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L’album perduto di Coltrane: l’anello mancante nell’evoluzione di un genio Perché la notizia della pubblicazione di ‘Both Directions at Once’ è così straordinaria

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Venerdì 29 giugno 2018: verrà finalmente pubblicato ‘Both Directions at Once’, l’album perduto di John ColtraneGli appassionati di jazz sono in fermento già da qualche mese, da quando, cioè, la voce del ritrovamento è cominciata a circolare nell’ambiente degli specialisti: con la pubblicazione in anteprima, lo scorso 8 giugno, di una delle tracce inedite dell’album, ‘Untitoled Original 11383’, la frenesia degli appassionati era arrivata alle stelle. Oggi, finalmente, sarà possibile ascoltare per intero un album che, per diverse ragioni, assume un significato molto particolare.

Il nome di John Coltrane, oggi, potrebbe non dire molto al grande pubblico ma si tratta di uno dei più grandi musicisti del XX secolo il suo contributo va al di là dell’ambito jazz.

Nato nel 1926 ad Hamlet, nel North Carolina, da una famiglia afroamericana, John William Coltrane, considerato uno dei più grandi saxofonisti di tutti i tempi, ha intrapreso una carriera che, nel giro di poco più di vent’anni, lo ha visto compiere un’evoluzione incredibile: dagli esordi nel 1945, come clarinettista della Banda della Marina Militare, alla sua morte, avvenuta a New York nel 1967, Coltrane è passato attraverso il Rithm ‘n’ Blues (musica pensata per la danza molto in voga alla fine degli anni ’40 e da cui, in seguito, deriverà il Rock ‘n’ Roll), attraverso il Be Bop (lo stile che rivoluzionò il jazz sotto la spinta di Charlie Parker e Dizzy Gillespie, nella cui orchestra militò il giovane John), il Cool e l’Hard Bop (fondamentali gli incontri con Miles Davis e Sonny Rollins), fino ad avvicinarsi al Free Jazz di Ornette Coleman (grazie all’influsso dell’amico Eric Dolphy) e a sviluppare una estatica talmente personale da andare oltre alle etichette di jazz o musica d’avanguardia.

La ricerca musicale di Coltrane è stata talmente instancabile e profonda da non limitarsi agli aspetti tecnici o teorici della musica: al contrario, la ricerca di Coltrane si è soffermata anche sulla forma e sul significato stesso dell’esperienza musicale, tanto da divenire un simbolo mistico per alcuni. Esiste, infatti, una ‘Saint Jhon Coltrane Church‘, una istituzione religiosa con una sua liturgia basata sull’ascolto e sull’esecuzione di famose opere del saxofonista di Hamlet.

L’album perduto è stato registrato il 6 marzo del lontano 1963, quando Coltrane si fermò con il suo quartetto nei Van Gelder Studios, in New Jersey. Assieme al suo quartetto storico, formato dal pianista McCoy Tyner, dal contrabbassista Jommy Garrison e dal percussionista Elvin Jones, Coltrane registrò in una sola giornata materiale per un intero disco: la sua etichetta dell’epoca, la ‘Impulse!’, non pubblicò immediatamente il materiale perché, probabilmente, preferì investire maggiormente sul successivoJohn Coltrane e Johnny Hartman’, le cui incisioni iniziarono il giorno seguente e che, grazie alla collaborazione del cantante Hartman e ai brani di repertorio (Standards, in gergo jazz), lasciava presagire maggiori margini di guadagno. Quale che sia stata la ragione, sta di fatto che il materiale registrato quel 6 marzo 1963 finì nel dimenticatoio; negli anni ’70, dopo la morte dell’autore, la “Impulse!distrusse per errore i nastri per fare fronte a problemi legati alle spese di stoccaggio. Fortunatamente, Coltrane si era fatto fare una copia dei nastri per poterla ascoltare con la sua prima moglie Naima: il recupero di questo album perduto è stato possibile proprio grazie a quelle copie, riscoperte da Naima e consegnate alla “Impulse!”.

Il titolo dell’album, prodotto dal figlio di John Coltrane, il saxofonista Ravi, e da Ken Druker, si intotola ‘Both Directions at Once’, ovvero ‘entrambe le direzioni allo stesso tempo’, riprende una frase che Coltrane disse ad un giovanissimo Wayne Shorter (saxofonista che  avrà a sua volta una importante carriera), a cui consigliò di «iniziare una frase dal centro, per poi procedere in entrambe le direzioni allo stesso tempo».

All’interno dell’album sono presenti sette brani originali composti da Coltrane e mai sentiti, se non in rare incisioni dal vivo (l’unica eccezione è una rivisitazione del brano “Impression”, uscito in una versione differente nell’omonimo album del ’63).

Ma perché l’uscita di un album inedito di un saxofonista morto è così esaltante?

In primo luogo perché, dopo una fase di riscoperta del jazz delle origini e l’interesse per le incisioni scartate a partire dalla fine degli anni ’80, era molto tempo che non venivano alla luce registrazioni di una certa importanza in questo campo. Per di più, non si tratta della solita incisione dal vivo fatta con mezzi di fortuna o di sessioni scartate di album già pubblicati: questa volta siamo di fronte ad un intero album di brani originali registrato in studio. Come ha detto il grande saxofonista Sonny Rollins, uno degli ultimi testimoni ancora in vita di quell’epoca (nonché curatore del libretto interno al disco), «è come scoprire una nuova stanza in una Grande Piramide»: la scoperta, dunque, è tanto più eccitante, quanto viene ad inserirsi in un corpus che si pensava chiuso, ormai conosciuto per interno.

C’è però dell’altro. Le incisioni presenti nell’album Both Directions at Oncesi pongono in una fase fondamentale dello sviluppo dell’estetica di Coltrane.

I suoi primi album da solista avevano rappresentato il tentativo di portare alle estreme conseguenze l’estetica Hard Bop: armonie complesse e veloci, fraseggi puliti e serrati. Dopo l’album ‘Giant Steps’ (1959), Coltrane si era convinto che quella strada fosse oramai esaurita: la velocità dei cambi armonici del brano omonimo e la precisione estrema con cui l’autore esegue il suo assolo sono tanto strabilianti che è risulta difficile pensare di fare qualche cosa di più in quella direzione.

Non è un caso che, l’anno seguente, Coltrane incise ‘My Favorite Things’ (il primo album inciso interamente con la formazione storica che compare anche in ‘Both Directions at Once’): l’approccio è totalmente differente. Anziché trovarci di fronte ad armonie complesse, ascoltiamo larghe sezioni di pedale armonico (con un armonia statica, dunque), il ritmo diventa più esplosivo, il fraseggio degli assolo di Coltrane più potente e sporco (vennero definiti ‘sheets of sound‘, ovvero ‘lenzuoli di suono’).

Da quel momento in poi, l’estetica di Coltrane non fu più la stessa: la sua ricerca estetica e formale lo porterà, nel giro di pochi anni all’incisione di uno dei più grandi capolavori, non solo del jazz, ma della musica della seconda metà del XX secolo. ‘A Love Supreme’ (1964): un album concepito come un unico brano articolato in quattro movimenti (un po’ come una sinfonia), espediente formale assai raro in ambito jazz; alla ricerca formale, d’altronde, si affaccia una ricerca antropologica sul senso dell’esperienza musicale, vista come un percorso spirituale che, attraverso varie fasi, porti ad uno stato di coscienza superiore. ‘A Love Surpeme’ aprì le strade ad una serie di ricerche che, sempre più, misero l’accento sull’aspetto spirituale della musica, come nel caso di ‘Meditations’ (1966) o di ‘Interstellar Space’ (1967), solo per citarne alcuni.

Considerando questo percorso artistico ed esistenziale, dunque, le incisioni del 6 marzo ’63 si pongono alla fine di una fase di passaggio: nel fraseggio di Coltrane si sente tutta l’eco di ‘Africa/Brass’, ma si intuisce già la complessità costruttiva di ‘A Love Supreme’.

Si tratta di un mattoncino che chiarisce maggiormente il percorso di un grande artista, dell’anello mancante dell’evoluzione di un linguaggio: una testimonianza di un periodo che, tra gli anni ’60 e ’70 del XX secolo, portò la musica di grandi compositori afroamericani (Ornette Coleman, Charles Mingus, Eric Dolphy, solo per citarne alcuni) ad uscire dai recinti di genere ed intraprendere una riflessione sulle forme e sul ruolo dell’esperienza musicale.

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