sabato, Ottobre 24

L’ASEAN, i rifugiati, la Cina field_506ffb1d3dbe2

0

Cina Asean Uighuri

Bangkok – Migrazione e rifugiati: compassione e rispetto dei diritti umani o diplomatica accondiscendenza nel nome delle buone relazioni? Le minoranze etniche sono da rispettarsi, come tutte le Convenzioni internazionali e le organizzazioni non-governative raccomandano oppure sono solo un fastidio, della polvere da nascondere sotto il tappeto dell’ipocrisia? Il dubbio è tornato prepotentemente in auge, negli ultimi giorni, questa volta nel nome di un’etnia forse solo artatamente circondata di critiche, gli Uighuri. Non si tratta del primo caso in cui un gruppo di rifugiati si sposti nell’area ASEAN negli ultimi anni. Ma generalmente, i Paesi Membri della Associazione degli Stati del Sud Est Asia hanno avuto comportamenti ruvidi nei loro confronti, scarsamente umani o sensibili verso di loro, deportandoli letteralmente in Cina dove la persecuzione nei loro confronti è già aspra ed inumana. Certamente tutto questo non può non far piacere ai cinesi ma oggi nell’ASEAN ci si chiede –nei media e tra gli opinion makers- se non sia giunto il momento di contribuire a definire la propria identità comunitaria ribadendo un fronte comune dotato di forza e dignità nei confronti del vicino “ingombrante” denominato Cina.

Alcuni cittadini uighuri sono stati trovati –come è noto- in una piantagione di alberi da gomma nella Provincia di Songkhla in Thailandia, martedì scorso. In base alle evidenze, parrebbe si tratti di persone provenienti dalla Regione Autonoma Uighura della Cina Occidentale Xinjiang dove altrettanto notoriamente è in atto un aspro conflitto di natura etnica. Li si è rintracciati in Thailandia un paio di settimane dopo il brutale attacco nella regione Sud Occidentale della Cina, nella città di Kunming, dove la Cina immediatamente ha lanciato l’accusa verso la Comunità Uighura bollata come la vera autrice dell’attentato di natura terroristica. In realtà, prove alla mano, ancor oggi è difficile affermare con certezza che sia stata la Comunità Uighura a determinare la morte di 29 persone ed il ferimento di altre 130. Ciò che è certo è che gli Uighuri, una comunità etnica di estrazione islamica, sono stati marchiati come separatisti terroristi. E così, le tensioni che già duravano da lungo tempo tra gli uighuri e la Cina oggi sono in una condizione persino peggiore, esacerbata dalla politica di Pechino basata sull’incoraggiare l’immigrazione di massa degli Han cinesi verso lo Xinjiang.

Perché i 220 uighiri abbiano preferito insediarsi, almeno temporaneamente, nella Provincia thailandese Songkhla rimane un vero mistero. Oltretutto vi sono numerose donne e bambini tra di loro. In quanto tali, potrebbero aver abbandonato la loro idea di un’autonomia dello Xinjiang oppure potrebbero avere un qualche coinvolgimento in attività anti-governative oppure avere situazioni di conflitto con i cinesi di etnia han nella propria terra. Oppure si tratta più semplicemente di persone normalissime che stiano solo cercando migliori condizioni di vita e lavorative. Infine, potrebbero essere vittime di traffici umani. In ogni caso, si tratterebbe di un gesto davvero disumano rimandarli a casa quando questa casa oggi è nelle mani dei cinesi i quali potrebbero sottoporli a forme aspramente punitive o restrittive non foss’altro che per il fatto che hanno abbandonato la propria terra senza permessi. A rigor di legge, sulla carta, secondo gli ordinamenti thailandesi, come per qualsiasi altro immigrato irregolare, essi dovrebbero essere sottoposti a processo, condannati per immigrazione irregolare e quindi rispediti alla Nazione di origine secondo stretta osservanza della propria legislazione in materia. Il che è quello che normalmente e puntualmente la Thailandia fa in questi casi.

Oggi ci si chiede, non solo come Thailandia ma come ASEAN tutta, se non si debbano, almeno in casi similari, adottare provvedimenti di natura umanitaria. E si tratterebbe di criteri basati su una logica umanitaria di valenza internazionale. In base a tale punto di vista, essi non dovrebbero essere trattati come semplici immigrati irregolari ma come rifugiati ed andrebbero protetti secondo le Convenzioni internazionali che regolamentano questo delicato settore. Buona norma etica e morale imporrebbe non di rimandarli indietro bensì proteggerli da un ritorno forzoso in patria dove sarebbero condannati per reati politici mai commessi, in verità. Negli ultimi anni, altri Paesi Membri, la Cambogia nel 2009 e la Malaysia nel 2012, hanno respinto gli uighuri sul proprio territorio e li hanno rimandati in Cina. Si può immaginare che, alla base, vi sia il fatto che sia la Cambogia sia il Vietnam intendano portare avanti buone relazioni diplomatiche con la Cina, la quale è anche il principale sostegno economico e finanziario nella zona asiatica. Anche la Thailandia potrebbe sentirsi in medesime condizioni ma, affermano i critici, il buon vicinato diplomatico non dovrebbe prevalere su diritti fondamentali come sono i Diritti Umani.

La stessa Amministrazione di Yingluck Shinawatra vuole proporre alla Cina di tornare sui propri passi nel caso della infinita lotta contro la Comunità Uighura, nonostante sia alle prese con una comunità separatista di estrazione islamica nelle proprie Provincie meridionali da lungo tempo. E per questo chiede che vi sia un intervento più integrato sulla Cina, magari sotto l’egida dell’ONU, il cui Segretario Generale attuale, Ban Ki-moon è stato più volte invitato a mediare nella crisi politica interna thailandese così come oggi gli si chiede parimente nel rispetto del valore dei Diritti Umani. Una buona soluzione iniziale per la questione della Comunità Uighura, affermano gli osservatori locali, potrebbe essere quella di permettere all’Alta Commissione ONU per i Rifugiati di intervenire direttamente e garantire la protezione del gruppo, liberandoli dal centro di detenzione dell’Ufficio Immigrazione Thailandese. Tutti i Membri ASEAN potrebbero adottare soluzioni similari, in modo da addivenire tutti ad una soluzione permanente al tema ormai regionale degli Uighuri che errano tra vari Paesi alla ricerca di pace e sicurezza.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore