domenica, Ottobre 25

L’accordo Italia-Olanda viatico al seggio UE all’ONU

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Lo scorso 28 giugno, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha eletto, con 179 voti, l’Italia per l’ultimo posto al Consiglio di Sicurezza per il 2017, approvando l’accordo raggiunto con l’Olanda per la spartizione dei due anni. Roma ha promesso di rinunciare, alla fine del 2017, permettendo, così, il cambio della guardia con L’Aia per l’anno successivo. I due Paesi hanno promesso di lavorare insieme in modo stretto durante il mandato. Si è chiuso così, con un salomonico compromesso tra le parti, lo stallo politico che si era protratto in Assemblea fino a notte fonda, dopo cinque fumate nere in cui nessuno dei due candidati, entrambi Paesi fondatori dell’Unione europea, era riuscito a raggiungere il quorum di 128 voti necessario per l’assegnazione.

Tre i concorrenti in campo – Italia, Olanda e Svezia – per i due seggi destinati all’Europa occidentale, in lizza all’Assemblea Generale riunita in seduta plenaria per un voto che riguardava anche altre geografiche. Al primo turno, la Svezia, che vanta grandi tradizioni alle Nazioni Unite, ha ottenuto 134 voti, conquistando il seggio. L’Italia ha avuto 113 voti e l’Olanda 123. Al secondo turno l’Olanda ha ottenuto 98 voti contro i 92 per l’Italia.  Al terzo voto Italia 94 contro 96 per l’Olanda. Al quarto turno la distanza si accorcia: 95 per l’Olanda 94 per l’Italia, fino al pareggio 95 a 95 nel quinto turno. A quel punto l’Ambasciatore Sebastiano Cardi confabula col collega olandese, davanti al Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni, e poi vanno a braccetto fuori dall’aula. Quando rientrano annunciano la decisione di dividere il mandato. Il Premier Matteo Renzi e l’omologo olandese accettano il compromesso. L’Aja si ritira e Roma viene eletta, con la promessa di dimettersi dopo un anno per indire una nuova elezione, con l’Olanda come unico candidato.

Il seggio in Consiglio di Sicurezza diviso tra due Paesi è un evento rarissimo, avvenuto la prima volta nel 1955, con Jugoslavia e Filippine, e pochissime altre volte. Un’eventualità che l’Italia, almeno all’inizio, non aveva calcolato. Noi contavamo sull’appoggio del blocco africano, del Medio Oriente e dell’America Latina, mentre l’Europa appoggiava in maggioranza i nostri avversari, facendoci forse pagare la decisione presa nel 2009 dall’allora Ministro degli Esteri Franco Frattini di inserirci nella competizione, dopo che Svezia e Olanda avevano già presentato la candidatura diversi anni prima. L’Asia stava quasi interamente con i nostri avversari, così come i Caraibi, legati all’Olanda anche in virtù di relazioni costruite nell’epoca coloniale. Voti alla mano l’Italia stava recuperando, forse alla fine avrebbe anche potuto vincere, ma a prezzo di un ulteriore prolungamento dell’impasse. Senza contare che, in serata o nei giorni successivi, potevano farsi sotto altri concorrenti. Nel nome dell’unità europea, all’opposto di quanto è successo con la Brexit, le parti hanno dunque puntato su una soluzione per salvare la faccia, e creare un embrione di seggio europeo.  

Per l’Italia si tratta di una mezza vittoria o una mezza sconfitta? E quali prospettive apre questa soluzione per la politica estera di Roma? Lo abbiamo chiesto a Francesco Paolo Fulci, già Rappresentante permanente per il nostro Paese all’Onu dal 1993 al 1999, già Presidente della holding Ferrero, oggi Presidente del Progetto Imprenditoriale Michele Ferrero in Africa e India, e membro del comitato scientifico della Fondazione Italia-Usa. Fulci, diplomatico di lungo corso, è stato per due volte Presidente del Consiglio di Sicurezza (settembre 1995 e dicembre 1996). Nel 1995 ha contribuito a fondare il cosiddetto ‘Coffee Club’, un gruppo di Paesi nato per opporsi all’aumento dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, iniziativa in seguito rilanciata da Italia e Pakistan col nome di ‘Uniting for Consensus’. In qualità di Ambasciatore italiano alle Nazioni Unite, è stato fautore di un approccio innovativo nella diplomazia multilaterale, che poneva maggiore enfasi sul coinvolgimento stretto e costante di tutti i collaboratori, sulla comunicazione e sui rapporti personali. Per vincere all’Onu, insegnava, bisogna prendere i voti in Africa, Asia, America Latina. Grazie a questa formula, l’Italia vinse all’ONU, in quegli anni, ben 27 su 28 competizioni elettorali a cui partecipò: un record mai raggiunto prima.
Sostenitore convinto di un percorso di riforma che promuova l’ampliamento dei seggi non permanenti e un seggio permanente unico riservato all’Unione europea, Fulci nell’accordo tra Roma e L’Aia individua delle straordinarie opportunità.

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