martedì, Ottobre 20

L’ASEAN, le politiche commerciali chiuse, le preoccupazioni sempre più diffuse Le decisioni della Federal Reserve e dell’Amministrazione Trump hanno scatenato effetti restrittivi a livello mondiale. L’ASEAN riflette attentamente sul da fare

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Si avvicendano e susseguono gli studi dei maggiori centri di ricerca e gruppi di think-thank in tutta l’area ASEAN in relazione alle preoccupazioni sempre più vistose sul tema dei mutamenti di scenario in ambito commerciale e finanziario. Tra le principali cause della attuale incertezza e tensione vi sono due ordini di motivi, uno deriva dalle più recenti scelte della Federal Reserve USA che ha incentivato le proprie politiche sempre più restrittive e l’altro motivo è connesso con la potenziale escalation negativa che potrebbe derivare dal quadro del commercio internazionale, dove si riscontra un effetto-domino innescato dall’innalzamento delle paratìe commerciali da parte della Amministrazione Trump negli USA, che -a cascata- ha ottenuto in risposta altrettanta chiusura nelle relazioni commerciali, il che sarebbe un vero controsenso rispetto alla natura stessa del commercio internazionale.

Questo è lo scenario complesso e difficile da decifrare –allo stato attuale- sul quale le Istituzioni Amministrative dell’area Sud Est asiatica e che si identificano nell’ASEAN oggi si ritrovano a dover profondamente rivedere le principali alleanze strategiche economiche, commerciali e negli investimenti adottate negli ultimi decenni, il che significa continue oscillazioni talvolta a favore dell’India, talvolta a favore degli USA, talvolta a favore della Cina volendo identificare i principali attori sulla scena commerciale mondiale.

Nel caso in cui, già nel breve e medio periodo, si realizzasse questo rischio a livello macroeconomico regionale, per l’ASEAN si prospetterebbe un futuro recente e medio dalle fosche previsioni. E’ quanto risulta anche da uno studio recentemente reso pubblico da parte di ASEAN+3 Macroeconomic Research Office AMRO e che traspare pure dalle parole del suo Capo Dipartimento Economia, Hoe Ee Khor durante un Seminario tenutosi sui temi trattati nel corso del Meeting Annuale dell’ASEAN Development Bank nei giorni scorsi: «Se questo rischio si realizzasse effettivamente, potrà verificarsi un complesso sistema di ricadute, innalzamento dei costi di indebitamento e più bassi livelli di commercio oltre che di flussi di investimenti». Hoe Ee Khor ha fatto poi notare anche che sarebbe più prudente da parte dei principali attori dell’Economia in termini di ruoli decisionali di porre a livello prioritario la stabilità piuttosto che ricercare la crescita economica e gli obiettivi che ci si erano posti in precedenza in questo settore e le politiche fiscali potrebbero giocare un ruolo più importante nel sostenere la crescita mentre politiche più prudenziali potrebbero mettere in sicurezza migliori livelli di sicurezza finanziaria.

AMRO è stata avviata da 10 Nazioni ASEAN alle quali si sono aggiunte Cina, Corea del Sud e Giappone (da qui la sigla di ASEAN+3 ) proprio allo scopo di monitorare e definire lo status macroeconomico e lo scenario finanziario della regione, studiando i principali rischi nei campi attigui oltre che rapide misure di messa in sicurezza all’interno della zona ASEAN e dei suoi Paesi Membri seguendo lo schema Chiang Mai Iniziative Multilateralization CMIM. Questo a sua volta è un network del controvalore di 250 miliardi di Dollari USA in forma di accordi bilaterali di scambio (Bilateral Swap Arrangements BSA) tra i Paesi ASEAN+3 che fu fissato nel Maggio 2000, o tre anni dopo la crisi finanziaria asiatica, per offrire un meccanismo di maggior sicurezza regionale (nel senso del sostegno in forma di liquidità) ed in forma complementare rispetto al Fondo Monetario internazionale.

Per fare un esempio, la Bank of Indonesia –che ha speso circa 5 miliardi di Dollari USA in termini di controvalore in Rupie Indonesiane dalle proprie riserve monetarie nel primo trimestre dell’anno per contrapporsi all’attuale pressione sulla moneta nazionale, nel suo documento ufficiale nazionale di programmazione economica datato Aprile scorso, ha mostrato una più alta possibilità di ristrettezza monetaria. La crescita dei tassi di interesse della FED e l’innalzamento dei prezzi del petrolio pongono oggi una doppia aperta sfida all’Indonesia in termini di rischio posto al deprezzamento monetario ed alla pressione inflazionistica poiché l’Indonesia è una Nazione a prevalente importazione di petrolio. Nel solo primo quadrimestre, i costi derivanti dall’importazione di petrolio si stima si siano innalzati di più di un miliardo di Dollari USA. Khor su questo tema si mostra alquanto fiducioso: «Credo che il prezzo del petrolio stia ancor oggi messo bene in quanto si attesta alquanto stabile intorno ai 70 Dollari per barile. Nel caso in cui il prezzo aumenti rapidamente, gli Stati Uniti interverranno immettendo più petrolio in commercio, riportando i prezzi del petrolio nuovamente più in basso, calmierati».

In realtà sia Khor sia il think-thank AMRO hanno attenzionato l’intera regione sul fatto che –da quando l’ASEAN ha ottenuto un vasto portafoglio di flussi di capitali negli ultimi cinque anni- il rischio e l’impatto di fuoriuscite di capitali potrebbe essere ora innescato da condizioni economiche e finanziarie globali nella direzione di misure imposte in senso restrittivo. Il che è proprio la materia di studio, riflessione e preoccupazione nei tempi odierni. Da questo punto di vista, nelle parole di Khor, l’Indonesia –ovvero una delle più grandi potenze economiche e commerciali mondiali- è esemplificativa dello stato delle cose sia a livello globale sia ed ancor più per quel che concerne l’area ASEAN. La stessa Indonesia, infatti, non a caso ha avviato una politica economica restrittiva in linea con l’intendo di mantenere e rafforzare il momento economico constatabile a livello mondiale. L’ASEAN assiste a quanto scatenatosi sulla scena mondiale dopo le decisioni intraprese dall’Amministrazione Trump negli USA soprattutto in tema di innalzamento delle barriere doganali sui prodotti importati. Quelle scelte, in un’economia intrinsecamente globalizzata, non potevano non scatenare processi di reazione e controreazione, giungendo ai giorni nostri nei quali il quadro globale del commercio –e conseguentemente delle economie locali- s’è andato facendo sempre più chiuso e complicato da gestire.

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