domenica, Gennaio 19

L’Africa contro San Google e tutti gli altri ‘Santi’ digitali Zambia e Uganda hanno introdotto una web tax con l’obiettivo di proteggere l’industria nazionale delle telecomunicazioni e frenare il rischio che le multinazionali del web diventino una ‘dittatura’ sovranazionale

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Le recenti misure adottate da vari Paesi africani, in ultimo Zambia e Uganda, in riferimento all’applicazione di una tassa sull’utilizzo di internet come contromisura per frenare l’utilizzo delle telefonate gratuite offerte dalla Microsoft, Google, Facebook, What’sApp, Skype e Viber, hanno scatenato una vera e propria ondata di proteste popolari, con annesso acceso dibattito sul web e accuse di voler limitare la libertà di espressione e i diritti fondamentali dei cittadini

La scorsa settimana il Governo della Zambia ha introdotto una tassa sull’accesso ad internet pari a 10 centesimi di dollaro giornalieri. La tassa non colpisce l’accesso web in toto, ma solo l’utilizzo delle piattaforme What’sApp, Skype e Viber utilizzate dall’80% degli utenti per effettuare chiamate e video chiamate, il che ha corrisposto ad una netta perdita di introiti per le compagnie telefoniche nazionali. La legge è stata firmata dal Presidente Edgard Lungu con l’obiettivo di proteggere l’industria nazionale di telecomunicazioni e i suoi dipendenti.
In luglio il Governo ugandese aveva introdotto una tassa simile, 5 centesimi di dollaro al giorno. La tassa di accesso alle piattaforme di telefonia web permetterà al fisco ugandese di raccogliere 32 milioni di dollari annui.

Società civile, bloggers e vari utenti si sono opposti alle decisioni dei due governi, argomentando che si tratta di gravi attacchi alla libertà di espressione, all’accesso all’informazione, ai diritti dei media e della libertà di assemblea online. Facebook, tramite il suo Responsabile per l’Africa, Kojo Boakye, avrebbe notificato alla Commissione Ugandese per le Comunicazioni che interromperà gli investimenti nel Paese a causa della tassa che rischia di causare un negativo impatto sulle sue attività aziendali online. Tra gli investimenti minacciati di essere revocati vi è anche il progetto di realizzare 770 km di fibre ottica assieme alle compagnie telefoniche BCS e Airtel con un investimento di 170 milioni. Notizia riportata dai media nazionali, smentita da Facebook ma considerata credibile in quanto la tassa sul web ugandese rischia di far perdere alla multinazionale parecchi utenti e profitti.

Dietro questo semplicistica rappresentazione della realtà -governi ‘cattivi’ che limitano l’accesso alla telefonia gratuita offerte da multinazionali ‘buone’ come Facebook, Google e Microsoft- si nasconde una situazione complessa che molti degli utenti  zambiani e ugandesi in protesta ignorano circa le strategie aziendali che Facebook, Google, Microsoft attuano ai danni dei consumatori. L’offrire gratuitamente applicazioni di messaggi, video e telefonate online rientra nella Fase 1 della strategia di queste multinazionali. La Fase 1 ha in obiettivo creare il più vasto possibile bacino di utenti attraendoli con il mito della gratuità e determinare un monopolio di queste applicazioni rendendole al massimo concorrenziali rispetto alle compagnie telefoniche private e pubbliche.

I servizi di telefonia online sono ‘applicazioni parassite’ in quanto utilizzano la connessione offerta dalle compagnie telefoniche nazionali senza partecipare alle spese di manutenzione e espansione dei ripetitori che garantiscono il network telefonico nazionale e quindi anche l’accesso a internet. Questa situazione parassitaria non viene compresa dagli utenti che stanno protestando nelle piazze. Ingenuamente affermano che le compagnie telefoniche ci guadagnano con la vendita dei data per accedere a queste piattaforme di telefonia web, identificando Facebook, Google, Microsoft come paladini del popolo, attenti a garantire la libertà di espressione e i diritti digitali oltre a permettere grossi risparmi personali.

La Fase 2 consiste nell’introduzione graduale di alcuni servizi a pagamento (spesso i migliori e più veloci) attraverso prezzi inizialmente economici che si trasformano in costi vivi per l’utente già abituato ad usare queste applicazioni. Gli utenti finanziariamente più solidi possono accedere, pagando, a servizi migliori, mentre agli utenti poveri viene garantito un servizio gratuito di base con sempre meno opzioni. In alternativa i clienti poveri possono risparmiare sui beni di prima necessità per poter accedere ai servizi a pagamento. Le multinazionali sanno che chi è abituato a questi servizi può compiere questa scelta estrema, nonostante le scarse disponibilità economiche, perché l’abitudine a utilizzare le applicazioni web diventa spesso una sorta di ‘dipendenza’.
Facebook negli Stati Uniti sta già applicando la Fase 2 sulla sua piattaforma sociale che garantisce i servizi di base caratteristici del profilo limitati per poter offrire a pagamento opzioni che prima erano gratuite.

La Fase 3 (la più difficile da realizzare) consiste nel rendere irreversibile la situazione di monopolio dove i soli strumenti di comunicazione di audio, scrittura e video disponibili sono quelli offerti a pagamento da queste multinazionali. In questa fase si prevede un progressivo e rapido aumento delle tariffe vietando l’accesso a chi non può pagare o, nel migliore dei casi, limitando talmente le possibilità delle opzioni gratuite da renderle praticamente inutili. 

Anche sulla libertà di espressione e sul diritto fondamentale di accesso all’internet, le multinazionali giocano sporco, facendo circolare i falsi miti della gratuità e della libertà sul web. Infatti, sono le prime che infrangono i dogmi che presentano come diritti irrinunciabili. Google, Microsoft, Facebook violano la privacy degli utenti ad iniziare dalla Fase 1, quella della gratuità, applicando una semplice regola del capitalismo: quando l’utente accede a servizi gratuiti diventa a sua insaputa il prodotto commerciale per far profitti. I suoi dati vengono venduti a ditte specializzate che aumentano il loro database per ricavare studi di orientamento del mercato che a loro volta vengono venduti alle multinazionali interessate.

Le recenti normative europee che costringono le multinazionali del web a offrire la possibilità all’utente di vietare l’utilizzo dei suoi dati, non garantiscono il blocco di queste attività illecite che generano immensi profitti. Per Google, Microsoft, Facebook, è sufficiente monitorare le attività sul web dell’utente per estrarre preziosi dati sui suoi gusti, interessi, preferenze.

La Fase 3, se verrà raggiunta, apre uno scenario didittaturaesercitata da multinazionali fuori dal controllo dei Governi. Saranno le multinazionali che decideranno quali informazioni, ditte e prodotti promuovere e quali oscurare, secondo il criterio di protezione dei propri interessi e di quelli del capitalismo in generale. Una censura mascherata è già in atto sul motore di ricerca di Google che decide quali link mettere in evidenza nelle prime 2 pagine, spostando i link ‘scomodi’, non economicamente produttivi o non graditi, nelle successive pagine. Una tecnica che funziona in quanto la maggioranza degli utenti non va oltre alla seconda pagina di ricerca a causa della indotta necessità di ottenere informazioni immediate, collegata al mito della velocità di uso di internet. Solo una spaurita minoranza di utenti compie una ricerca accurata come si faceva una volta nelle biblioteche per poter visionare tutte le informazioni disponibili.
Google utilizza questa censura nascosta sia per motivi politici, sia per giungere prima delle altre multinazionali alla Fase 2.
Negli Stati Uniti e in Canada Google sta proponendo un servizio a pagamento nel suo motore di ricerca. Una modica somma (per ora) permette di posizionare il proprio link nelle prime due pagine del motore di ricerca. Un servizio che può essere facilmente usufruito da ditte, TV, siti porno e importanti network di informazione che possiedono i mezzi finanziari necessari, ma di certo non dai milioni di blogger, piccole ditte, network di informazione minori, associazioni, i cui link (anche interessantissimi e gratuiti) vengono posizionati dalla terza pagina in poi, di fatto oscurando la loro visibilità alla maggioranza degli utenti del motore di ricerca. Queste tecniche sono poco conosciute.

Emblematico il caso di Facebook. Dal 2015 il famoso social network è accusato da molti attivisti afro-americani di censurare le pagine che promuovono la Black Dignity e la lotta per una vera uguaglianza tra i diversi gruppi etnici in America. Una accurata denuncia sulla censura operata da Facebook nei confronti delle minoranze etniche in America, in particolare verso quella afro-americana, è stata pubblicata nel giugno 2017, da ProPublica -una piattaforma di giornalisti indipendenti americani specializzata in indagini sugli abusi di potere del Governo, multinazionali e altre istituzioni degli Stati Uniti. I giornalisti Julia Angwin e Hammes Grassegger in questa loro indagine spiegavano come Facebook applica una censura assai accurata attraverso il suo meccanismo interno di moderazione denominatoanalisi dei contenuti e codice di moderazione’. Teoricamente questo codice morale interno dovrebbe sorvegliare sui contenuti di centinaia di migliaia di pagine Facebook per impedire la diffusione di messaggi di odio etnico, terroristici, e discriminatori contro minoranze religiose, sessuali o etniche. In realtà, spiegano Angwin e Grassegger, il codice morale di Facebook tollera tutti i messaggi di odio e violenza che sono comodi all’élite industriale e al Governo americano, mentre si accanisce contro le pagine degli attivisti di sinistra e delle minoranze razziali.
Facebook userebbe il suo codice morale decidendo arbitrariamente quali siano i contenuti offensivi e nocivi, bloccando le pagine, temporaneamente o definitivamente secondo proprie regole legali che sono in contrasto con il Primo Emendamento della Costituzione americana che protegge la libertà di espressione, e contro gli organismi di vigilanza dell’Unione Europea. Si è notato, per esempio, che si tollerano le pagine che negano l’Olocausto nazista, nonostante l’Unione Europea consideri questo tipo di negazionismo un reato.
Emblematici i due casi riportati dai giornalisti investigatori di ProPublica e avvenuti negli Stati Uniti nel maggio 2017. Clay Higgins, membro repubblicano del Congresso, nella sua pagina Facebook invitò i cittadini della Louisiana a uccidere tutti i mussulmani presenti nello Stato sospettati di essere degli estremisti islamici. Nonostante le migliaia di segnalazioni inviate dagli utenti al servizio di moderazione, Facebook non bloccò la pagina del Congressman. Nello stesso mese Facebook oscurò la pagina di Didi Delgado, poeta e attivista afro-americano di Boston, per aver pubblicato un post dove affermava che tutti gli americani di etnia bianca erano razzisti. Angwin e Grassegger hanno notato, inoltre, che tra il maggio e il giugno 2017 Facebook aveva tranquillamente ignorato tutti le migliaia di post violenti e di odio etnico pubblicati da utenti bianchi contro la minoranza mussulmana americana.

La censura di Facebook contro determinati argomenti e denunce di discriminazioni razziali non si fermerebbe al solo territorio degli Stati Uniti. Andile Mngxitama, Presidente del South Africa’s Black First Land First Movement, partito nato nel 2015 da una scissione a sinistra del partito socialista EFF Economic Freedom Fighters del leader marxista Juliul Malema, è stato vittima di una vera e propria persecuzione da parte di Facebook, che ha oscurato varie pagine sia personali che del suo partito di estrema sinistra. Al contrario le decine di pagine aperte da gruppi di estrema destra sudafricana come i White PPower (Potere Bianco) che inneggiano al ritorno dell’Apartheid non hanno subito nessuna misura di moderazione da parte della amministrazione di Facebook.

«Il codice morale di Mark Zuckerberg & Company risponde a proprie logiche spesso incomprensibili e spesso in contrasto con le leggi e le Costituzioni di vari Paesi, che portano alla conclusione dell’esistenza di una censura selettiva e politicamente mirata verso le minoranze politiche e razziale non desiderate dalla élite al potere mentre vengono ampiamente tollerate varie pagine che inneggiano alla supremazia bianca e all’odio verso le minoranze etniche o religiose. Così facendo Facebook danneggia seriamente la libertà di espressione e di diritti digitali marginalizzando ogni persona che intenda usare questo potente social media per denunciare il problema ancora vivo negli Stati Uniti dell’odio razziale o promuovere di diritti delle minoranze etniche attraverso l’attivismo sociale online. Il rischio di alimentare il razzismo contro gli afro americani e la Islamofobia, tollerando le pagine che diffondono tali argomenti, è evidente»,  affermano i giornalisti Angwin e Grassegger.

Le proteste popolari sulle tasse introdotte in Zambia e Uganda per l’utilizzo della rete da una parte sono genuine, in quanto per l’utente africano è di vitale importanza accedere a comunicazioni audio, video e messaggistica gratuite, visto gli alti costi applicati per la telefonia mobile dalla ditte di telecomunicazioni statali e private in Africa. Dall’altra sono pilotate inremote controldalle multinazionali del web che utilizzano (spesso dietro compenso) blogger molto seguiti per alimentare la protesta. Difendere la gratuità di What’sApp, Skype, Viber, e servizi simili è, per queste multinazionali, di vitale importanza per non far fallire la Fase 1 della loro strategia che, al contrario, deve rafforzarsi fino a permettere di avviare le successive fasi. Per ottenere questo risultato non esitano a utilizzare associazioni internazionali in difesa dei diritti umani, quali Amnesty International o Human Watch Rights che, nel caso delle decisioni prese in Zambia e Uganda, hanno accusato i rispettivi governi di attentare alle libertà di informazione ed espressione. Varie di queste associazioni ricevono generose donazioni dalle multinazionali del web, utili per scaricare tasse e per creare un network di lobby a loro favorevole.

Anche sulla genuina informazione dal basso che trova ampio spazio nel web vi sarebbe molto da discutere. Se da una parte piattaforme come Facebook, What’sApp e Viber in Africa, vengono utilizzate per socializzare, per condividere notizie riportate da media autorevoli e per scambiare opinioni su un determinato tema di interesse nazionale, dall’altra queste piattaforme pullulano di fake news con l’obiettivo di creare tensioni sociali, promuovere messaggi che inneggiano all’odio etnico e vere e proprie bufale anche relativamente a prodotti spesso dannosi per la salute e truffe finanziarie. L’intervento su questo fenomeno di disinformazione politica, sociale ed economica, paventato da molti governi africani dovrebbe essere considerato una tutela del cittadino e dell’ordine pubblico e non una forma di censura.

Demonizzare il tentativo di Governi sovrani di tassare l’utilizzo del web, paragonando questi provvedimenti a ben più seri provvedimenti quali censura di siti non in linea con la politica ufficiale, controllo delle attività degli utenti, controllo delle email e piattaforme di messaggistica, chiusura dell’accesso al web durante manifestazioni o elezioni, è un chiaro tentativo di confondere le acque e far scatenare la rabbia dell’opinione pubblica per costringere i Governi a rivedere le loro decisioni. La tassazione del web rientra nel tentativo dei governi  di difendere le proprie compagnie di telecomunicazione dalla concorrenza sleale di Google, Microsoft e Facebook.

Anche in Europa i Governi stanno prendendo misure indirizzate verso la tassazione del Web. Misure orientate a colpire l’enorme evasione fiscale che le multinazionali attuano attraverso la vendita in rete. Tra il 2012 e il 2016 i gruppi di software e del web hanno eluso 46 miliardi di euro di tasse, che aumentano a 69 miliardi se si aggiunge la vendita online di hardware della Apple, secondo un dettagliato rapporto dell’ufficio studi di Mediobanca pubblicato nel novembre 2017. Facebook, Alphabet, Google, Microsfot, Amazon, Apple e le multinazionali web cinesi riescono a capitalizzare fortune tramite l’evasione fiscale  usando paradisi tra i quali Irlanda, Olanda, Lussemburgo.
La feroce opposizione dei giganti del web contro le decisioni prese da Zambia e Uganda sono l’evidente tentativo di impedire che la tassa sull’utilizzo del web già applicata in alcuni Paesi diventi una prassi comune a livello mondiale.

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