martedì, Agosto 4

L'affaire San Gennaro field_506ffbaa4a8d4

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A questo punto mancano solo il parere del Tar e quello di San Gennaro. Per giungere alla conclusione della lunga disputa sul corretto inquadramento giuridico dell’ente, che da quasi cinque secoli, amministra il culto del santo patrono di Napoli, bisognerà attendere ancora un po’. Se i tribunali amministrativi confermeranno il decreto del Ministero dell’Interno, che ha equiparato la ‘Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro’ a una ‘fabbriceria’, cioè un ente che amministra i beni ecclesiastici, il sistema di nomina dei rappresentanti cittadini che occupano i sei seggi della Deputazione cambierà definitivamente. E cambierebbe gestione anche uno dei tesori più incredibili del mondo, il cui valore, stimato attorno ai 2 miliardi di euro, è considerato superiore a quello della corona britannica. Un’autentica assicurazione da qualunque epidemia, carestia e tragedia naturale, che non ha eguali tra le municipalità di tutto il mondo.

Il primo chiamato in causa come responsabile di questa vicenda è il ministro Angelino Alfano, che però rispondendo a un’interrogazione parlamentare del deputato di Forza Italia, Paolo Russo, presentata qualche giorno dopo lo scoppio delle polemiche, ha parlato in burocratese di «soluzione interlocutoria per giungere a definire in tempi brevi un assetto ordinamentale e organizzativo condiviso, coerente con la vigente normativa e funzionale alle finalità dell’ente, rispettando la rilevante importanza storica e culturale della Cappella del Tesoro di San Gennaro». Lo stallo, che dura già da qualche anno, è dovuto al disaccordo tra gli esponenti della Deputazione, incaricati di aggiornare il vecchio Statuto del 1894 e la Curia di Napoli, sospettata in quest’ultimo frangente di aver fatto pressione sul ministero, per arrivare a una soluzione sommaria che rottamasse la vecchia istituzione. Una formula, quella proposta da Roma, che favorirebbe la nomina di un terzo dei rappresentanti della Deputazione su indicazione del vescovo, ma che secondo quanto ha dichiarato l’abate Vincenzo De Gregorio in un articolo di Goffredo Buccini sulle colonne del ‘Corriere della Sera‘, La disfida sul tesoro di San Gennaro, non è certo il cuore della vicenda. «I nobili!» sarebbero loro il vero problema secondo il custode della cappella, «la questione è tra loro e il Viminale. Lo ricorda o no che la nobiltà è stata abolita? Beh, come poteva il nuovo Statuto contenere ancora norme sulla nobiltà? Per questo è saltato tutto e il Viminale ha dato l’ultimatum».

Il rinnovo dello Statuto finora rinviato dovrebbe insomma fare i conti con la modernità seriamente, per evitare quello che qualche anno fa l’attuale vicepresidente della Deputazione, il duca Riccardo Carafa d’Andria, paventò in un capitolo del libro ‘Napoli a piena voce’ dedicato a ‘I custodi del sangue’, cioè i rappresentanti del popolo napoletano iscritti agli antichi sedili della città, che di diritto si tramandano la Deputazione fin dal 1601. «Noi della Deputazione siamo visti come vecchi bacucchi» raccontava Don Riccardo nella testimonianza di allora, «legati a tradizioni e valori non più attuali, che vivono in un mondo tutto loro. Ma prima di tutto siamo dei custodi di beni culturali da usare in maniera moderna». Parole accorte e lungimiranti, che proprio in questi giorni hanno trovato riscontro nel grande potenziale comunicativo del Santo ai tempi della rete. Alla fine degli anni ’60 fece storia quella scritta sul muro, «Sangenna’ futtetenne», a chiosa fulminante del declassamento della sua venerazione a ‘culto locale’. Nell’era di internet e dei social network sono bastate poche ore per raccogliere con una petizione online indirizzata al ministro le prime 1.000 firme, adunare con un flashmob 3.000 napoletani giunti in piazza a sventolare i loro fazzoletti bianchi e diffondere una nuvola di oltre 6.000 tweet, che in pochi giorni ha rilanciato la notizia dello scontento a oltre 100 milioni di utenti (fonte kpi6.com), con giornali e televisioni di tutto il mondo a contendersi gli aggiornamenti. Parola d’ordine: #giùlemanidasangennaro. Non male per dei ‘vecchi bacucchi’.

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