mercoledì, Agosto 5

L’agenda suprematista di Israele Lo Stato si è dimostrato altrettanto determinato nella repressione di tutti coloro che considera una minaccia per l'ideale

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Sebbene la comunità internazionale e i leader mondiali siano stati lentissimi nel prendere atto dei crimini d’Israele, razionalizzando e giustificando all’infinito l’uccisione e la brutalizzazione del popolo palestinese con la motivazione di lasciare che Israele ricostruisse l’antico regno biblico, fondato unicamente sull’asserzione che gli ebrei sono “il popolo eletto dal Signore”, è ormai virtualmente impossibile negare o anche solo ignorare l’ovvia strategia di depopolamento e pulizia etnica messa in atto da Israele.

Sebbene entrambi i concetti siano riuniti sotto lo stesso ombrello del più abietto suprematismo razziale, il depopolamento e la pulizia etnica servono due obiettivi distinti: il primo a far scomparire la Palestina per reinventare Israele come unico gruppo etnico legittimo nella regione, mentre la seconda origina semplicemente dal pregiudizio sionista contro gli ebrei arabi e di colore.

Per quanto violenta e brutale sia Israele nei confronti dei palestinesi, lo Stato si è dimostrato altrettanto determinato nella repressione di tutti coloro che considera una minaccia per l’ideale dell’identità “Aschenazi”. Da qualunque angolo la si guardi, Israele è uno Stato intrinsecamente razzista, e si potrebbe anche dire suprematista.

Rachel Shabi, giornalista e scrittrice israeliana di origini irachene, ha descritto nel suo libro,’ Not the Enemy: Israel’s Jews from Arab Lands’, come, fin dal concepimento, Israele abbia associato gli ebrei nativi o sefarditi al “nemico”, cioè gli arabi, aggiungendo così un filtro etnico alla sua già frammentaria comprensione dell’identità ebraica.

Nel libro, Shabi descrive numerosi casi di discriminazione, orribile e umiliante, ai danni di ebrei marocchini, yemeniti, tunisini e di altre nazionalità, le cui vite sono state ingoiate dalla cultura aschenazi dominante. In un passaggio particolarmente scioccante, Shabi narra come agli ebrei nordafricani non venisse concesso di entrare in Israele senza essersi sottoposti a sessioni di disinfezione.

Sebbene Israele si presenti come il prodigo Stato ebraico, un porto sicuro per tutti coloro che hanno sofferto la persecuzione religiosa, quest’immagine rimane superficiale e non si applica a chiunque somigli fisicamente agli abominevoli arabi.

Ovviamente la visione razzista d’Israele è meglio dimostrata dalla sua determinazione nel perseguitare, umiliare e brutalizzare i palestinesi (tutti i palestinesi, uomini, donne o bambini che siano) sulla base della loro inaudita pretesa di libertà e autodeterminazione politica entro i confini della propria terra; ma il razzismo pandemico israeliano si estende a tutti i modi e gli aspetti della vita.

Su quella che può unicamente definirsi come la discesa d’Israele nel fascismo, il reporter investigativo americano Max Blumenthal ha esposto, in un documentario del 2013 per “The Real Agenda”, la profondità del pregiudizio israeliano verso tutti quelli che sono considerati esseri inferiori o “infiltrati”, come li definisce lo Stato stesso: i rifugiati africani.

Parlando del deplorevole atteggiamento d’Israele nei confronti delle popolazioni più vulnerabili, Blumenthal sottolinea: «Nel 2006 sono arrivati in Israele circa 60.000 migranti africani in fuga dai disordini nei loro Paesi d’origine. Ma una volta giunti in questo Paese apparentemente democratico si sono nuovamente trovati perseguitati, chiamati “infiltrati” dagli attivisti e dai politici di destra».

«Se me ne verranno concessi gli strumenti, in meno di un anno non rimarrà più neanche un infiltrato nello Stato d’Israele», dichiarava il ministro degli Interni israeliano Eli Yishai alla Knesset il 23 maggio 2012, in riferimento al suo piano per l’espulsione da Israele di tutti i rifugiati africani.

In un’altra plateale proclamazione d’odio, il membro della Knesset Michael Ben-Ari (2009-2013) così giustificava la posizione a favore del rimpatrio dei rifugiati africani: «Hanno già una casa. (…) Come si può chiamarla “espulsione”? Stanno tornando a casa loro. Qualunque Paese civilizzato farebbe lo stesso». Ha poi esclamato: «Diventeremo un Paese d’immigrati!».

Il deputato Ben-Ari è talmente pieno della sua retorica religiosa ed etnica che sembra non vedere l’ironia intrinseca delle sue dichiarazioni. Israele non è forse un’importazione straniera? Non ha forse costruito la propria forza sulla migrazione di massa degli ebrei? Ma in fondo, c’è poca razionalità nel razzismo.

Il parallelo tra gli slogan ultranazionalisti israeliani e quelli aberranti del Ku Klux Klan è tanto raggelante quanto narrativamente simmetrico. Il grido di Yariv Levin, “Questa è la nostra casa, questa è la nostra terra”, e quello del KKK, “Manteniamo l’America americana”, sono separati solo dalla geografia.

«Dobbiamo proteggere Israele come Stato ebraico», sottolineava il viceministro alla Difesa Danny Danon ad una manifestazione antiafricani a Tel Aviv, subito seguito dal Presidente del Comitato per gli Interni Miri Reguec: «I sudanesi sono un cancro».

Nel caso in cui qualcuno avesse dubbi sulla posizione d’Israele in merito ai richiedenti asilo e ai diritti umani, i rappresentanti dello Stato sono terribilmente efficaci nel dissolverlo. Alla molto democratica e molto morale Israele non può venir richiesto di inchinarsi alle leggi internazionali. Dopotutto, Israele è «Uno Stato come nessun altro», nelle parole di Ben-Ari. Israele fa ciò che vuole e nessuno può osare sollevare critiche.

I palestinesi non sono i soli destinatari dell’odio d’Israele, non che questo renda il loro dolore meno reale o intenso. Ciò vale solo a dimostrare il radicato pregiudizio etnico e religioso d’Israele. Per sempre vittima e mai perpetratore, Israele ha molti nemici a minacciare la sua esistenza, e tutti servono a giustificare le sue tendenze fasciste.

Secondo Wikipedia, il suprematismo è «Un movimento ideologico, basato sull’idea generale che gli uomini bianchi siano superiori agli altri gruppi razziali», e che quindi i bianchi dovrebbero dominare politicamente, economicamente e socialmente i non-bianchi. Guardando alla narrativa israeliana contro gli ebrei arabi e i migranti africani, e a prescindere dall’odio viscerale per tutto ciò che è palestinese, il suprematismo costituisce più di una semplice analogia.

Finché non arriverà il momento in cui la comunità internazionale farà riflettere Israele sul proprio razzismo, nessuno sforzo diplomatico e nessun negoziato di pace placherà la psicosi israeliana.

 

Traduzione a cura di Elena Gallina

 

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