domenica, Novembre 17

Laovro Usa: il Partito Democratico riscopre Roosevelt Bernie Sanders propone l'arruolamento di milioni di disoccupati nelle fila degli impiegati federali

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Gli Stati Uniti hanno un problema di statistiche, specialmente per quanto riguarda la rilevazione dell’incidenza reale della disoccupazione. Nonostante le autorità di Washington e i mezzi informativi continuino a parlare di ‘miracolo occupazionale’, i dati indicano che su una popolazione di 325 milioni di persone e una forza lavoro che annovera quasi 258 milioni di unità, oltre 95 milioni di adulti risultano inoccupati e 6 milioni sottoccupati. Il tasso di partecipazione della forza lavoro alla crescita economica (una percentuale che oscilla ormai da anni tra il 62 e il 63%) è ai livelli più bassi dalla fine degli anni ’70, quando ancora si avvertiva pesantemente l’impatto dello sganciamento del dollaro dall’oro e degli shock petroliferi. L’economista e statistico John Williams ha richiamato l’attenzione su tutto ciò, rilevando che il tasso ufficiale di disoccupazione U3 utilizzato dalla Federal Reserve tiene conto soltanto del totale dei disoccupati in percentuale rispetto alla forza lavoro. Il Bureau of Labor Statistics (Bls), prendendo in esame un bacino più ampio, ottiene invece un tasso denominato U6, che si calcola sommando al tasso U3 gli individui che lavorano part-time ma che vorrebbero lavorare a tempo pieno oltre alle persone che hanno lavorato per un certo periodo negli ultimi 12 mesi ma che al momento non lavorano né sono alla ricerca di un’occupazione e soffrono di questa condizione disagiata determinata dal particolare stato del mercato del lavoro. Prima del 1994, lo stesso Bls utilizzava un metro ancora diverso, che consentiva di esprimere un tasso di disoccupazione che sommava all’U6 tutti i lavoratori scoraggiati di lungo termine. Continuando ad utilizzare questo metro per calcolare il tasso di disoccupazione, Williams ha riscontrato che dal 2009 in poi i tassi U3 ed U6 hanno registrato un andamento declinante, mentre il tasso di disoccupazione calcolato con il vecchio metodo disegnava una traiettoria rialzista, che porta tuttora il coefficiente di disoccupazione ben oltre il 20%.

Dell’incapacità dei metodi di calcolo statistico attualmente in vigore di fotografare con precisione le reali condizioni dell’economia statunitense devono essersi accorti i quadri del Partito Democratico, vale a dire la fazione che per una certa fase storica ha tenuto in forte considerazione gli interessi dei lavoratori. Bernie Sanders, l’ex concorrente di Hillary Clinton la cui corsa alla nomination democratica del 2016 fu sabotata dall’establishment del suo stesso partito, ha infatti elaborato assieme all’ala ‘lavorista’ dei democratici un disegno di legge che mira a garantire a tutti gli attuali disoccupati un tenore di vita dignitoso non attraverso l’erogazione di un ‘reddito di cittadinanza’, ma mediante la fornitura di un’occupazione pubblica retribuita 15 dollari l’ora più benefit a tutti coloro che ne avessero bisogno.

Si tratterebbe di un ritorno all’epoca del New Deal, la politica espansiva messa in atto dal presidente Franklin D. Roosevelt per cercare di mitigare gli effetti devastanti della crisi del 1929. La ricetta di Roosevelt consisteva nel ripristino di un interventismo statale che, attraverso la spesa a deficit, stimolasse la ripresa economica tramite investimenti per la costruzione e l’ammodernamento delle infrastrutture a cui si sarebbero dedicati milioni di impiegati pubblici da assumere attingendo agli amplissimi serbatoi di disoccupati. Ammiccando ai temi caldi trattati da Roosevelt nei suoi discorsi sullo Stato dell’Unione del 1941 (le famose ‘quattro libertà’ tra le quali spicca la libertà dal bisogno, vale a dire il diritto a condurre una vita dignitosa) e del 1944 (quando sottolineò la necessità di garantire per legge il diritti al lavoro e a percepire un salario sufficiente), Sanders mira in tutta evidenza a recuperare quelle porzioni dell’elettorato che in occasione delle elezioni del 2016 sono state ‘sedotte’ dalle promesse di Donald Trump in materia di lavoro, a partire dal rimpatrio di posti di lavoro negli Stati Uniti.

Secondo i calcoli effettuati da alcuni centri di ricerca, la realizzazione della proposta di legge formulata da Sanders richiederebbe circa 450 miliardi di dollari all’anno, pari al 2,3% del Pil statunitense, ma l’impatto reale sarebbe con ogni probabilità inferiore visto e considerato che non tutti i disoccupati si avvarrebbero della possibilità fornita dalla nuova misura legislativa e che le assunzioni ridurrebbero meccanicamente la spesa pubblica per ammortizzatori sociali e servizi di assistenza. Sorprendentemente, un baluardo del libero mercato – basato sulla concezione neoclassica a vocazione individualista e anti-statalista – come il ‘Wall Street Journal’ non ha rigettato con sdegno il progetto sottolineandone i problemi di contabilità o etichettandolo come una trovata ‘socalisteggiante’ che tradisce i principi economici della nazione, ma ha argomentato la sua posizione critica focalizzando l’attenzione sulle possibili ripercussioni negative che l’attuazione del disegno democratico potrebbe produrre.

La più rilevante controindicazione consisterebbe, a detta dell’autorevole quotidiano economico, nel disincentivare gli investimenti privati in grado di creare occupazione, con conseguente distorsione del normale funzionamento dell’economia di mercato. Nelle condizioni che verrebbero a determinarsi con l’attuazione della ricetta di Sanders, la forte spinta al rialzo dei salari che prenderebbe vita con il ‘reclutamento’ di poco meno di 55 milioni di lavoratori Usa nel settore pubblico farebbe letteralmente scomparire quella tipologia di impieghi a basso salario. Il ‘Wall Street Journal’ cita in proposito uno studio condotto dall’università di Harvard nel 2011 che metteva in evidenza come la nomina di un congressista a una commissione di particolare rilievo corrisponda generalmente a un incremento dei fondi al suo Stato di provenienza e a un aumento delle assunzioni nel pubblico, ai quali si accompagna però una sensibile riduzione degli investimenti e degli impieghi privati scarsamente retribuiti.

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