mercoledì, Dicembre 11

L'addio di Natali alla guida degli Uffizi

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 Una scelta sorprendente e sconcertante per i motivi suaccennati…

… che non mi ha sorpreso. Me l’aspettavo. Era un copione già scritto. Non nego però l’amarezza e il disappunto per una decisione che è intervenuta in una fase così delicata per la vita del museo, cioè mentre è in atto l’opera conclusiva di ampliamento e riorganizzazione, con nuovi allestimenti, dei Grandi Uffizi.

 

I giornali hanno scritto che ti sei sentito umiliato, sopratutto dal modo con cui i commissari hanno condotto il colloquio di pochi minuti con i candidati e valutati, diciamo sbrigativamente, i curriculum, prima di formulare la terna al Ministro.

L’umiliazione si può provare nei confronti di persone che si stimano.

 

È vero che, come qualcuno ha scritto, nella terna presentata al Ministro tu eri il primo con un punteggio superiore agli altri?

Non ne sono niente. Nulla mi è stato comunicato al riguardo. Non presto orecchio alle indiscrezioni.

 

Da tempo si sentiva dire che con la cosiddetta riforma si sarebbe cambiata strategia, affidando la gestione dei nostri maggiori musei ai cosiddetti manager.

Invece nella maggioranza dei casi i nuovi incaricati non sono manager. E tuttavia, quando ho saputo che la direzione degli Uffizi era stata affidata a Eike, la cosa mi ha fatto piacere. Eike lo conosco da tempo sia per motivi collaborativi (è esperto di scultura e ha curato in tale veste una mostra a Pitti) che familiari: lo considero un amico. Spero possa far bene. Del resto ora stanno arrivando nuove risorse.

 

Dunque, nessuna reazione negativa, indispettita, umanamente comprensibile?

No, ci mancherebbe! Ho troppo a cuore la sorte degli Uffizi, a cui ho dedicato tutto il mio impegno lavorativo, intellettuale e organizzativo, per anteporre la mia vicenda professionale alle sorti della Galleria. Se il progetto fallisse sarebbe una sconfitta per gli Uffizi, per il nostro sistema museale e la cultura italiana… e per me un grande dolore. Qui ho trascorso 35 anni della mia vita, rinunciando a proposte d’insegnamento e accettando uno stipendio assai inferiore a quello dei direttori di altri importanti musei al mondo: il fatto è che in Italia il personale altamente qualificato del nostro sistema museale è scarso e non adeguatamente retribuito. Questo è un aspetto che le riforme dovrebbero tener presente.

 

Per la cronaca va detto che lo stipendio di un funzionario di prima fascia come lui è di 1800 euro al mese e, se non potesse contare anche sul lavoro di sua moglie, con quella retribuzione sarebbe problematico mandare avanti una famiglia come la sua, con tre figli: anzi, tre belle ragazze. Quanto all’insufficienza di personale qualificato, è di queste ore la notizia, con immediata polemica, dei tagli stabiliti per legge agli organici del personale della Biblioteca Nazionale, la più importante d’Italia, che ha sede a Firenze, con 6,5 milioni di libri da custodire e gestire, la quale è passata in breve tempo da 270 a 165 dipendenti, con la conseguente riduzione dei servizi agli utenti. Torniamo agli Uffizi, ove Natali ha trascorso oltre 35 anni.

 

Qual è il bilancio della tua direzione, durata 9 anni? Quale eredità lasci al tuo successore, il tedesco Eike Schmidt, storico dell’arte medievale e moderna?

Quella di un grande, instancabile impegno, fra non poche difficoltà, che è proseguito fino a oggi. Anche in queste ultime ore ho lavorato all’allestimento di queste sale e alla progettazione dei Grandi Uffizi, come se vi dovessi restare fino all’anno 3000. Quanto ai risultati, sono sotto gli occhi di tutti e contano più delle mie opinioni. In breve posso dire che negli ultimi 4 anni si è lavorato al progetto dei Grandi Uffizi, raddoppiando il numero delle sale, che da 47 che erano sono salite a 103, e quindi ampliando e migliorandone le possibilità espositive (nuova illuminazione, nuovi colori alle pareti, adeguate protezioni), che hanno consentito la realizzazione di mostre che hanno fatto conoscere più adeguatamente al grande pubblico gli straordinari periodi – il Quattrocento, il Rinascimento, il Seicento, il Settecento – e i grandi protagonisti della nostra storia artistica. Non uso il termine ‘grandi eventi’, spesso mistificatorio e usurato a tal punto da aver perso il suo originale significato, ma è innegabile che si tratta di mostre importanti tra le quali ricordo quella dedicata agli artisti ed al mecenatismo del Granduca Ferdinando II de’ Medici, a cavallo fra Sei e Settecento; quella su Piero di Cosimo (‘Pittore eccentrico fra Rinascimento e Maniera’), l’altra su Gherardo delle Notti (‘Quadri bizzarrissimi e cene allegre’), artista seicentesco, illuminato dal Caravaggio.

È la prima volta che a questi ultimi due eccezionali artisti viene dedicata una mostra, un’antologica ricca ed esauriente, allargata al contesto in cui hanno operato. E importante è stato anche il nostro apporto alla mostra di Palazzo Strozzi dedicata a due maestri quali Pontormo e Rosso, coetanei (nati entrambi nel 1494) e vicini, ma diversi per indole e stile, sfatando l’idea di un gemellaggio fra i due, rivelatosi ingannevole. Questo è stato il mio modus operandi. No, non ho navigato nelle acque stagnanti del feticismo, delle mostre dedicate alle icone che vedono accalcarsi le folle bramose di selfie. Nei nostri musei non ci sono soltanto le opere di cinque o sei ‘superstar’ estrapolate dal contesto artistico, culturale, storico che ha reso possibile la formazione dei loro autori:  intendiamo privilegiare tutto il nostro patrimonio, che è immenso.

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