venerdì, Agosto 14

L’ascesa del neonazismo in Russia Quindicimila aggressioni negli ultimi dieci anni, una media di dieci omicidi a sfondo razziale ogni anno. I numeri fanno paura

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Che buona parte dei vari nazionalismi europei guardino con ammirazione alla Russia di Vladimir Putin è un dato di cui molto è già stato scritto. Che sia per convinzione o per opportunismo, il patriottismo morale e conservatore di Putin piace, e anche tanto, alla destra e all’estrema destra.

Nulla di nuovo, nulla di strano. Anzi, il Presidente russo è il primo a cavalcare l’onda, cercando all’interno di questa rinascita nazionalista di ritagliarsi un ruolo da faro dell’opposizione anti americana e anti europeista.

Ma se da un lato il Presidente strizza l’occhio alle destre europee, dall’altro dalle parti di Mosca la situazione appare radicalmente differente. Negli ultimi dieci anni infatti, la Russia è diventata culla di una galassia di movimenti di ispirazione neonazista che Putin stenta a mantenere sotto controllo.

Notevolmente differenti tra loro per posizioni ed idee, spesso suddivisi in nuclei di piccola estensione, quello che accomuna questi gruppi è una matrice ideologica che si rifà al suprematismo ariano (dove ariano va letto come bianco e russo), ed il sistematico e brutale ricorso alla violenza e all’aggressione verso i ‘chiorni’, i diversi, spesso immigrati provenienti dal Caucaso o dall’Asia Centrale, ma anche africani, ebrei, rom e omosessuali.

Secondo il rapporto 2017 del SOVA Center, ONG che raccoglie dati sulle violazioni dei diritti umani in Russia, sarebbero più di 150 le organizzazioni, e oltre 200mila i militanti dell’estrema destra russa. Numeri che, anche se confrontati con il pullulare di movimenti nazifascisti e nazionalisti in Europa, difficilmente trovano paragoni. Tra questi spiccano per seguito e brutalità il Partito Nazional Socialista Russo, nato da una costola del disciolto e famigerato Pamjat, ed il movimento Schulz88.

Ai primi si deve la definizione ideologica del neonazismo russo. L’inutizione del PNSR fu quella di riprendere ed estendere il concetto hitleriano di purezza della razza. Molti degli aderenti al Partito erano reduci della Guerra Cecenia, complice l’immigrazione di massa post dissoluzione dell’Unione Sovietica, fu facile indicare come causa del rallentamento economico e politico russo la contaminazione con i popoli mussulmani delle ex Repubbliche Sovietiche.

Gli Schulz88 rappresentano invece la nuova faccia della destra radicale russa. Giovani, arrabbiati, estremamente organizzati e pericolosi. E’ dal loro esempio che nasce l’escalation di aggressioni ed omicidi di impronta razzista con cui la Russia sta facendo i conti da anni. Combattono, per loro stessa definizione, la ‘jihad ariana’, utilizzano tecniche di guerriglia di Al Qaeda, hanno messo a ferro e fuoco San Pietroburgo nel 2010 con un’ondata di attentati sui treni e nei locali, si sono macchiati di migliaia di aggressioni e decine di omicidi ai danni di stranieri, omosessuali e attivisti per i diritti civili negli ultimi dieci anni. Sono arrivati persino a postare su Ru Tube’, lo Youtube russo, un video, creduto inizialmente un falso,  in cui decapitano due migranti, ed invitano a votare la decapitazione migliore.

Il movimento Schulz88 è stato smantellato con l’arresto del suo fondatore Dmitri Bobrov e di molti dei suoi militanti a seguito degli attentati di San Pietroburgo, tuttavia la spirale di violenza nazista in Russia non ha accennato a diminuire.

Il SOVA stima quindicimila aggressioni negli ultimi dieci anni, con una media di trenta aggressioni al mese che causano quasi dieci morti all’anno. Nei primi sei mesi del 2017, sette persone hanno perso la vita in aggressioni a sfondo razziale.

Una vera e propria caccia all’uomo che non può essere esaurita come semplice estremismo o fanatismo. L’ascesa neonazista in Russia ha infatti basi ben più solide ed articolate, ma soprattutto ha terreno fertile in cui crescere, rafforzarsi e macinare consensi.

E’ notizia di pochi mesi fa la scoperta di alcuni campi di addestramento paramilitare in Russia dove neonazisti, da ogni parte d’Europa, venivano armati ed istruiti. I campi venivano condotti da mercenari filorussi, reduci della Guerra di Cecenia e militari che hanno combattuto tra le file dei separatisti russi in Ucraina. Proprio il conflitto nel Donbass è stato il serbatoio in cui testare questo nuovo modello di organizzazione militare dei movimenti nazionalisti.

E’ così che lo spettro del neonazismo è tornato a preoccupare gli osservatori europei. Ai consensi elettorali, ai seggi nei parlamenti delle democrazie europee, si somma questa radicale trasformazione militare, in cui l’azione politica passa per l’azione armata.

Queste due anime, apparentemente distanti, trovano sintesi in un terzo attore, quel Putin che secondo molti analisti, vedrebbe nei nazionalismi l’elemento di rottura della stabilità politica europea, l’ago della bilancia per spostare i rapporti di forza europei in direzione del Cremlino.

Il sostegno finanziario di Mosca a movimenti come Jobbik o al Fronte Nazionale Ungherese 1989, che in passato hanno fatto dell’azione armata un marchio di fabbrica è cosa nota, così come il coinvolgimento del governo russo dalla parte dei separatisti nel caso della crisi in Ucraina.

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