sabato, Ottobre 24

L’Arabia Saudita sta perdendo terreno politico Un grande movimento di resistenza popolare in Arabia potrebbe presto far collassare il regno al-Saud

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Sebbene negli ultimi anni molti analisti abbiano letto segnali di cedimento, l’Arabia Saudita come ha resistito alle primavere arabe sta resistendo al post-Primavere, nel contesto del quale l’ISIS è il protagonista indiscusso. Forte dei suoi miliardi di dollari di risorse naturali e ammantata dalle potenti amicizie politiche che ha instaurato nei decenni scorso con l’Occidente, l’Arabia Saudita mantiene capacità di controllo e prestigio. Eppure, il cambiamento di alleanze nella regione e il sollevamento di un grande movimento di resistenza popolare in Arabia potrebbe presto far collassare il regno al-Saud nelle dune da cui proviene.

Costruita su un’alleanza di tribù e il Wahhabismo, l’Arabia Saudita è stata innalzata a super-potenza grazie al fatto che le sue terre possedevano grandi risorse naturali, risorse che aiutavano a rinforzare il crescente impero economico americano. Ma, come la maggior parte delle alleanze di convenienza, un patto di questo tipo può facilmente essere rotto qualora gli interessi delle rispettive parti divergano. Per come stanno ora le cose, l’intera regione del Medio Oriente rimane in uno stato di flusso e reflusso politico, sintomo di un cambiamento così profondo che potrebbe effettivamente portare a ridisegnare i confini.

Dal 2011, l’Arabia Saudita si è arrischiata su territori politici inesplorati, effettuando un cambiamento di regime e manipolazioni per far avanzare un programma tutto suo. Laddove questo regno storicamente si è tenuto sulle sue, impersonando solo quei ruoli che gli Stati Uniti davano ai suoi funzionari, un obbediente vassallo del potente egemone americano, l’Arabia Saudita dei nostri tempi ha dimostrato gusto per l’imprenditoria politica. Non più serva dei desideri americani, Riyadh si è resa indipendente, ancor di più da quando è salito al trono Re Salman dopo la morte di suo fratello, Re Abdullah, nel gennaio 2015. Nel giro di pochi mesi, Riyadh ha sviluppato ali politiche tutte sue e un programma tutto suo -programma che a volte ha infastidito e contraddetto proprio quelle alleanze che hanno aiutato il regno a divenire la potenza che è oggi.

Tra l’intervento in Bahrain, la guerra in Yemen e i giochi politici in Egitto, Iraq e Siria, l’Arabia Saudita ha oltrepassato di gran lunga il perimetro che l’America gli aveva assegnato. È un affronto che a Riyadh potrebbe costare caro.

Ma non solo quello: la rabbia popolare sta divorando il regno. L’Arabia Saudita può sembrare forte da lontano, ma il suo potere è solo un miraggio. Se non fosse per il radicalismo del Wahhabismo, o per la paura che il clero ispira, il regno si reggerebbe sul nulla… Non c’è vera fedeltà al re, nessun senso universale di lealtà verso la casata Saud. Una mela marcia sotto il sole, la struttura ascetica dell’Arabia Saudita e le sue istituzioni arcaiche sono una forzatura. E, sebbene i funzionari di Stato abbiano discusso riforme e cambiamenti per sedare il crescente risentimento popolare, c’è da azzardare che la monarchia potrebbe presto rendersi conto che proprio le riforme che vuole intraprendere per salvare il suo futuro potrebbero svegliare il drago che ha nutrito per tre secoli – il Wahhabismo. Quanto ci vorrà prima che gli estremisti wahhabiti si rivoltino verso la casata che hanno protetto e difeso senza paura? Quanto prima che questi titani reali vengano uccisi dai loro figli illegittimi?

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