sabato, Settembre 21

L’Africa condanna la guerra tra poveri in Sudafrica Una guerra tra poveri scatenata dai politici per nascondere le loro responsabilità insite nella collaborazione con i potentati bianchi boeri che ha determinato apartheid economica tra le masse nere

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La recente ondata di attacchi xenofobi contro gli immigrati, siano essi regolari o clandestini, ha aumentato l’isolamento del Sudafrica rispetto agli altri Paesi africani. Salta evidente agli occhi che un Paese che ha lottato contro l’Apartheid, e che è stato eletto rappresentante del Continente nella alleanza politica e economica tra Africa e Cina, non può permettere simili atti di barbarie. 

In queste settimane sono stati aggrediti centinaia di imprenditori stranieri con regolare permesso di soggiorno e lavoro, così come venditori ambulanti e clandestini che tentano di sopravvivere nel settore dell’economia informale o grazie alla micro-criminalità. Gli autori di queste violenze sono le fasce più povere della società sudafricana, vittime dell’apartheid economica, che vede complici i dirigenti dell’African National Congres (ANC). 

Questi dirigenti sono responsabili delle violenze delle ultime settimane, in quanto usano la xenofobia come specchietto per le allodole per nascondere le loro pesanti responsabilità insite nella collaborazione con i potentati bianchi boeri. Questi potentati sono determinati a mantenere la supremazia razziale sull’economia, impedendo lo sviluppo socio economico delle masse nere

Una collaborazione sancita nel 1993, con gli accordi segreti tra Nelson Mandela e l’ultimo presidente bianco, Frederik Willem de Klerk.
I Boeri furono costretti a rinunciare al controllo politico sul Sudafrica, per evitare l’imminente rivoluzione e guerra civile. Il potere veniva passato alla dirigenza del ANC. In cambio ebbero le assicurazioni di poter mantenere intatta l’Apartheid economica.
Da allora i dirigenti del ANC garantiscono il mantenimento di tale impegno, a discapito delle masse nere. 

E’ questo tradimento voluto da Nelson Mandela, e continuato da Thabo Mbeki, Kgalema Motlanthe, Jacob Zuma e dell’attuale Presidente Cyril Ramaphosa, che spinge la dirigenza dell’ANC a far leva sulla xenofobia propagandata tra le fasce più deboli della popolazione.
Molti leader del ANC invocano misure migratorie restrittive, il rafforzamento delle frontiere, le deportazioni dei clandestini, ritenuti responsabili di tutti i mali del Sudafrica. Lo stesso Presidente Cyril Ramaphosa ha recentemente pronunciato un discorso razzista contro i Kwere Kwere (gli immigrati), ritenuti responsabili della crisi economica e dell’aumento della criminalità.
I ‘fratelli’ africani sono stati trasformati in capri espiatori per nascondere la nefasta alleanza tra i dirigenti del ANC e gli imprenditori e finanzieri boeri. 

Le reazioni dei Paesi africani all’ondata di violenze xenofobe in Sudafrica, sono state di dura condanna generale, senza possibilità di appello.
Il Governo sudafricano con queste violenze razziali tradisce i valori del pan-africanismo di cui la lotta di liberazione del ANC era impregnata. Tradisce la solidarietà e gli aiuti economici e militari ricevuti da vari Paesi africani durante i lunghi decenni di lotta contro l’apartheid. Queste sono le considerazioni di gran parte dei politici africani. Il Sudafrica diventa un ostacolo al processo, voluto dall’Unione Africana, di eliminare i confini e garantire la libera circolazione delle persone e il passaporto continentale.
Al contrario, le politiche migratorie di Pretoria si allineano a quelle occidentali che hanno trasformato l’Europa in una fortezza, e costruito il muro tra Stati Uniti e Messico. Un affronto all’Africa, intollerabile per gran parte delle capitali africane.

La più dura reazione viene dalla Nigeria. Almeno il 40% delle vittime dei recenti pogrom ha nazionalità nigeriana. Il Governo della Nigeria ha duramente condannato le violenze subite dai suoi cittadini, minacciando l’espulsione degli immigrati sudafricani. Un magnate di Lagos ha messo a disposizione due aerei per il rimpatrio gratuito di tutti i connazionali che lo desiderano. Sono 600 i nigeriani rientrati su una comunità che conta circa 100.000 anime. Le pop star nigeriane Tiwatope Savage (Tiwa Savage) e Damini Ogulu (Burna Boy) hanno disdetto le loro tournée in Sudafrica. 

A Lagos e in altre città sono stati tentati attentati contro la compagnia sudafricana di telecomunicazioni MNT e contro la catena di supermercati Shoprite. Solo l’intervento delle forze dell’ordine ha evitato saccheggi e incendi. E’ stata anche impedita l’invasione dell’Ambasciata Sudafricana, orchestrata durante una protesta popolare davanti alla sede della rappresentanza diplomatica. Molti nigeriani hanno pubblicamente chiesto al gruppo terroristico islamico Boko Haram di fare una serie di attentati in Sudafrica per punire i razzisti

A Lumumbashi, in Congo, i manifestanti hanno preso a sassate le finestre del Consolato sudafricano e saccheggiato vari negozi appartenenti a sudafricani.
I Presidenti di Rwanda, Burundi, Congo, e Malawi hanno deciso di boicottare il Forum Economico Mondiale che si terrà a Cape Town. La comunità keniota, appoggiata dal suo Governo, ha presentato richiesta ufficiale di indennizzo per i danni fisici e morali subiti. L’Unione Africana ha chiesto al Governo di Pretoria di arrestare e processare gli autori delle violenze e di attuare una politica migratoria di porte aperte e tutelante della incolumità degli immigrati e delle loro proprietà. 

«Gli attacchi xenofobi sono la diretta conseguenza del massiccio afflusso di migranti africani, molti di essi clandestini, che si sono trasformati in concorrenti sul mercato del lavoro. Questa concorrenza tra poveri non è la causa, ma l’effetto di una politica economica cieca e sfacciatamente a favore dei monopoli detenuti dai bianchi e del loro sistema di apartheid economica», fa notare George Mucee, consulente presso la Fragomen – Kenya. 

La recente ondata di violenze fa parte di un processo di radicalizzazione e odio verso lo straniero incoraggiato dalle autorità nazionali, in quanto funzionale per nascondere le responsabilità del mancato sviluppo del Sudafrica. Nessuno può spiegare come mai le masse nere sono ancora povere dopo 25 anni dalla fine dell’apartheid

Questa è la terza volta che scoppiano dei pogrom contro gli stranieri.
Nel primo, che risale al 2008, morirono 62 immigrati e 100.000 persero i loro beni e proprietà. Nel 2017 l’ira popolare fu rivolta contro i commercianti somali ed etiopi. Kwa Zulu Natan, Pretoria e ora Johannesburg.
La xenofobia sta diventando un fenomeno nazionale

Le dinamiche sono le medesime. Discorsi xenofobi pronunciati da vari politici nelle settimane che precedono le violenze, aggressioni e saccheggi attuati al sottoproletariato. Forze dell’ordine passive e pubblica amministrazione compiacente

Il Sudafrica non è un Paese razzista, come dimostra il recente sondaggio dell’Istituto Giustizia e Riconciliazione in collaborazione con Afro Barometer. Il 68% dei sudafricani si dichiara contro il razzismo e la xenofobia. Sono i politici che fanno leva sulle frustrazioni di una minoranza di disperati pronti a tutto. Fino ad ora il governo sudafricano si rifiuta di catalogare queste violenze come xenofobia, preferendo parlare di criminalità generalizzata. 

Le leggi contro il razzismo, come il National Action Plan to Combat Racism, dovrebbero essere applicate alla lettera, visto quello che le masse nere sudafricane hanno subito durante il periodo dell’apartheid. Al contrario, sono semi-applicate. Il Governo non ha nemmeno mantenuto la promessa di combattere la xenofobia fatta nel 2011, durante la Conferenza Mondiale contro il Razzismo a Durban.  «Le violenze sono concentrate in aree caratterizzate da un alto livello di povertà, disoccupazione giovanile, criminalità, degrado ambientale e umano, dove i servizi sociali sono collassati. Sono delle proprie e vere rivolte sottoproletarie. Purtroppo non indirizzate contro il Governo e i capitalisti ma contro altri poveracci immigrati. Una guerra tra poveri che fa comodo a molti», osserva Timashe I. Chimedza, direttore associato del Istituto Affari Pubblici dello Zimbabwe.
«La dirigenza del ANC ha ereditato dal regime boero la logica della violenza, il regionalismo, il tribalismo e l’odio verso lo straniero. E’ stato tradito il sogno di una società Arcobaleno giusta, multirazziale e democratica. I politici sudafricani hanno tradito gli ideali del panafricanismo e quelli della loro lotta contro l’apartheid. Per difendere i loro privilegi ora non esitano a far scatenare guerre tra poveri e mettere africani contro altri africani. Non possiamo più negare che l’apartheid ha lasciato profonde metastasi nella società sudafricana», conclude Timashe. 

«L’economia è in recessione da un decennio e un numero sempre più alto di neri viene escluso. I dirigenti del ANC hanno perso la loro legittimità permettendo che il sistema razziale continuasse nel settore economico. Non sono nemmeno riusciti a creare un ceto medio nero. Per fermare queste violenze xenofobe il African National Congress deve iniziare un serio esame interno e avere il coraggio di abolire l’apartheid economica ancora vigente se vuole realmente realizzare una società Arcobaleno», denuncia un editoriale pubblicato sul settimanale ‘The East African’ del 7 settembre. 

Solo il marxista Julius Malema, leader del terzo partito nazionale. Il Economic Freedom Fighters (EFF) si è scagliato contro queste violenze, definite una premeditata manovra per creare guerre tra poveri e distogliere l’attenzione dell’opinione sul fallimento politico, economico e sociale del ANC. Sulla proposta di rafforzare i confini, Malema risponde: «Rifiuto di riconoscere confini ereditati dal periodo coloniale. L’Africa non ha frontiere e il Sudafrica pure».

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