più valute e/o tenere conti corrente in diverse divise. La possibilità di variazione nel tasso di cambio crea incertezza; la pianificazione diventa più difficile e la contabilità meno chiara quando le entrate e le uscite sono sempre nella stessa moneta. Ma ci sono anche vantaggi significativi nel possesso di una propria moneta, il più noto dei quali è la possibilità di ricorrere alla svalutazione per facilitare il processo di adattamento ad uno shock economico. L’istituzione di una moneta comune comporta un trade-off. Da una parte ci sono degli aumenti a livello di efficienza: i costi delle imprese diminuiscono e presumibilmente la pianificazione strategica migliora. Dall’altra parte c’è una perdita di flessibilità, che può essere un grosso problema se ci sono forti shock asimmetrici. A mio avviso, non penso che i paesi del Sud Est Asiatico decidano di rinunciare alla propria autonomia valutaria.

Prima delle crisi del 1997, l’avviso dei Paesi avanzati e delle istituzioni internazionali ai paesi in via di sviluppo in merito ai loro sistemi finanziari era “Voi dovreste prendere esempio da noi”, nel senso che avrebbero dovuto adottare la stessa apertura al mercato dei capitali e le stesse politiche macroeconomiche.

Molti Paesi asiatici, con l’eccezione di Singapore e Cina, incapaci di far fronte agli squilibri della propria bilancia dei pagamenti, si rivolsero al Fondo Monetario Internazionale (FMI) e alla Banca Mondiale per chiedere un piano di salvataggio. L’intervento di un soggetto multilaterale va ovviamente ad interferire con la sovranità nazionale, limitandola. Nel momento in cui si richiede al FMI di intervenire bisogna concordare un programma di ristrutturazione che restringe necessariamente l’autonomia di uno Stato.

Dopo la crisi del 1997 il consiglio è cambiato; “Voi dovreste prendere esempio da noi ma poi procedere ad un vostro ritmo, secondo la maturazione raggiunta dal vostro sistema finanziario”. I paesi emergenti, nonostante il persistente consiglio da parte dei Paesi avanzati non li seguirono.

Paesi che hanno vissuto direttamente la crisi, come Malesia, Indonesia e Thailandia, e altri che pur non vivendola direttamente ne hanno subito le ripercussioni, come la Cina, ne hanno risentito così tanto che hanno deciso di non correre mai più questo rischio: sono divenuti dei paesi estremamente virtuosi. Dopo la crisi del 1997, la reazione è stata di creare barriere di protezione per prevenirne una nuova. Le principali barriere sono: riduzione dei finanziamenti esteri, surplus nella bilancia dei pagamenti, incremento delle misure di controllo sui flussi di capitale in entrata e in uscita, ma soprattutto un forte aumento delle riserve valutarie sia in dollari sia in euro.

Naturalmente le economie occidentali sono profondamente diverse da quelle asiatiche e sembrerebbe impossibile replicare il loro modello. Certamente però, le economie occidentali dovranno necessariamente divenire più “resilienti” ad eventuali eventi esogeni futuri.

 

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