venerdì, Febbraio 21

L'Asia che argina il terrorismo false

0

Isis Malaysia

Una dozzina d’anni dall’11 settembre. La guerra fallimentare contro i talebani in Afghanistan. L’invasione occidentale dell’Iraq per armi chimiche inesistenti, l’esecuzione di Saddam e il ritiro di tutti i soldati. Altri attacchi terroristici attribuiti ad al-Qaeda a Madrid e Londra. L’uccisione (o scomparsa) del leader della rete terroristica Osama Bin Laden, mentre il Medio Oriente e il Nord Africa vengono spazzati da venti più invernali che primaverili, portatori di sconvolgimenti, instabilità, drammi.

Dopo la nuova campagna di Libia, lo scoppio della guerra civile in Siria e la recente cavalcata di ISIS, il mondo musulmano vicino a noi pare dilaniato e disintegrato. La competizione originaria e intestina all’Islam, fra sunniti e sciiti, ci pone davanti a due fronti geopolitici: Arabia Saudita, Qatar, ISIS da una parte e Iran, Russia al sostegno del regime siriano di Assad, dall’altra. L’Occidente è confuso, la Turchia si comporta in modo ambivalente.

Ma cosa accade, nel frattempo, nel Sud Est Asiatico e, in particolare, in Indonesia, il Paese musulmano più popoloso del pianeta? Lo avevamo lasciato con gli attentati di Bali del 2002 e del 2005, e quello al Marriot Hotel di Giacarta nel 2003. A compierli era stata la rete terroristica dell’area, la Jemaah Islamiyah, i cui capi erano rientrati nel Paese dalla Malesia a fine anni Novanta, dopo la caduta del dittatore Suharto. Ad almeno dieci anni di distanza, mentre si teme un’espansione smisurata dell’ISIS, si può affermare che non solo al-Qaeda non esiste più come rete operativa, ma anche che la Jemaah Islamiyah, che ebbe contatti con i qaedisti, è sconfitta.

“I suoi esponenti sono stati arrestati. La polizia indonesiana ha disarticolato i gruppi jiahdisti con azioni di antiterrorismo mirate, ben costruite e anche indirizzate dagli Stati Uniti”. Dal suo ufficio all’Università degli Studi di Milano, lo spiega a ‘L’Indro’ il docente Francesco Montessoro, uno dei più autorevoli studiosi dell’arcipelago indonesiano e dell’Asia Sud-Orientale.

La paura apocalittica di un mondo terrorizzato da Ovest a Est è infondata, anche se restano dei rischi episodici, isolati o legati a specifiche realtà locali. Ancora una volta si ribadisce che l’universo islamico è complesso. In esso non esiste una sola Chiesa, una gerarchia definita. La composizione è cellulare. E per una volta, a guardarlo con la lucidità dell’analisi, il pianeta sembra un po’ meno oscuro di quanto dipinto negli ultimi anni da propagande e pressapochismi.

 

Professor Montessoro, l’Occidente dovrebbe allertarsi per un’ondata di radicalismo islamico dall’Asia Sud-Orientale?

No.Non esiste un pericolo interno ed esterno di jihadismo islamico a breve e medio termine, con eccezione delle Filippine meridionali dove i movimenti estremisti, però, stanno trattando con Manila.

Gli esperti di anti-terrorismo malesiani e indonesiani riportano che alcuni connazionali si sono uniti all’ISIS.

Ma sono in un numero compreso fra 200 e 300. Pochi in proporzione a quanti sono partiti da Paesi non a maggioranza musulmana come Francia, Gran Bretagna e Canada.

Quali sono le peculiarità dei movimenti jihadisti dell’Indonesia, il più grande Paese musulmano con quasi 254 milioni di abitanti, dei quali il 10 per cento cristiani, cioè 25 milioni di persone?

Si sono verificate due tendenze, quella di chi ha voluto mobilitarsi all’esterno e quella di chi ha combattuto all’interno per abbattere il governo ‘dei non credenti’. Entrambe, dopo il 2005, sono state ridotte a un fenomeno marginale, praticamente sconfitto in termini militari.

Può aiutarci a ripercorrere, in breve, queste due tendenze?

L’Indonesia, indipendente dal 1945, nasce come Stato ‘relativamente’ laico o non islamico. Cioè, il suo carattere non deve essere influenzato dai movimenti islamici più ortodossi. Eventi esterni, tuttavia, come la rivoluzione sciita in Iran del 1979 e l’occupazione sovietica dell’Afghanistan, scatenano un’effervescenza sunnita che ha il suo centro in Arabia Saudita. Sul modello di quest’ultima, negli anni Ottanta, comincia un processo di re-islamizzazione fra i musulmani ortodossi d’Indonesia, qualcosa che assomiglia a ciò che sta avvenendo adesso in Turchia. I sunniti ortodossi indonesiani, tuttora attivi, sono affiliati dei Fratelli Musulmani egiziani. E’ importante ricordare che il cosiddetto conflitto fra sciiti e sunniti in realtà è una competizione, dove una componente rafforza l’altra.

Sul piano interno, invece…

Dal 1999, anno della caduta del dittatore Suharto, si è manifestato un conflitto latente inter-comunitario, cioè indipendente dall tendenze jihadiste di cui parlavo prima. Con l’avvio della democratizzazione è cambiata la geografia politica indonesiana, con un nuovo disegno di ripartizione dei distretti. E’ stata incentivata l’emigrazione di popolazione musulmana da Ovest (Giava e Sumatra) a Est, verso le propaggini orientali dove i cristiani possono costituire una maggioranza del 60 per cento o comunque una cospicua monoranza. Le comunità stabili cristiane, cattoliche e protestanti, derivanti dalla geografia religiosa lasciata dai colonizzatori olandesi, hanno reagito con una certa chiusura verso i nuovi arrivati. Nelle Molucche e nel Sulawesi sono sorti dei conflitti sociali ed etnici, in cui la religione è diventata solo in un secondo tempo elemento ideologico. Ma anche queste crisi, oggi, possono considerarsi risolte.

E la Jemaah Islamiyah, ritenuta da noi occidentali l’equivalente di al-Qaeda nel Sud Est Asiatico, che fine ha fatto?

Non esiste più, nel senso che è stata disarticolata.

Probabilmente come al-Qaeda.

Rimangono spezzoni, potenziali terroristi in sonno. E’ più un problema di ordine pubblico. C’è, però, una frazione distaccata, il Mujahidin Indonesia Timur, nel Sulawesi Centrale, in particolare nella città di Poso, dove tra il ’99 e il 2001 ci furono scontri tra musulmani e cristiani con 2mila vittime. Si è giunti a una sorta di pace, ma le chiese protestanti hanno denunciato dei fenomeni preoccupanti, che non riguardano un conflitto inter-comunitario.

Quali?

A settembre le autorità indonesiane hanno arrestato proprio nel Sulawesi Centrale quattro terroristi Uyguri, della regione cinese dello Xinjiang. Dalla Cina, dove facevano parte di un movimento secessionista a valenza religiosa e ideologicamente jihadista, erano arrivati in Turchia, alla quale sono etnicamente legati. Si ipotizza che attraverso la Turchia abbiano avuto contatti con l’ISIS e che, con passaporto turco fabbricato in Thailandia, abbiano viaggiato attraverso la Cambogia, la Thailandia, la Malesia e infine l’Indonesia per addestrarsi con il Mujahidin Indonesia Timur. Però, sono stati catturati.

Avrebbero potuto dirigersi nelle Filippine meridionali, dove gli elelmenti islamici hanno radici secolari ed è presente il gruppo jihadista Abu Sayyaf.

Sì, ma come riporta il centro di analisi dell’ International Crisis Group i negoziati tra i guerriglieri islamici filippini e il governo centrale proseguono.

Un’altra dimostrazione che nell’Asia Sud-Orientale le manifestazioni jihadiste ci sono, ma non riescono a essere rilevanti, anche grazie alle autorità che le contrastano. Parliamo del presidente indonesiano uscente, l’ex generale Yudoyono: il più longevo del post-’99 con dieci anni al potere.

Yudoyono è un laico che nel 2004 parte con un partito nuovo, laico appunto. Da outsider deve però allearsi con molte forze per diventare presidente, tra le quali gli islamici conservatori, ma non jihadisti. Ciò gli impedisce di adottare misure a difesa delle minoranze religiose. Inoltre, le riforme costituzionali, che consentono dal 2005 di eleggere gli amministratori locali, favoriscono forze centrifughe favorevoli alla Sharia o legge Coranica. Così si spiega l’introduzione di norme a livello locale, come quella contro la pornografia del 2008 o la formazione di una polizia religiosa in Aceh, che non intaccano però l’assetto costituzionale. Il leader del Front Pembela Islam (Fronte dei difensori dell’Islam), che fece attaccare la redazione di Playboy Indonesia, è stato arrestato.

Si dice che con il nuovo presidente Joko Widodo, insediatosi il 20 ottobre scorso e che assomiglia tanto ad Obama, le componenti radicali islamiche saranno ancor più emarginate.

Widodo ha vinto come esponente del Partito Indonesiano Democratico di Lotta di Megawati Sukarnoputri, figlia di Sukarno, creatore dell’Indonesia multireligiosa. Alle presidenziali si è aggiudicato il secondo posto il Golkar, anch’esso un partito laico. Widodo è un giavanese Abangan, ovvero fa parte dei musulmani poco osservanti. Gli Abangan, ostili alla re-islamizzazione, furono sostenitori di Sukarno e dei comunisti negli anni Sessanta. Accadde anche che diversi Abangan diventarono cristiani, ma mai musulmani conservatori. I Santri, i musulmani osservanti di Giava a loro opposti (uccisero circa 500mila comunisti prevalentemente Abangan fra il 1965 e il’66, ndr.) hanno avuto finora il monopolio del Ministero degli Affari Religiosi, riuscendo a imporre una legge come quella del 2006 che di fatto ostacola la costruzione di luoghi di culto cristiani.

Widodo sta dall’altra parte.

Sì, ed è sostenuto dai partiti cristiani e dal PKB, partito dell’unico ex presidente islamico, Wahid, anch’esso moderato. E laico era anche Subianto, l’esponente della tradizione militare legata al dittatore Suharto che ha conteso la presidenza a Widodo. Con Widodo si può dire che si è rafforzato il ‘nuovo paradigma’ del 1999, che prevede la ritirata delle Forze Armate dalla gestione politica e amministrativa.

L’altro Paese del Sud Est Asiatico a maggioranza musulmana, la Malesia, come si colloca in questo quadro?

E’ un luogo di transito di terroristi, ma non presenta le tensioni comunitarie che abbiamo visto in Indonesia. Ha molti meno abitanti rispetto a quest’ultima, circa 30 milioni, un numero di poco superiore alla minoranza cristiana indonesiana. La sua composizione etnica (60% malesi musulmani, 30% cinesi, 10% indiani) ha dato luogo a momenti di tensione, ma l’alleanza partitica che guida il Paese è multietnica. Si tratta di un sistema politico unitario, dove le componenti conservatrici islamiche non incidono molto. Solo il partito islamista PAS è riuscito a imporre la legge Coranica in un paio di Stati settentrionali della Federazione, agricoli e arretrati, una situazione simile a quella della Provincia indonesiana dell’Aceh.

Potrebbero verificarsi ancora attentati della portata di quelli di Bali?

Sì, attacchi isolati, anche gravi, ma escludo che prevalgano tendenze jihadiste nell’area.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore