sabato, Ottobre 24

L’Arabia Saudita in un vicolo cieco Dopo quasi otto mesi di guerra lo Stato Saudita sembra ora aver veramente smarrito il suo prestigio politico

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Beirut – Mentre l’Arabia Saudita continua a far trasparire fiducia e compostezza quando si tratta della propria posizione all’interno della comunità internazionale, così come per quanto riguarda la politica estera, la guerra in Yemen ha costretto Riyadh in un vicolo cieco politico. Questa guerra rappresenta infatti una spina nel fianco dell’Arabia Saudita, che consuma le risorse politiche e finanziarie del regno.

Dopo quasi otto mesi di guerra lo Stato Saudita sembra ora aver veramente smarrito il suo prestigio politico. Questa perdita di equilibrio in verità si era già manifestata in Siria, dove inizialmente il regno saudita aveva preso decisioni mutualmente proficue, dimostrando però mancanza di brillantezza e di prospettive.
Anche se alcuni potrebbero ribattere che il benessere dell’Arabia Saudita le permette di avere un peso rilevante alla tavola rotonda delle potenze internazionali, la miopica comprensione da parte di Riyadh dei fondamenti siriani e delle forze che muovono al suo interno ha portato questa superpotenza in un vicolo cieco.

In Libia, Egitto, Siria, Bahrain e Yemen, l’Arabia Saudita ha dilapidato la sua energia politica a causa dei propri leader, i quali non hanno compreso le realtà locali mettendo a dura prova le alleanze e le partnership geopolitico-strategiche.

Antoine Macon-Perrier, un analista indipendente francese che lavora per la Penisola Arabica sostiene che le politiche imperialiste di Riyadh in Medio Oriente rischiano ora di evidenziare il fallimento nel riconoscere la propria vulnerabilità politica dentro i propri confini.

“Le ambizioni egemoniche dell’Arabia Saudita non sono esattamente nuove. La Casa di Saud vanta una lunga eredità di conquiste sotto il proprio nome, partendo dalla scalata del Wahabismo nel XVIII secolo. Detto questo, il livello di aggressione militare al quale abbiamo assistito negli ultimi mesi è qualcosa che il regno non aveva mai tentato prima, ed è qui che Al Saud ha chiaramente sbagliato i calcoli, nonostante le pressioni che deve affrontare a causa del calo del prezzo del petrolio.
L’Arabia Saudita non è una potenza militare, si affida a mercenari per esercitare le proprie volontà politiche e in questo modo, alla fine, le sue ricchezze vengono sperperate. Nel frattempo i movimenti di resistenza stanno fomentando la legittimità politica della regione”

Ma, se l’Arabia Saudita primeggia chiaramente quando si tratta di inadeguatezza politica, non è certo l’unica. Infatti, come sottolinea Mark-Perrier, i leader delle nazioni benestanti del pianeta e i leader del mondo Arabo e Mussulmano hanno decisamente manifestato la loro inadeguatezza politica e l’inabilità di gestione e di adattamento alla realtà moderna. Quelli che una volta erano infinitamente ricchi ora si stanno ridimensionando rapidamente, e presto anche i cittadini comuni dovranno aggiungere i tagli dei costi ai loro problemi quotidiani.

In questa caduta libera dovuta all’illusione di poter competere con Russia e Iran per quanto riguarda i prezzi economici dell’energia, ora l’Arabia Saudita e i suoi “complici” ricchi di petrolio si stanno risvegliando in una nuova realtà politica.

“L’Arabia Saudita sta velocemente raggiungendo una consapevolezza politica. I suoi rapporti con il terrorismo e i crimini di guerra che Riyadh continua a commettere in Yemen sono diventati troppo complicati da razionalizzare, anche per i devoti media” sostiene Ahmad Abbas, un analista iracheno residente a Londra.

Riyad ora si sta risvegliando bruscamente, cercando nuovi appigli più sicuri per salvare ciò che resta del suo valore politico.
Di recente la stampa saudita ha preso esempio dal principale alleato oltreoceano, gli Stati Uniti, i quali hanno portato avanti un programma per il “passaggio graduale” di forze in Siria e non hanno invocato l’immediata presentazione delle dimissioni del Presidente Basha al-Assad.
Il Segretario di Stato USA John Kerry ha detto ai reporter della CNN che Washington ha cambiato la propria opinione su Bashar al-Assad. Gli Stati Uniti, secondo il New York Times, hanno chiuso i loro più grandi centri di addestramento dei cosiddetti moderati ribelli siriani in Giordania, Arabia Saudita, Qatar e EAU. I leader sauditi hanno risposto positivamente alla posizione del Cancelliere tedesco Angela Merkel, la quale è stata anche costretta ad appoggiare le negoziazioni con l’attuale presidente siriano.
A questo proposito, gli esperti hanno posto l’attenzione sulla dichiarazione del Principe turco al-Faisal, l’ex ambasciatore a Washington ed ex capo dell’intelligence, il quale è convinto che la strategia di Mosca in Siria sia più efficace degli sforzi degli Stati Uniti, e che il punto di vista russo meriti attenzione e rispetto.
Tenendo a mente che Riyadh è stata qualcosa di più di una questione cruciale per il Presidente russo Vladimir Putin per quanto riguarda la Siria, tale cambio di opinione dimostra solamente quanto la Casa di Saud sia disperata in Medio Oriente.

Di fatto, Riyadh è così fermamente decisa a riformare le sue politiche in Siria che ha dato istruzioni ai propri diplomatici affinché tolgano il supporto finanziario ai “moderati” siriani.

Recentemente la stampa mondiale ha pubblicato un cosiddetto documento segreto, una copia delle istruzioni alle ambasciate saudite negli stati del Medio Oriente, che contiene la direttiva per tutti i rappresentanti diplomatici di cessare gradualmente il supporto finanziario all’opposizione armata siriana.
A questo proposito, Ahmad Abbas crede che i governatori dell’Arabia Saudita, i quali di recente hanno inviato il Ministro della difesa e il figlio del Re a Mosca per dei negoziati, stanno cercando disperatamente una soluzione neutrale per risolvere il problema siriano. La stampa araba è diventata piuttosto fedele alla posizione russa, il cui fulcro era e rimane la negoziazione pacifica tra tutte le parti interessate, compreso al-Assad.

Ma giusto mentre sembrava possibile erigere dei ponti dalle ceneri della diplomazia, Washington ha perso il sostegno russo cercando di prevenire gli attacchi militari del Presidente Putin contro le postazioni dell’ISIS in Siria.

Riyadh, ancora una volta, ha dichiarato il proprio supporto alle forze che si oppongono alle autorità di Damasco. Le negoziazioni tra il Segretario di Stato USA, John Kerry, e il Re saudita, hanno portato a un accordo sulla base della posizione comune riguardo al crescente supporto ai ribelli in Siria, considerati come ipotetica “opposizione moderata”, quando in realtà stanno esercitando abusi di potere e illegalità varie. In ogni caso le due parti continuano a cercare una soluzione politica al conflitto.

Quantomeno si sono tenute svariate conversazioni telefoniche tra il Re saudita e il Presidente russo, durante le quali c’è stato uno scambio di vedute sulla questione siriana.
L’attuale politica, così inconsistente e priva di ogni logica elementare, non solo si è dimostrata senza successo, ma ha spinto l’Arabia Saudita in un abisso ancora più profondo fatto di stenti e di miseria, ponendo nuovi, complessi problemi al Re. Problemi economici e finanziari che la società saudita, benestante fino a poco fa, non aveva mai affrontato.
Come ha dichiarato in un’intervista al Wall Street Journal il direttore del Dipartimento del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, Masood Ahmed, il deficit del budget cumulativo delle nazioni esportatrici di petrolio del Medio Oriente potrebbe raggiungere i mille miliardi di dollari nei prossimi 5 anni. Inoltre, la tesoreria dell’Arabia Saudita (leader regionale), rischia di rimanere all’asciutto, e il “regno del welfare” potrebbe andare in bancarotta.
Fino ad oggi, il buco finanziario, quel deficit nel budget che quest’anno le proiezioni danno al 21,6% del Pil, è stato coperto dalle precedenti riserve di petrodollari. In particolare la scorsa estate l’Agenzia Monetaria Saudita è stata costretta a prelevare 70 miliardi di dollari dai fondi per gli investimenti stranieri. È presumibile che questo sia solo l’inizio del ritorno del capitale alle proprie origini al fine di sostenere nuove spese. Al contrario, una forte riduzione dei finanziamenti potrebbe condurre a una rivolta sociale nel regno, i cui cittadini si sono abituati a vivere una vita agiata durante il boom del petrolio.
Al momento l’Arabia Saudita sta esplorando la possibilità di alzare i prezzi dell’energia per i propri cittadini, come riportato dal Ministro del Petrolio Ali Al-Naimi. Rispondendo a un domanda sulla possibilità di ridurre i sussidi sull’energia nel prossimo futuro, il funzionario saudita ha dichiarato: “La domanda è se stiamo considerando tale possibilità? Si, la stiamo considerando”. I prezzi dell’energia in Arabia Saudita sono tra i più bassi al mondo, essendo leader dell’Organizzazione delle Nazioni Esportatrici di Petrolio (OPEC). Contemporaneamente però sta perdendo potenziali entrate vendendo petrolio nel mercato domestico a quote molto più economiche di quelle estere. Attualmente, l’Arabia Saudita spende circa 86 miliardi di dollari all’anno nei sussidi per i produttori di petrolio.
Gli ingenti pagamenti a vari gruppi siriani, inclusi quelli che sono membri dell’organizzazione terroristica “Stato Islamico”, in cambio della promessa di non condurre operazioni militari in territorio saudita, rappresentano un pesante fardello per l’economia dello stato. Grosse spese sono dirette verso la non-dichiarata guerra in Yemen, che non ha una fine in vista e potrebbe condurre l’attuale regime saudita a grandi difficoltà e problemi. Per non menzionare l’enorme incremento delle spese militari. L’Arabia Saudita è tra i leader mondiali nell’acquisto di armi. E ciò già da prima che iniziasse l’attiva operazione militare in Yemen.

Un piccolo esempio: il Dipartimento di Stato USA ha appena approvato la vendita di quattro navi al costo di 11,25 miliardi di dollari al Ministro della Difesa saudita. In aggiunta, l’accordo per le navi a superficie multiuso, le parti di ricambio e le attrezzature speciali comprende anche altri tipi di armamenti, in particolare mezzi di comunicazione e di spionaggio. Se questi costi vengono comparati con il mancato acquisto di due elicotteri francesi da parte della Russia, è chiaro che l’Arabia Saudita non sta solo comprando una flotta enorme ma sta anche pagando il supporto di Washington.

Non sorprende che molti membri della famiglia reale saudita siano preoccupati circa la situazione che si è creata dopo che il nuovo Re Salman bin Abdulaziz Al Saud è salito al potere. Secondo il quotidiano egiziano, The Egyptian Gazzette, i cambiamenti della politica estera e interna, in meno di 9 mesi di regno di Re Salman, hanno causato un numero crescente di problemi sia in Arabia Saudita che nei paesi vicini. L’insoddisfazione tra i sauditi ha così raggiunto un nuovo livello.
Tutto ciò si riscontra in una lettera che i membri della famiglia reale hanno ricevuto da parte di uno dei principi più giovani. In questa lettera, che è stata ampiamente diffusa dai media mondiali, l’anonimo principe argomenta la necessità di un cambiamento e invoca letteralmente un colpo di stato che dovrebbe essere condotto dai 13 figli dei fondatori dell’Arabia Saudita.

“Il Re non è in una posizione stabile e la verità è che suo figlio sta governando il regno”, ha scritto il principe. Egli si rivolge ai “figli di Ibn Saud, dal maggiore, Bandar, al più giovane, Mugrin” affinché si riuniscano per esaminare la situazione e decidano cosa può essere fatto per salvare il regno, realizzare una serie di sostituzioni nelle cariche più importanti e verificare le decisioni prese dalla famiglia reale, a prescindere dalla generazione a cui appartengono.
È il caso di sottolineare che l’autore della lettera fornisce una serie di motivazioni secondo le quali l’attuale Re Salman e suo figlio debbano essere rimossi dalle loro cariche, compresa la loro incapacità di regnare e rapportarsi con la difficile situazione economica del Paese causata dalla caduta del prezzo del petrolio, la malvista guerra in Yemen, i fallimenti della politica estera in Siria e la recente tragedia della Mecca che è costata più di 800 vite. Allo stesso tempo però l’autore della lettera non spiega esattamente chi vorrebbe vedere nelle posizioni del Re e di suo figlio. Né la Casa Reale né i tredici principi, ai quali la lettera è indirizzata, si sono ancora espressi.

Resta il fatto che la Casa Saudita ha fallito nell’elaborare l’algoritmo del potere.

Sotto sforzo per la pressione senza precedenti e sotto la minaccia di un teofascismo estremo, l’Arabia sta organizzando un movimento di resistenza transnazionale e di servizi segreti incrociati, uno di quelli che potrebbe far collassare regimi e dittature con una semplice passata di spugna.

Quelle nazioni divise da etnie e faziosità hanno trovato ora un terreno comune nell’opposizione al terrorismo. Unita nelle avversità, nella lotta e nell’odio per il neoimperialismo, sta sorgendo una nuova Arabia.

 

Traduzione di Manuel Marini

 

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