venerdì, Settembre 25

L'Algeria guarda al Sud Garantire la sicurezza dei propri confini meridionali è quantomai fondamentale per il Paese

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Lasciata alle spalle una tornata elettorale dai prevedibili risultati, l’Algeria guarda avanti e cerca di comprendere quale sia la strada da intraprendere per costruirsi un futuro sostenibile. Gli annosi problemi legati allo stato di salute dell’economia poco sviluppata e diversificata acquisiscono un peso ancor più grande se si prende in considerazione l’entità delle tensioni sociali che si agitano sotto la superficie, in un Paese in cui il timore per una destabilizzazione dei fragili equilibri interni rende la cittadinanza meno propensa a esporsi. Consapevoli dei rischi legati alla destabilizzazione porta il Governo a mantenere un approccio allo stesso tempo cauto e deciso quando occorre intervenire per garantire il contenimento delle tensioni nel Paese.

L’esplosione dell’insorgenza islamista nella regione settentrionale del Mali, che condivide i confini di una parte ampia dei propri confini con il territorio algerino, rappresentò nel 2012 un’importante sfida per Algeri. Le necessità di preservare la sicurezza nazionale, limitare le possibilità dei gruppi islamisti di utilizzare il territorio algerino come retroterra logistico e mostrarsi come solido alleato per un Occidente spaventato dal rischio che i gruppi jihadisti prendessero il controllo dell’intera regione, hanno indotto il Governo di Bouteflika a individuare un approccio pragmatico nei confronti della questione maliana. Il sostegno garantito al contingente franco-africano, giunto in Mali nell’ambito dell’operazione Serval, costò immediatamente caro all’Algeria: nel gennaio 2013, a pochi giorni dalla discesa delle truppe francesi in territorio maliano, un comando terrorista guidato dal jihadista Mokhtar Belmokhtar entrò nell’impianto petrolifero di In Amenas, prendendo in ostaggio per vari giorni gli operai e le guardie del sito. Il tragico bilancio dell’attacco, con quasi 40 operai uccisi dal gruppo jihadista, rivelò i limiti delle strutture della sicurezza algerine e i rischi che correva l’intero Paese di fronte alla destabilizzazione del Mali.

A oltre un anno di distanza dall’inizio dell’Operazione Serval, il Nord del Mali non è stato ancora definitivamente stabilizzato. L’intervento straniero ha certamente consentito finora di aumentare il livello della sicurezza e contenere l’avanzata islamista, ma il Governo di Bamako non si è ancora mostrato in grado di rafforzare i fragili legami che lo collegano alle regioni settentrionali. Una simile situazione sta spingendo il governo algerino a mantenere elevato il livello di attenzione nei confronti di quanto avviene oltre confine, evitando che una diminuzione dei controlli lungo confine possa causare un nuovo rafforzamento della guerriglia jihadista.

Nei giorni scorsi, un rappresentante del Ministero degli Esteri algerino, Abdul Aziz bin Ali Sharif, ha parlato riguardo l’impegno algerino in Mali, affermando la volontà del suo Paese di continuare a portare avanti il proprio sforzo per garantire la stabilizzazione del Mali. «L’Algeria sta giocando un ruolo centrale ed essenziale in Mali e considera i suoi sforzi diplomatici come complementari a quelli portati avanti principalmente da Unione Africana e dalle Nazioni Unite. Il ruolo dell’Algeria non può essere ignorato poiché è centrale nella risoluzione delle dispute e per via di considerazioni geografiche. […] Noi vogliamo che sia notato quanto il nostro ruolo stia crescendo. […] Ciò che conta per noi è il rafforzamento della sicurezza nella regione, poiché questo è prima di tutto un interesse dell’Algeria».

L’Algeria continua quindi a garantire il mantenimento di un ruolo di supporto nella risoluzione di quanto avviene nel Mali del Sud, con l’interesse di giungere a una pacificazione dell’area e a rafforzare la situazione della sicurezza nella regione intera. A tale scopo, il governo algerino ha svolto il ruolo di garante nell’incontro tenutosi sabato scorso tra tre gruppi tuareg attivi nel Nord del Mali, il Movimento Arabo dell’Azawad (MAA), il Coordinamento per la Gente dell’Azawad (CPA) e il Coordinamento per i Movimenti e i Fronti Patriottici di Resistenza (CMPFR), i quali hanno firmato un accordo quadro preliminare in cui forniscono la propria disponibilità a trattare con il governo maliano e a riconoscere l’unità del Paese.

A inizio maggio, le forze dell’ordine algerine hanno ucciso nove uomini armati nei pressi del confine con il Mali vicino Taoundert, nella provincia meridionale di Tamanrasset. Gli uomini, intercettati mentre si dirigevano verso il territorio maliano, portavano con loro vari tipi di armamenti, tra cui Kalashnikov e lanciarazzi. L’azione è giunta pochi giorni dopo che al-Qaeda nel Maghreb Islamico, organizzazione qaedista attiva nel Nordafrica, rivendicò l’uccisione di 11 soldati nella regione berbera della Cabilia, nel Nord dell’Algeria. L’attacco, uno dei più gravi degli ultimi anni, rivelò la portata del pericolo costituito dall’insorgenza jihadista nel Paese.

 

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