domenica, Novembre 17

L'Angola si carica l'Africa sulle spalle field_506ffbaa4a8d4

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L’Africa, il continente schiacciato, è da sempre il luogo dove si addensano il senso e le sorti delle azioni umane. Da qui prese le mosse la nostra specie circa 200 mila anni fa, qui si concentrarono le vergogne più profonde dell’umanità con lo schiavismo selvaggio iniziato fin dal Medioevo e poi con la colonizzazione politico-economica quasi sempre predatoria e proseguita fin dentro la seconda metà del secolo passato. E sempre all’Africa si guarda in questi giorni, con gli esodi massicci di profughi che sono destinati a mutare gli equilibri demografici del primo mondo.

A Expo l’Africa è invece presente e futuro, problema e soluzione nello stesso momento. Le tematiche expiane della sicurezza alimentare e di uno sfruttamento ragionevole delle risorse naturali richiamano infatti sia la penosa realtà di intere nazioni africane, afflitte da indigenza assoluta, fame e depredamento dissennato della natura, ma anche la possibile soluzione agli squilibri alimentari nel mondo che verrà. Il Continente Nero, demograficamente esuberante, con gigantesche riserve idriche e forestali, e dove più della metà della popolazione è impegnata nel settore primario, è infatti visto da più parti come il futuro supermercato del pianeta. Certi Paesi lo hanno già capito, Cina in testa, e acquistano da anni terre nei Paesi subsahariani, investono in infrastrutture e logistica, con lo scopo primario di garantire la sicurezza alimentare dei propri cittadini.

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Date queste premesse, che lasciano intravedere l’Africa subito dietro al motto di questo semestre “Feeding the Planet, Energy for Life”, nel percorrere il Decumano si nota subito che qualcosa non va: i Paesi africani che hanno costruito un padiglione in proprio sono solo tre, il Marocco, il Sudan, la cui presenza è a dire il vero di portata modesta, e l’Angola. Altre 40 nazioni sono sbarcate a Milano, ma ospitate nei vari cluster tematici e quindi con spazi e raggio d’azione limitati. L’occasione è sicuramente di quelle perse, a maggior ragione se contiamo poi la clamorosa assenza del Sudafrica, la nazione nera più ricca, che del resto come molti Paesi del Commonwealth ha preferito passare la mano.

L’unica vera potenza africana è quindi l’Angola, ex colonia portoghese di quasi 21 milioni di abitanti e 131 miliardi di Pil, in costante e vertiginosa ascesa in questi anni, soprattutto grazie ai faraonici investimenti cinesi dell’ultimo decennio e alle enormi potenzialità del settore petrolifero e minerario. Negli anni d’oro Luanda, la capitale è la seconda città più cara al mondo per gli espatriati, è arrivata persino a investire in alcune aziende strategiche del Portogallo messo in ginocchio dalla crisi economica, ad esempio nel settore bancario (Banco Bpi e Bic), petrolifero (Galp) e tlc (Zon Multimedia). Eventi impensabili solo un decennio fa per un Paese che ha ottenuto l’indipendenza da Lisbona nel 1975, indipendenza a cui seguirono quasi trent’anni di guerra civile alimentata dalla logica del conflitto ‘per procura’ tra Usa e Urss.

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Da un anno a questa parte il crollo del prezzo del petrolio ha frenato l’ascesa dell’Angola e nel 2015 per la prima volta da sei anni il saldo delle partite correnti è previsto di nuovo in deficit. A livello socio-economico le contraddizioni sono ancora enormi e proprio l’industria agroalimentare è ancora embrionale, sicché le importazioni di generi alimentari sono un capitolo di spesa gravoso; tuttavia le ambizioni e le potenzialità di questa grossa nazione affacciata sull’Oceano Atlantico- la 23° al mondo per estensione- sono state chiaramente ribadite a Expo, con uno spettacolare padiglione a tre piani di due mila metri quadrati. Proprio al centro della struttura c’è un baobab stilizzato, “l’albero simbolo del Paese e attorno al quale si sviluppano numerose attività sociali, dai mercati, alla riunioni familiari fino ai riti funerari”, come ci spiega all’inizio della nostra chiacchierata il Direttore del padiglione, Ditutala Lucas Simão.

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