martedì, Settembre 29

L’articolo 1 dopo il 2 giugno

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Continua a infuriare la querelle suscitata dai 150mln  di tagli alla Rai previsti dall’articolo 21 del DL Irpef. Già in forse per i dubbi sollevati da più parti (in particolare dalla CISL) nei giorni scorsi, lo sciopero proclamato dall’USIGRai per l’11 giugno prossimo verrà – quantomeno – rimandato a data da destinarsi. Lo ha deciso l’Autorità di garanzia per gli scioperi nei servizi pubblici essenziali, che ha definito lo sciopero «non conforme alla legge», perché «non rispetta la regola dell’intervallo di dieci giorni tra due scioperi che insistono sullo stesso settore»: da alcune settimane, infatti, il sindacato USB ha fissato un’astensione dal lavoro per il 19 giugno.

Sul fronte sindacale, la CGIL ha fatto propria la linea della fermezza contro il DL. «Se cambiano le cose – ha dichiarato Susanna Camussosiamo pronti a discutere, ma si deve dire che il decreto non si fa così e che si apre un confronto. Questo DL mette a rischio la Rai nella dimensione di servizio pubblico e come grande impresa del Paese». Entrando più nel merito del provvedimento del Governo, il segretario della CGIL ha rilevato che «La vendita di Raiway determina incassi di breve periodo, ma costi di lunga durata. Il problema generale di rendere le reti di trasmissione private mette a rischio il sistema paese. (…) Altro tema è il mancato riconoscimento alla Rai di una quota del canone. Il canone è una tassa di scopo: se cambia lo scopo questa non è una variabile indifferente per chi paga il canone, è un atto eticamente non accettabile. Se si vogliono ridurre i trasferimenti alla Rai, allora si abbassa il canone. Una grande azienda deve avere le risorse per andare avanti, il tema non è sottrarsi ai sacrifici necessari». Inaccettabile, ha proseguito Camusso, è pure la proposta di ridurre le sedi regionali: «Si parla di razionalizzazione del servizio, ma il vero problema è difendere un patrimonio importante della Tv pubblica».

Sulla stessa linea è la UIL, il cui segretario Luigi Angeletti ha sottolineato che «Il premier è bravissimo a fare le caricature ma si comporta come un pessimo amministratore delegato dell’azienda pubblica Rai. Ha fatto bene a dire che è dei cittadini, lui dovrebbe per questo amministrarla ma è il peggiore amministratore».

Su posizioni evidentemente diverse è invece la CISL: anche l’assenza di Raffaele Bonanni alla conferenza stampa dei sindacati in merito allo sciopero indetto per l’11 giugno è di per sé eloquente.

Oltre ai sindacati e al Governo, ha preso parte al dibattito anche l’ADRai, l’Associazione Dirigenti della Tv pubblica: «Abbiamo la fondata speranza – si legge nel comunicato – che tutti (sindacati e associazioni di categoria incluse) sapranno fare un passo indietro rispetto allo sciopero annunciato l’11 giugno, non perché non sia giusto manifestare in un momento così complesso per la Rai, ma perché esiste l’enorme rischio che questo sciopero venga strumentalmente raccontato dai media come esempio di resistenza al cambiamento o peggio come difesa di chi sa quale privilegio rischiando così di contrapporre, definitivamente, il paese reale alla Rai». L’ADRai sottolinea che «La Rai e i suoi dirigenti non hanno paura dei tagli e dei cambiamenti: noi faremo la nostra parte fino in fondo, ma senza concedere nulla a disegni privi di progettualità o a narrazioni deformate, sprezzanti, diffamatorie e grottesche di quel che ogni giorno accade in una delle aziende più importanti e complesse del Paese. Esiste una nuova classe dirigente che in questo momento è unita per cambiare la Rai senza permetterne lo smantellamento, e che agli insulti, alle provocazioni e alle proposte tattiche propagandistiche opporrà senso di responsabilità, risposte concrete e sani percorsi riformistici, nonché una strategia di lungo periodo che alla fine gioverà a tutti».

In un’intervista rilasciata al ‘Corriere della Sera’, anche il direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi, dice la sua sulla questione. Innanzitutto, il dg definisce lo sciopero dell’11 giugno un errore «perché la Rai fa parte di un sistema; è stato chiesto un sacrificio e lo si farà». La richiesta del Governo, ha aggiunto Gubitosi, è uno stimolo in direzione dello svecchiamento e del riassetto, ma «la burocrazia impone un costo altissimo: per fare una gara dobbiamo sottoporci a una serie estenuante di passaggi. Abbiamo regole che ci equiparano a una ASL anziché a un’ azienda». Il dg ha anche rimarcato che «per molto tempo la Rai è stata gestita con criteri politici e non manageriali»; le cose stanno lentamente cambiando, «stiamo lavorando alla revisione del piano industriale che ha già ridotto il personale: dal 2013 sono uscite 700 persone», ma «serve che l’azionista [il Governo, ndr.]ci dia una mano».

Nel suo discorso, Gubitosi non trascura il tema della possibile collocazione sul mercato del 49% di RaiWay: «abbiamo selezionato un gruppo di banche, di advisor. Chiudere entro l’ anno è un programma ambizioso ma raggiungibile». In merito ai tagli delle sedi regionali, l’ex amministratore delegato di Wind ha dichiarato che «stiamo rivedendo il modo in cui operano», anche se preferisce «parlare non di tagli ma di ottimizzazione, di crescita»: la digitalizzazione è oggi una realtà e consente di «rivedere in meglio l’ organizzazione del lavoro, figlia ancora dell’accordo [sul servizio pubblico, ndr.]del 1975». Non è mancata, tuttavia, una frecciata all’indirizzo del premier: Gubitosi si dice rammaricato di non avere mai avuto occasione di parlargli, ma «quando lo riterrà opportuno ci incontreremo e gli presenterò la situazione»; si dichiara d’accordo con Matteo Renzi riguardo il ruolo educativo e culturale del servizio pubblico, che sono parti essenziali «della missione della Rai. Con il suo predecessore avevamo discusso il da farsi sul semestre europeo e Expo».

Sull’articolo 21 del DL Irpef, ha detto la sua anche Roberto Fico (M5S), presidente della Commissione di Vigilanza Rai. In una dichiarazione a “La Stampa”, Fico ha affermato che «Renzi tenta di svendere i ponti Rai. Ma ancora non ci è riuscito». Si dice d’accordo con lo sciopero dell’11 giugno, ma aggiunge che «andava fatto prima per contrastare l’ingerenza della politica. (…) La politica deve uscire dalla Rai e viceversa. Vanno riorganizzate le sedi regionali e sono più che sufficienti tre testate giornalistiche: una internazionale, una nazionale e una regionale. Per decenni la Rai è stata depredata da tutti i partiti politici che attraverso i CdA hanno piazzato propri uomini. Invece che mettere in vendita fino al 49% di RayWay, Renzi dovrebbe attaccare le posizioni di potere e di comodo acquisiti da dirigenti e i sindacati». Con la vendita di RaiWay, rincara il presidente della Vigilanza, «Si sta scippando all’Italia un asset strategico. La strategia del governo è sbagliata: i 150mln tagliati non sono una revisione della spesa».

Intanto, nelle ultime ore sembra tramontare l’ipotesi di una severa sforbiciata alle sedi regionali Rai: l’approvazione alle Commissioni Bilancio e Finanze del Senato di un emendamento del PD al DL Irpef dovrebbe esclude le sedi dai tagli previsti. Come ha spiegato Salvatore Margiotta (PD), la proposta di modifica assicurerà al servizio pubblico televisivo strutture adeguate in ogni regione.

Suscita profonda inquietudine il rapporto Istat sulla disoccupazione: in Italia, i disoccupati sono 3 milioni 216mila, il 4,5% in più su base annua (+138mila), con un tasso di disoccupazione salito al 12,6%. Nella fascia 15-24 anni il tasso di disoccupazione è pari al 43,3% (+3,4% rispetto al 2013).

Il tasso di disoccupazione computato in base a serie trimestrali è del 13,6%, in crescita di 0,8 punti rispetto allo stesso periodo del 2014: per gli uomini l passa dall’11,9% al 12,9%; per le donne dal 13,9% al 14,5%. Si accentuano i divari territoriali: nel Nord l’indicatore sale al 9,5% (+0,3 punti percentuali), nel Centro al 12,3% (+1,0 punti) e nel Mezzogiorno al 21,7% (+1,6 punti).

Nel complesso, ad aprile, gli occupati erano 22 milioni 295mila, in calo dello 0,3% rispetto a marzo (-68mila) e dello 0,8% rispetto allo stesso mese dello scorso anno (-181mila).

Dati che dipingono un quadro a tinte fosche; un quadro col quale l’Esecutivo dovrà ineludibilmente confrontarsi nei prossimi mesi. Il rilancio dell’economia e del lavoro costituiscono, infatti, due temi fondamentali sui quali Renzi e il suo Governo saranno chiamati a rispondere a quel 41% di elettori che gli hanno dato fiducia.

Sulla fusione Alitalia-Ethiad, Siim Kallas, portavoce del Commissario UE ai Trasporti, ha ricordato che «la maggioranza della compagnia aerea deve essere in mani europee, così come il suo controllo. In caso contrario l’Italia violerebbe il regolamento 1008/2008», aggiungendo che «spetta alle autorità italiane valutare e garantire il rispetto della norma».

Per il momento, la parte più problematica della fusione con la quale il Governo sta facendo i conti è rappresentata dal debito di Alitalia e dalla previsione di almeno 2.500 esuberi. A riguardo il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha detto che il confronto tra le parti sarà avviato «sotto la regia del Ministero delle Infrastrutture e noi siamo a disposizione per la parte che ci compete sugli ammortizzatori sociali».

Il ministro assicura che «il tema degli ammortizzatori ha situazioni diverse: c’è il personale di terra e di volo, poi c’è il piano precedente, ancora in piedi, con un nucleo di persone in cassa integrazione a zero ore; per questi bisognerà riconsiderare tutta la situazione».

Uno dei pochi dati sicuri è che venerdì si riunirà il CdA di Alitalia, oltre a deliberare la convocazione dell’assemblea sul bilancio 2013, dovrà decidere sul via libera alla fase finale della trattativa con Etihad. Nel rispetto del vincolo imposto dalla UE, la società di Abu Dhabi subentrerà con una quota di poco inferiore al 50%, con un investimento prossimo ai 600 milioni.

In attesa di notizie ufficiali sul piano industriale e sul suo impatto occupazionale, i sindacati hanno adottato un atteggiamento ispirato alla cautela, mostrando di aver accolto l’invito alla responsabilità espresso dal Ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, come viatico per il migliore andamento della trattativa. La CGIL, in attesa di ulteriori sviluppi, non ha ancora definito il suo posizionamento. Positivo è il commento di Bonanni della CISL: «È stato evitato il disastro. Adesso speriamo che si apra uno scenario di sviluppo per Alitalia. (…) Non ci saranno esuberi e potranno essere riassorbiti via via tutti i lavoratori». Più tiepida la UILTrasporti: il segretario generale Claudio Tarlazzi afferma che solo una volta presentato il piano «si potrà comprendere la dimensione degli eventuali esuberi“».

Oggi Antonio D’Alì, relatore dell’NCD del DL Irpef, ha assicurato che ci sarà l’estensione del bonus Irpef alle famiglie monoreddito più numerose. Rimarrebbe immutato il taglio dell’Irap, che resterebbe del 10%. Entrando nel merito della questione, D’Alì ha spiegato che per estendere il bonus «si sta ragionando su un plafond di 60-70 milioni di euro», per «venire incontro alle fasce di famiglie monoreddito con figli a carico con una scalettatura secondo le risorse disponibili». L’esame del provvedimento ha subito uno slittamento a Palazzo Madama, perché le Commissioni Bilancio e Finanze non ne hanno ultimato l’esame. Le Commissioni hanno invece approvato un emendamento del M5S al DL che potrebbe rendere più trasparenti le società pubbliche: le amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato saranno tenute a pubblicare sul proprio sito Internet l’entità dei compensi percepiti da ciascun componente del CdA. Le stesse Commissioni hanno inoltre riammesso la rateizzazione del fisco (Equitalia) per quei contribuenti decaduti dal beneficio per non aver pagato due rate: la nuova rateizzazione prevederà al massimo 72 rate, ma occorre presentare la  domanda entro il mese di luglio.

Interpellato dai cronisti sull’ipotesi di una riforma del Senato sul modello francese circolata nelle ultime ore, il capogruppo del PD Luigi Zanda, all’uscita dall’assemblea dei senatori dem, ha dichiarato che si tratta di «una possibilità seria», che rende concreta la prospettiva di far arrivare le riforme nell’Aula del Senato entro la fine di giugno. Le parole di Zanda sono l’inequivocabile segnale dell’avvenuta ricucitura dello strappo tra i dissidenti al seguito di Vannino Chiti e il resto del partito. In quest’ottica non è casuale che il gruppo PD abbia affidato al senatore Claudio Martini il compito di sfoltire gli emendamenti alle riforme, molti dei quali presentati dal gruppo attorno a Chiti.

Ubbedendo a uno schema ormai consolidato in FI, sembra rientrare l’emergenza del caso Raffaele Fitto. Nonostante il partito sia da diversi mesi in sofferenza e in ebollizione, FI non sembra in grado di superare il tabù della messa in discussione della leadership di Silvio Berlusconi, la cui ingombrante ombra fa da tappo a energie che, represse, rischiano di diventare di settimana in settimana sempre più dirompenti. Ultimo ma non ultimo di una serie di figliuol prodighi che hanno provato a mangiare il ‘padre’, Fitto ritorna a casa ma prova a ribadire la necessità di fare i conti con la questione: «Noi dobbiamo stabilire – ha detto Omnibus (La7) – i contenuti con i quali ci riconnettiamo con il nostro popolo e, stabilito quello, decidiamo anche gli strumenti con i quali avviare un procedimento e una selezione della classe dirigente. Non mi appassiona tanto lo strumento ma è il meccanismo che io ho posto come riflessione, che è quello non della nomina dall’alto, ma della legittimazione dal basso».

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