lunedì, Ottobre 14

L’Africa è pronta per il nucleare? Negli ultimi anni 30 molti governi africani si sono orientati verso l’energia nucleare per superare il deficit energetico, ma il cammino è irto di ostacoli

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Vari Paesi africani si trovano ad affrontare un serio ostacolo per l’avvio della rivoluzione industriale e il rafforzamento dell’apparato produttivo nazionale: il deficit energetico. A livello continentale si stima che il 57% della popolazione dell’Africa subsahariana non ha accesso alla elettricità. Circa il 74% delle città africane sono approvvigionate di elettricità non stabile e con frequenti blackout-out. Questi i dati della International Energy Agency. Il deficit energetico, oltre che privare milioni di persone di una vita confortevole, incide direttamente sulla produzione industriale e sul commercio, riducendo il potenziale produttivo e impedendo che le attività commerciali si espandano.

L’esempio del Ghana è tipico di quanto succede in molti Paesi africani produttori di materie prime. A causa del pesante deficit energetico e dei frequenti blackout-out, il Ghana non riesce a sviluppare l’industria locale di alluminio nonostante che sia ricchissimo di bauxite che viene esportata grezza. Il Paese possiede una raffineria per produrre alluminio, ma questa non riesce ad operare a pieno ritmo causa il deficit energetico.

Oltre alla carenza di energia, in molti Paesi africani si registrano alti costi per il consumo energetico domestico e industriale che vanno ad incidere sia sul bilanci familiari, che su quelli aziendali, rendendo meno competitive le industrie africane.
Una situazione insopportabile, visto che, con l’aiuto della Cina, molti Paesi africani si stanno avviando alla rivoluzione industriale, considerando l’abbondanza di materie prime presenti nel continente.
Vari Paesi stanno investendo ingenti fondi per colmare questo deficit energetico tramite la sostituzione delle costosissime centrali a combustibile fossile con centrali approvvigionate da energia idroelettricasolaretermica.
I
 Paesi più avanzati nella realizzazione di queste centrali di energia pulita sono: EtiopiaKenyaRwandaSudafricaUganda.

Attualmente solo il Sudafrica possiede due reattori nucleari presso la centrale di Koeberg che assicurano il 5% del fabbisogno energetico nazionale. Nel 2010 il Governo sudafricano ha attivato studi di fattibilità per costruire una seconda centrale nucleare e modernizzare quella esistente per arrivare ad assicurare il 28% del fabbisogno nazionale. Nel 2015 fu lanciato un tender internazionale a cui parteciparono Sud Corea, Francia, Russia, Stati Uniti e Cina. Fu la russa Rosatom, associata ad una compagnia cinese, a vincere.

Il rafforzamento del nucleare non è ancora iniziato a causa della feroce opposizioni di gruppi ambientalistici come Earthlife Africa Koeberg Alert. Un altro fattore che spiega questo ritardo sono gli ingenti finanziamenti necessari che il Sudafrica non è ancora riuscito a trovare nonostante sia membro dei BRICS.

L’opposizione degli ambientalisti (che è riuscita a trovare il consenso dell’opinione pubblica nazionale) e le difficoltà finanziarie hanno rischiato di far cancellare il programma nucleare. Nel 2016, Tina Joemat-Pettersson, l’allora Ministro dell’Energia, rivide il piano spostando i tempi di realizzazione al 2041. Il Ministro chiarì che il Governo non avrebbe assolutamente rinunciato al nucleare. Il piano rivisto è tutt’ora supportato dall’attuale Governo dell’African National Congress. Gli ambientalisti continuano la loro battaglia ‘no nuclear’, informando dei rischi. Secondo loro il Sudafrica non necessiterebbe del nucleare. La domanda energetica potrebbe essere soddisfatta potenziando altre fonti di energia pulita più sicure, come quella eolica o quella solare.

Ostacoli a parte, negli ultimi anni 30 molti governi africani si sono orientati verso l’energia nucleare, considerata ideale supporto al network in costruzione di energie alternative per sostenere lo sviluppo socioeconomico dei propri Paesi. Egitto,GhanaKenyaMaroccoNigeria e Sudan hanno già stretto una collaborazione con la IAEA (International Atomic Energy Agency), l’organizzazione internazionale che promuove e regola l’uso civile e pacifico della tecnologia nucleare. Tra questi Paesi vi è anche il Niger, uno dei principali produttori di uranioL’uranio nigerino oggi finisce ad alimentare le centrali nucleari francesi, in quanto, come altre ex colonie africane francofone, il Niger ha acquisito l’indipendenza politica, ma non quella economica, ancora controllata dalla ex ‘Madre Patria’, la Francia. Altri quattro Paesi africani: AlgeriaTunisiaUganda e Zambia hanno contattato la IAEA per iniziare a formulare studi tecnici di fattibilità e impatto ambientale.

Il nucleare sembra essere una opzione molto attraente per assicurarsi energia pulita, costante e a basso costo. Il Kenya si trova nella fase più avanzata di collaborazione con la IAEA sta progettando una centrale nucleare che, entro il 2030, riesca a coprire il 30% del fabbisogno energetico nazionale.

La domanda cruciale che la IAEA si sta ponendo è: l’Africa è pronta per il nucleare?

«L’Africa è affamata di energia e il nucleare può essere una risposta. Ovviamente dotarsi di energia nucleare non è un progetto che si può realizzare da un giorno all’altro. Dal momento in cui la IAEA approva il piano energetico e le caratteristiche tecniche della centrale nucleare al momento della sua entrata in funzione normalmente ci passano dai 10 ai 15 anni», afferma Mikhail Chudakov Vice Direttore Generale della IAEA.

Secondo gli esperti dell’Agenzia Atomica Internazionale, qualunque piano di energia nucleare necessita non solo di disponibilità finanziaria e volontà politica, ma anche del supporto dell’opinione pubblica nazionale. Le resistenze registrate in Sudafrica sono un segnale d’allarme che i vari governi africani devono tenere in conto per i loro piani nucleari.
Oltre a questi fattori deve essere preso in considerazione la capacità tecnica e finanziaria del Paese per impegnarsi su un lasso di tempo di un secolo, che corrisponde all’intero ciclo di vita della centrale nucleare, dalla sua progettazione alla produzione energetica fino alle operazioni di fine attività e relativo smaltimento scorie radioattive e bonifica del territorio.

Questo lungo lasso di tempo costringe la IAEA a inserire nei suoi parametri di valutazione per rilasciare licenza anche il fattore stabilità del Paese richiedente. Un fattore che alcuni Paesi africani non riescono assicurare rischiando di non ottenere la licenza necessaria per avviare il programma nucleare.
Proviamo ad immaginare cosa succederebbe se in un Paese qualsiasi del mondo con una costante instabilità politica, si costruissero delle centrali nucleari e successivamente gruppi ribelli o, peggio ancora, gruppi terroristici, riuscissero a prendere il potere.

Dopo aver attentamente esaminato questi fattori e constatato che tutti i requisiti sono soddisfatti, la IAEA, prima di concedere la licenza, assicura assistenza tecnica per calcolare il costo della centrale nucleare. Il fattore economico potrebbe rendere impossibile l’attivazione del nucleare anche se tutti gli altri requisiti fossero assicurati. Anche formando delle joint-venture tra governi e investitori privati occorrono considerevoli investimenti non solo per realizzare la centrale nucleare ma anche per gestirla.

La spesa per la realizzazione dell’impianto copre il 35% dei costi totali. Il resto deve essere assicurato per la gestione della centrale, il suo costante aggiornamento tecnologico, la sicurezza, lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, le periodiche bonifiche ambientali e la fase di chiusura, smantellamento rifiuti e bonifica ambientale finale. La fase finale di per sè richiede il 25% dei finanziamenti. La IAEA tende a chiarire questo importante aspetto, poiché molti governi si concentrano sui finanziamenti per la realizzazione dell’impianto nucleare senza calcolare gli investimenti necessari per l’intero ciclo di vita della centrale.

«Senza una adeguata capacità per sostenere i costi complessivi necessari per il ciclo vitale della centrale nucleare è inutile concedere licenze. La maggioranza dei Paesi africani si trova in difficoltà per assicurare gli investimenti necessari. É pur vero che esistono meccanismi di finanziamento alternativi come per esempio la compartecipazione di multinazionali capaci di immettere capitali a condizione che una percentuale di produzione elettrica venga esportata.
Anche in presenza di questi meccanismi alternativi occorre elaborare dettagliate proiezioni economiche e di mercato al fine di
verificare che la vendita di energia nucleare sia in grado di coprire tutti i costi di struttura per l’intero ciclo di vita della centrale,assicurando anche almeno un 12% di profitti. Per questa ragione viene preso in esame anche lo stato di salute del Paese richiedente e le sue prospettive di crescita su un periodo minimo di 25 anni, oltre ovviamente il constato di impatto ambientale limitato, sicurezza nazionale e sostegno dell’opinione pubblica. Lo stato di salute finanziaria del Paese e le sue previsioni di crescita sono elementi chiavi per concedere o meno la licenza. Provate ad immaginare il rischio di un Paese che ha costruito una centrale nucleare già entrata in fase di produzione che dichiara bancarotta…», spiega Kovachev.

Un altro aspetto non di poco conto è la capacità del sistema di reti di distribuzione energetica nazionale. La centrale nucleare per fornire energia in tutta sicurezza necessita di una capacità di assorbimento energetico della rete elettrica nazionale pari a dieci volte l’energia prodotta dalla centrale. Per chiarirci: se una centrale nucleare genera 1.000 megawatts di energia necessita di una rete elettrica nazionale capace di gestire 10.000 megawatts. Escluso il Sudafrica, pochi Paesi africani dispongono di reti elettriche nazionali dai 10.000 megawatts in su. Anche il Kenya, paesi più avanzato nella corsa al nucleare civile, la rete elettrica nazionale non supera i 2.400 megawatts di potenza. Questo significa che i governi che aspirano ad entrare nel club del nucleare civile devono investire fondi supplementari per potenziare le proprie reti di distribuzione energetica.

Per superare temporaneamente questo ostacolo, la IAEA ha suggerito al Kenya di investire non su una centrale nucleare classica ma sul SRMs.
Trattasi di reattori nucleari a fissione, molto ridotti rispetto a quelli convenzionali, che possono essere assemblati all’interno della struttura ospitante la mini centrale nucleare.
I SRMs sono stati progettati proprio per superare gli enormi costi di potenziamento della rete nazionale di distribuzione energetica. Tramite i SRMs il Paese può iniziare a sfruttare l’energia atomica con la rete nazionale esistente e guadagnare tempo. Una soluzione possibile ma che non esclude l’impegno finanziario di potenziamento rete. I governi 
con la soluzione SRMs hanno il vantaggio di poter avviare immediatamente la produzione energetica e utilizzare parte dei profitti per potenziare progressivamente la rete nazionale. Ad ogni potenziamento di rete si può costruire una nuova SRMs visto il costo nettamente inferiore rispetto ai reattori tradizionali.

Gli SRMs riducono anche i costi per la manutenzione e smaltimento rifiuti tossici in quanto sono progettati per produrre minore scorie radioattive. Gli SRMs di ultima generazione sono dotati di ciclo di combustibile di torio che a lungo termine riduce sensibilmente i rifiuti rradio-tossici. Anche sul fattore sicurezza gli SRMs offrono maggior assicurazioni. Il sistema di raffreddamento si basa sulla circolazione naturale di acqua senza circolazione a pompa che riduce la vita delle parti meccaniche di movimento della centrale. La capacità di controllo della fissione nucleare è maggiore rispetto ai reattori convenzionali grazie ad un sistema di rallentamento del processo di fissione se si registrano pericolosi aumenti di temperatura interna.

I Small Modular Reactors sono già in uso in Gran Bretagna e Stati Uniti. Entro il 2020 entreranno in uso anche in Argentina, Cina e Russia. «Gli SRMs sono la migliore soluzione per i Paesi africani che vogliono utilizzare l’energia nucleare. Le sue caratteristiche tecniche riducono del 34% il costo totale necessario per la gestione dell’intero ciclo di vita di una centrale nucleare. Per questo la IAEA consiglia i vari governi richiedenti ad indirizzarsi sui SMRs»spiega Kovachev.

Associata ai SMRs vi è anche la possibilità di creare un network di rete distribuzione energetica regionaleConsiderandol’insieme dei Paesi africani che hanno richiesto licenze o approcciato la IAEA, si può individuare un primo network comune tra EgittoMaroccoAlgeriaTunisia e Sudan. Un secondo network formato da Ghana e Nigeria e il terzo da Kenya e Uganda. Gli investimenti necessari per la realizzazione di network energetici regionali compensano i vantaggi offerti oltre a rafforzare l’unione politica economica del Continente.

Il passaggio al nucleare in Africa non è semplice, eppure la IAEA considera che l’opzione del nucleare diventerà quasi obbligatoria se i Paesi africani vogliono espandere le loro economie.
Per questo l’Agenzia Atomica Internazionale mette a disposizione dei governi africani tutta la sua esperienza e capacità tecnica, seppur fedele al principio di non influenzare le decisioni nazionali sul tema. L’assistenza non si ferma sui studi di fattibilità ma continua per garantire una produzione energetica sicura, nella prevenzione degli incidenti e chiusura della centrale a fine ciclo di vita. Grazie al IAEA Miliestone Approach l’Agenzia è in grado di offrire una accurata assistenza tecnica per impedire incidenti nucleare, fughe radioattive, protezione ambientale, smaltimento dei rifiuti tossici.

Nonostante la pluridecennale esperienza tecnica la IAEA non può comunque garantire al 100% la sicurezza delle centrali nucleari. L’ultimo incidente si è verificato nel marzo 2011 nella centrale nucleare di Fukushima Daiichi in Giappone a causa del terremoto Tōhoku. Il materiale radioattivo fuoriuscito dal reattore ha costretto le autorità ad evacuare decine di migliaia di persone. Ora sono impegnate nel costosissimo e delicato lavoro di bonifica ambientale.

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