martedì, Marzo 26

L'ambiguo intervento del Ciad

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Ad un mese esatto dall’inizio del coinvolgimento militare di Déby in Nigeria e Camerun la situazione non appare in netto miglioramento, mentre aumentano le voci di chi giudica con sospetto l’escalation terroristica nella zona saheliana nei mesi caldi delle elezioni del gigante nigeriano.

Il coinvolgimento militare del Ciad nell’estenuante lotta contro il movimento terroristico soprannominato Boko Haram non giunge affatto come una sorpresa. Per tutto il 2014 il presidente Déby non aveva fatto altro che rinforzare la sicurezza sui pochi chilometri di confine che separano il Paese dal suo ricco vicino, premurandosi anche, in diverse occasioni, di allertare la comunità internazionale circa quanto stava accadendo e quanto avrebbe potuto accadere se si fosse sottovalutato il problema. Sul finire dell’anno appena trascorso, il rapido passaggio ad oriente delle attività di Boko Haram, con lo sconfinamento nella regione Extreme-Nord del Camerun, aveva costretto il governo di N’Djamena ad aumentare le truppe di pattuglia: non più solo il confine nigeriano ma anche quello camerunese. Tra dicembre 2014 e gennaio 2015, il gruppo terroristico sembrava entrare in un momento di estrema dinamicità che lo ha portato ad estendere il proprio controllo sulla regione toccando direttamente gli interessi economici ciadiani.

La presa di Baga, ai primi di gennaio, portò ad un massacro di proporzioni sconvolgenti, del quale le autorità nigeriane ancora non hanno comunicato una stima precisa, sebbene abbiano minimizzato riportando non più di 200 vittime (mentre Amnesty International ha rivelato inizialmente che si trattava di un numero di circa 2000 persone). La cittadina si trova giusto sulla costa sud-occidentale del lago Ciad ed è la località toccata da Boko Haram più vicina al confine ciadiano, nonché snodo economico chiave per i commerci nel trafficato bacino lacustre. La sua presa, oltre a danneggiare materialmente le attività nella regione, portò alla momentanea cacciata delle truppe di vigilanza di Niger, Nigeria e Ciad che pattugliavano l’area e avevano a Baga il loro centro operativo sulla base di un accordo multilaterale del 1998, rinforzato recentemente proprio per contrastare l’azione di Boko Haram. La presenza fisica dell’attività del gruppo proiettò l’ombra della minaccia terroristica su due direttive chiave per gli assetti economico-politici del governo Déby: non solo Baga, ma anche Kousseri, cittadina camerunese giusto sotto il confine col Ciad, a pochissimi chilometri dalla capitale N’Djamena, località situate al crocevia delle reti stradali che collegano ed integrano il paese nell’economia dell’area. Lo sconvolgimento prodotto da Boko Haram nel nord-est della Nigeria aveva ridotto al minimo o reso particolarmente difficoltose le attività commerciali, mentre sul versante sud veniva minacciato il vitale collegamento con Douala e Kribi, porto camerunese di smistamento del petrolio ciadiano. Queste recenti evoluzioni appaiono come il definitivo motivo dell’entrata in guerra dell’esercito del paese nella lotta contro il gruppo.

Al di là dell’aspetto puramente securitario, l’azione di Boko Haram ha avuto, e sta tuttora avendo, un impatto profondamente pesante sull’economia del paese saheliano: il Ciad basa gran parte dei propri introiti sul petrolio, sull’estrazione di minerali e sui commerci legati agli affluenti del lago Ciad. La congiuntura internazionale e regionale nel breve periodo, pertanto, non sembra promettere molto per il paese: con il contenimento del prezzo del petrolio deciso dall’OPEC nel novembre 2014, i preoccupanti sviluppi sul confine orientale (dove il Sud Sudan rischia l’implosione e s’inasprisce il confronto con il governo al-Bashir), la dilagante insicurezza prodotta dalla guerra civile in Libia e il dilazionarsi della “bush war” a bassa intensità nella meridionale Repubblica Centrafricana, il Ciad e Déby appaiono come un’oasi di relativa stabilità. Non è un caso che la Francia, a conclusione del proprio coinvolgimento diretto nella perdurante crisi del nord del Mali, abbia deciso di spostare l’asse della propria azione securitaria più ad est, coinvolgendo in prima persona Déby e il Ciad nel varo dell’Operazione Barkhane – il più recente dispositivo di sicurezza nel Sahel.

I numeri del contingente non tradiscono la fiducia di Parigi nei confronti dell’esecutivo ciadiano né di organismi internazionali, quali l’Unione Africana, che hanno denunciato la situazione sostenendo la cosiddetta Multinational Joint Task Force (MNJTF) né di enti che hanno patrocinato il suo spiegamento (come l’ONU). Ai reggimenti di stanza nel nord del Camerun già da gennaio sono stati affiancate ulteriori truppe nel quadrante orientale fra Niger e Nigeria, suggerendo l’idea di una morsa “a tenaglia” presso lo Stato Maggiore ciadiano. Eppure, a un mese dall’entrata delle truppe di Déby in territorio nigeriano, la situazione sembra migliorata solamente nella propaganda di Goodluck Jonathan in vista delle consultazioni elettorali posticipate al 28 marzo di quest’anno in mezzo a polemiche e accuse di ogni sorta. Le notizie riportate nel corso del mese di febbraio dal portavoce della Difesa di Abuja sui continui progressi dell’esercito in diverse località, finora nelle mani dei miliziani di Boko Haram, non vanno di pari passo con l’estrema fragilità, disorganizzazione e gli atti di sabotaggio interno che hanno minato la credibilità delle truppe nigeriane, impiegate nell’estenuante lotta contro il nemico, senza successo, oramai da cinque anni. Le notizie vertono principalmente sul sequestro di armi, sulla scoperta di campi abbandonati e di scontri a fuoco di minore entità, mentre non sembrano in alcun modo cessare gli attentanti terroristici del gruppo: sabato 28 febbraio a Ngamdu, nello stato di Borno, due donne si sono fatte esplodere, mentre lo stesso giorno una bomba è esplosa nel mercato di Mainok, nello stesso stato.

Il contingente inviato da Déby, a un mese dallo spiegamento, non sembra aver prodotto il drastico cambio di rotta lungamente atteso e, nel prossimo mese, gli occhi della comunità internazionale saranno puntati su di esso e su quanto la sua azione di contrasto possa recare beneficio al processo elettorale del 28 marzo. Per ora, dunque, si tratta principalmente di operazioni di pattuglia e vigilanza della zona all’interno del “cordone sanitario” in cui i militari ciadiani sono chiamati ad operare. Déby si gioca in questo lasso di tempo la propria statura politica come “gendarme del Sahel”, impegnato in una sfida pari a quella del 2012, quando l’esercito ciadiano intervenne nel conflitto del nord del Mali in maniera decisiva e sotto i buoni auspici del governo francese, ottenendo in cambio la nomea di più solida struttura militare dell’Africa occidentale e centrale oltreché – soprattutto – accordi di cooperazione finanziaria molto ingenti. Ma la lotta contro Boko Haram, resa intensa dal prossimo appuntamento elettorale, si profila nettamente diversa. La rete di supporto del gruppo è intrecciata e altamente integrata nei diversi settori economici della regione: gli arresti condotti in Camerun e Nigeria di esponenti politici locali ed imprenditori in merito al finanziamento e all’approvvigionamento di risorse per cellule di Boko Haram, il controllo e la confisca dei carichi di merce (cibo, beni di consumo, barili di petrolio) lungo le reti viarie principali della zona (come il controllo del commercio ittico sulle rive del lago Ciad) dimostrano un grado elevato di ramificazioni e contatti estremamente difficile da tracciare.

La fama di Déby come “gendarme” potrebbe rivelarsi come un’arma a doppio taglio e fare spazio ad un altro epiteto – quello di “pompiere piromane” – soprannome affibbiato fino ad ottobre scorso al presidente, “rimosso” dopo 27 anni al potere, del Burkina Faso, Blaise Compaoré. Il riferimento è agli interessi personali che Déby mette in gioco nel condurre la lotta contro Boko Haram: il cordone sanitario in cui operano le sue truppe nel nord della Nigeria circoscrive un’area ben precisa del paese (quella del lago Ciad) dove, oramai due anni fa, la Commissione nigeriana per le risorse petrolifere aveva rinvenuto delle riserve di greggio e pianificava di condurre delle operazioni di perforazione. Sul proprio versante del lago, Déby ha già iniziato ad estrarre e a vendere: «ci aspettiamo che per il 2015 riusciremo probabilmente ad arrivare a 260.000 barili al giorno (bpd)», ha dichiarato il Ministro delle Finanze di N’Djamena, Kordje Bedoumra, indicando nei nuovi campi sul lago e in quelli in prossimità col confine centrafricano i siti di incremento produttivo. Quindi l’intervento del MNJTF sembra arrivare per il Ciad non solo in tempo per salvaguardare i propri interessi di sicurezza ma anche per trarre vantaggi economici. Il Mouvement du 3 Février – un gruppo di opposizione del Ciad – dichiara in un comunicato sul proprio sito che «Déby sembra aver deciso di giocare ai pompieri piromani con i suoi vicini. Tanto per sbarazzarsi di un potere ostile, quanto per far man bassa delle sue ricchezze». Il quadro di riferimento è quello del recente intervento in Repubblica Centrafricana, dove le truppe ciadiane più che svolgere attività di peace-keeping si sono rivelate un esercito di occupazione. È emerso che l’esecutivo di N’Djamena avesse come priorità quella di «securizzare l’accesso ai campi petroliferi transfrontalieri ed estromettere le compagnie cinesi che avrebbero potuto operare nel nord del Centrafrica se la situazione si fosse stabilizzata», ha affermato il professor Roland Marchal, senior researcher al Centre for International Studies and Researches (CERI) di Parigi, dando chiare indicazioni su quali potrebbero essere le priorità di Déby ora che il suo esercito si trova sul territorio nigeriano.

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