domenica, Settembre 20

L’Arabia Saudita si unisce alla guerra contro il dollaro?

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All’inizio di settembre, i dati forniti dalla Federal Reserve (Fed) indicavano che l’ammontare dei Usa Treasury Bond in giro per il mondo aveva toccato il record minimo dal 2012, vale a dire 2.830 miliardi di dollari, dopo esser diminuito di quasi 28 miliardi di dollari in appena una settimana (il più grosso ridimensionamento in sette giorni fin dal gennaio 2015). Durante il mese di ottobre si è assistito al medesimo trend, con le Banche Centrali estere che hanno liquidato altri 22,3 miliardi di dollari di bond Usa tenuti in conto deposito alla Fed, e in questi ultimi giorni il processo di scaricamento dei Treasury International Capital sembra addirittura aver conosciuto una brusca accelerazione. Nell’arco di un anno (07/2015-07/2016) le Banche Centrali straniere si sono disfatte di qualcosa come 343 miliardi di dollari di Us Treasury Bond, andando a realizzare un record negativo difficilmente eguagliabile. La Cina ha indubbiamente inaugurato questa tendenza, vendendo ben 34 miliari di dollari di bond Usa nel solo luglio 2016 dopo un lungo e costante piano di alleggerimento che ha portato il totale delle riserve obbligazionarie in titoli statunitensi detenute dalla People’s Bank of China a 1.185 miliardi di dollari, la cifra più bassa dal 2012. L’Arabia Saudita – che rappresenta il maggior fornitore di petrolio della Cina assieme a Russia ed Iran – ha emulato l’esempio cinese, limitando i bond Usa in portafoglio a 93 miliardi, il minimo da fine estate 2014.

Per ora gli investitori privati sembrano interessati ad acquistare i bond Usa scaricati con il da Banche Centrali straniere, fondi sovrani ed hedge found, ma se le liquidazioni da parte di soggetti tanto potenti continueranno a un ritmo simile nulla potrà evitare che la Fed torni a monetizzare il debito, riacquistando i titoli rimasti invenduti in un nuovo programma di Quantitative Easing che allontanerebbe nuovamente la prospettiva di rialzo dei tassi di interesse ventilata ripetutamente dalla governatrice Janet Yellen a partire dal 2015. Si tratta dell’ipotesi più accreditata, se si considera che gli investimenti globali nel mercato del debito pubblico Usa sono ai livelli più bassi del 2012.

Il che rimanda a un problema molto più grave per gli Stati Uniti, vale a dire la conservazione del ruolo di moneta di riserva mondiale di cui il dollaro è titolare indiscusso fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sebbene l’ammiraglio Mike Mullen, ex Capo degli Stati Maggiori Riuniti, abbia dichiarato senza mezzi termini che il debito pubblico statunitense (corrispondente a quasi 20.000 miliardi di dollari) rappresenta la più grave minaccia alla sicurezza nazionale Usa, il vero obiettivo cruciale per Washington è quello di assicurare un flusso costante di denaro in entrata dall’estero per finanziare i cosiddetti ‘deficit gemelli’ (commerciale e di bilancio). In altre parole, per gli Usa è una questione di vita o di morte vendere i propri titoli di debito per ottenere la liquidità necessaria a garantire il funzionamento della dispendiosissima macchina politico-economico-militare statunitense. Ciò significa che, allo stato attuale, gli Stati Uniti occupano una posizione molto simile a quella della Gran Bretagna verso la fine del XIX Secolo. Con la differenza che, all’epoca, Londra aveva la possibilità di ripianare i propri deficit con il resto del mondo trasferendo in Inghilterra le eccedenze nette verso l’estero realizzate dalla colonia indiana, attraverso meccanismi come le tasse coloniali e la manipolazione del tasso di sconto. Gli Usa, di converso, hanno i conti in disordine fin dalla Guerra del Vietnam, ma non dispongono di una colonia in grado di registrare attivi con l’estero tali da ripianare i deficit statunitensi. Il che espone costantemente gli Stati Uniti al rischio di incorrere in una deflazione da debito estero, obbligandoli a costringere il resto del mondo a finanziare in maniera permanente i disavanzi di Washington. Lo sfoggio della propria forza militare è lo strumento maggiormente impiegato dagli Usa per assolvere a tale funzione, ma con interlocutori del calibro della Cina può rivelarsi non utilizzabile. Per questa ragione, il segretario al Tesoro Henry Paulson si recò in visita a Pechino durante le Olimpiadi del 2008 per fornire ai cinesi solide assicurazioni circa la solidità del dollaro, insidiata dalla crisi economica che di lì a poco avrebbe travolto Lehman Brothers e costretto il governo e la Fed ad intervenire direttamente per salvare il sistema economico-finanziario degli Stati Uniti. Pechino evitò quindi di riversare senza preavviso sul mercato centinaia di miliardi di dollari di Us Treasury Bond e di titoli delle società immobiliari semi-pubbliche Freddie Mac e Fannie Mae, come aveva proposto il governo di Mosca, così da evitare di creare una situazione di caos che si sarebbe abbattuta pesantissimamente sugli Stati Uniti.

Dopo un certo periodo, però, la People’s Bank of China avviò un processo di diversificazione delle proprie riserve valutarie, intensificando l’acquisto di oro fisico come stava facendo da tempo la Bank of Russia. Così, specie a fronte dell’instabilità finanziaria vigente, Cina e Russia hanno enormemente ingrossato le proprie riserve auree con il denaro ottenuto dalla dismissione dei bond statunitensi, aprendo un sentiero che nel corso dei mesi è stato percorso da un numero sempre maggiori di attori. Lo attestano i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale, secondo cui le riserve auree detenute dalle Banche Centrali hanno toccato quota 33.000 tonnellate, il massimo da 15 anni a questa parte (si ritiene inoltre che la Cina detenga molto più oro di quanto non dichiari). Il rapporto di stretta collaborazione instaurato tra Mosca e Pechino è naturalmente una conseguenza diretta delle sanzioni euro-statunitensi imposte contro Mosca ne tardo inverno del 2014 come rappresaglia per la crisi ucraina. Da allora, le due grandi potenze hanno consolidato i legami bilaterali in tutti i settori di maggiore rilevanza, e posto le condizioni per intaccare la supremazia del dollaro negli scambi commerciali. L’accordo energetico raggiunto nel maggio 2014 in base al quale Mosca fornirà a Pechino quantità ingenti di idrocarburi che la Cina pagherà in yuan rientra indubbiamente in questo programma, così come la creazione di una piattaforma per effettuare pagamenti a livello internazionale alternativa allo Swift, controllato dalla Federal Reserve. Come nota inoltre l’economista messicano Ariel Noyola Rodriguez: «la grande novità è data dal fatto che alla corsa per la de-dollarizzazione dell’economia globale si è unita l’Arabia Saudita, Paese che nel corso degli ultimi decenni si è distinto per fedeltà agli Stati Uniti. Sorprendentemente, negli ultimi 12 mesi Riad si è sbarazzata di oltre 19 miliardi di dollari di Us Treasury Bond, accreditandosi come uno dei principali venditori di debito degli Stati Uniti, con cui i sauditi hanno rapporti sempre più tesi […]. A fine settembre, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato l’annullamento del veto posto dal presidente Barack Obama su di una norma che autorizzava i tribunali Usa a trascinare a giudizio cittadini sauditi per le cause legate agli attentati dell’11 settembre 2001. L’Opec, per tutta risposta, ha raggiunto un accordo di portata storica con la Russia per ridurre la produzione di petrolio e porre quindi le basi per un aumento dei prezzi petroliferi. Desta un certo stupore anche il fatto che Pechino abbia autorizzato lo scambio di yuan contro rial sauditi senza attraverso il Trading System Foreign Exchange, in modo da aggirare il dollaro. Di conseguenza, è molto probabile che la compagnia petrolifera Saudi Aramco finisca per accettare pagamenti in yuan anziché dollari […]. Il mondo sta cambiando davanti ai nostri occhi».

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