domenica, Maggio 26

L’accoglienza ai bambini: un atto di antica civiltà La straordinaria storia dell’Istituto degli Innocenti a Firenze che celebra quest’anno i suoi 600 anni di vita, occasione di riflessione sul presente

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E’ una bambina la prima neonata ad essere accolta all’interno dell’ attuale Istituto degli Innocenti di Firenze, costruito apposta per fronteggiare il crescente fenomeno dell’abbandono dei minori. Le viene dato il nome di Agata Smeralda, in onore della santa celebrata il giorno in cui la piccola entra nello ‘Spedale’. Siamo nel 1445. Da alcuni  anni un famoso mercate di Prato, Francesco Datini,  noto per aver inventato l’istituto della cambiale, ha lasciato scritto nel suo testamento ( 1410)  di destinare la somma di 1000 fiorini per la costruzione di un ospedale dedicato esclusivamente ad affrontare il fenomeno dell’abbandono dell’infanzia, diffuso sin dall’antichità.  Uno specifico ospedale per i piccoli, solo per loro, affinché non fossero mescolati con gli infermi e i pellegrini, come avveniva fino ad allora..Sarà  l’Arte della Seta, una delle più potenti corporazioni di arti e mestieri della città, a utilizzare il suo lasciato per acquistare un terreno e dare inizio alla edificazione dell’ ospedale per l’infanzia, il cui progetto viene affidato al più importante architetto del tempo: ser Filippo Brunelleschi, cui si deve anche la costruzione con tecniche assolutamente innovative – scoperte nel ‘Novecento! –  della Cupola del Duomo. E’ il 1419. Seicento anni fa. Una data importante nella storia di Firenze e della civiltà. Celebrata in presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la cui partecipazione – sottolinea la Presidente Maria Grazia Giuffrida –  «dà un riconoscimento  importante a tutti coloro che quotidianamente si occupano di bambini e alla città di Firenze». «Una straordinaria iniziativa sul piano sociale e della generosità» – afferma il Presidente della Repubblica – «che affonda nel passato e si proietta verso il futuro». Già, allora,  nella Firenze del Rinascimento si guardava al futuro a partire da quello dei bambini abbandonati.  Lo ricorda anche il Sindaco Dario Nardella: «quella dell’Istituto degli Innocenti è la testimonianza viva dell’Umanesimo, che pose al centro la dignità di ogni persona». Parole retoriche? Generiche? Può darsi. Ma perché non vediamo nel concreto qual ‘ è stato il cammino percorso in questi Seicento anni? Cosa ci racconta la storia di questo ospedale divenuto poi istituto per l’infanzia abbandonata?  Ripercorrerne il cammino ci può essere di aiuto per capire meglio i principi e i valori che motivarono la nascita di quella istituzione. In primo luogo vi è da osservare che l’edificio è stato edificato  entro le mura cittadine, in piazza  della SS.Annunziata, vicino ad una delle più importanti  basiliche della città, centro della vita religiosa gestito dai Servi di Maria; lo Spedale degli Innocenti è il primo di  un’ architettura rinascimentale e civile ad adornare il quale intervengono artisti importanti e minori in uno slancio di solidarietà,  primi fra tutti i Della Robbia, ai quali si devono i ‘puttini in fasce’ in terracotta invetriata, simbolo della benemerita istituzione.  Putti fasciati e nudi i quali tutti sono veramente mirabili e mostrano la gran virtù et arte di Andrea, così li descrive il Vasari. Restaurati tra il 2015 e 16, sono stati in parte ricollocati sulla facciata del loggiato, ove ricordavano ai fiorentini l’opera caritativa che all’interno vi si svolgeva,  in parte esposti all’interno nel Museo dello Spedale. Su una parete del loggiato si apre la finestra ferrata  attraverso le cui grate venivano deposti  i piccoli in fasce: «vengono introdotti, ordinariamente a notte molto avanzata, e depositati sul ripiano della fine coperto da un cuscino, gl’innocenti, figli della colpa o della miseria…e coloro che ve li  abbandonano sogliono darne avviso per mezzo di un suono di un campanello»: così il commissario Michelagnoli descriverà nell’800 al Granduca Leopoldo II l’atto di abbandono.  Così è stato per secoli. Dopo la piccola Agata Smeralda, ininterrotto è stato un flusso di bambine  (in maggioranza) e i bambini: già nel 1465 si contavano 200 ingressi annuali, saliti a 1000 nel 1484. Nel 1627 l’Ospedale denunciava «millecentoventi bocche tra donne, fanciulle e ragazzi e ottantotto tra balie e lattanti, cui si aggiunsero novecentoottanta “bambine e bambini a balia fuora’», affidate cioè alle balie che vivevano in campagna.  Nel 1767 il numero degli  assistiti superò i tremila. Dal 1445 al 1875 ne sono passati centinaia di migliaia.

E tutti hanno ricevuto il miglior trattamento possibile, dati i tempi,  Lucia Sandriche ne ha tracciato la storia, descrive così il sistema di accoglienza: «appena accolti i neonati sono attentamente esaminati dalle balie di turno, che annotano sesso, abbigliamento e tutto  ciò che è rinvenuto con loro nella pila, una specie di acquasantiera in cui sono lasciati, con speciale riguardo per i segni, piccoli oggetti dal significato propiziatorio o identificativo. Poi sono le balie interne, cioè  di casa a prendersi cura dei neonati in attesa di consegnarli a donne della campagna per l’allattamento. Purtroppo la mortalità è alta, oltre il 50%. Al termine del baliatico non tutti rientrano all’Ospedale, alcuni sono adottati dalle famiglie che li hanno accolti, altri  raggiunta l’età lavorativa sono inviati – se maschi- presso artigiani della città ad imparare un mestiere e, se femmine, a servizio presso una famiglia per costituirsi col salario una dote». Alle fine del ‘500 il priore Vincenzo Borghini, colto ed erudito monaco benedettino, realizza per i nocentini un nuovo progetto educativo che prevede per i maschi l’insegnamento di  aritmetica grammatica musica pittura e scultura. Alcuni di loro diventeranno pittori nelle botteghe dei maggiori artisti. Le giovani, vegliate da una priora, si esercitano invece  nella preghiera e nel lavoro.

Fra il ‘600 e il ‘700, l’istituto iniziò ad accogliere le madri nubili da affiancare alle nutrici interne, che erano addette a prestare le prime cure ai neonati, di fatto precorrendo di secoli l’assistenza a donne in difficoltà. Negli anni, fu istituito persino un sussidio destinato a queste giovani donne, per dare loro un aiuto concreto per poter vivere anche al di fuori dell’IstitutoIl fenomeno dell’abbandono  è sempre stato assai diffuso  e i cognomi dei ragazzi abbandonati  variano secondo le diverse aree geografiche: a Firenze si assegnano quelli di Innocenti, Degl’Innocenti, Nocentini, ecc. a Napoli quello di Esposito (Esposto, degli Esposti, Spòsito) Proietti o Proietto nel Lazio ( dal latino proicere  (gettare), in Piemonte Ignoti, in Sicilia Trovato (e derivati), a Genova  i cognomi Casagrande  (Della Casa); diffusi anche i cognomi  beneauguranti Diotaiuti, Diotisalvi, Diotallevi, Pregadio.  E’ dal 1770 a seguito dell’abolizione delle Arti e del patronato di quella della Seta  che la gestione dell’Ospedale viene affidata ad un’apposita Deputazione che sovrintende  anche gli altri due ospedali cittadini, San Paolo e Santa Maria Nuova (dove Leonardo aveva condotto le dissezioni di cadaveri per  i suoi studi anatomici). Insieme all’apertura di un corso per interventi chirurgici e ad una cattedra per l’insegnamento della pediatria, una nuova  importante riforma viene attuata fin dal 1812: con grande anticipo sugli altri ospedali toscani, si attribuisce un cognome ai nuovi arrivati. I cognomi come Nocentini, Degl’Innocenti,  Innocenti che ne denunciavano l’origine sono sostituiti da anonimi cognomi di fantasia. E il 21 novembre 1815, viene aperto all’interno dell’Ospedale anche un Ospizio di Maternità per le partorienti povere e si istituisce una scuola di ostetricia per le giovani desiderose di esercitare le professione di levatrice. La Maternità resterà in funzione fino agli anni 40-50 del Novecento. «Dal 1890 gli Innocenti mutano  la propria denominazione in brefotrofio e da lì inizia  – sottolinea ancora Lucia Sandri – un’altra stagione di riforme igienico-sanitarie, funzionali e organizzative: tanto da essere chiamati gli Innocenti a partecipare – dato l’alto livello raggiunto nell’assistenza all’infanzia – alla Esposizione Universale di Parigi nell’ambito della cura e prevenzione pubblica».

E’ in quegli anni  che nasce l’idea di selezionare le migliaia di opere d’arte raccolte nei 4 secoli precedenti- dovute a committenze dirette, donazioni, lasciti, trasferimenti da altri enti –  per recuperare dalla loro vendita le risorse per mandare avanti la vita dell’Istituto e per dar vita ad un museo, il cui primo allestimento vide l’esposizione di 67 opere ritenute le più prestigiose. Idea che, dopo vari ampliamenti, ha trovato graduale attuazione negli anni ’70 del secolo scorso, dopo l’alluvione, ad opera dell’architetto Guido Morozzi della Sovrintendenza e del Direttore degli Uffizi prof. Luciano Berti, e una sua definitiva sistemazione nel 2011, tanto da costituire  un altro fra i più prestigiosi museo fiorentini, che si avvale delle opere di grandi artisti del passato –  tra cui i Della Robbia, Domenico Ghirlandaio,  Sandro Botticelli, Piero di Cosimo, Neri di Bicci, il Rossellino,  e vari altri. Ma c’è un altro aspetto  che costituisce un prezioso patrimonio: l’archivio storico, luogo obbligato per chi intende condurre indagini di storia assistenziale, economica, sanitaria, le biografie dei ‘nocentini’  di ognuno dei quali è descritto tutto, dall’arrivo fino al matrimonio. Di particolare curiosità i segni, ovvero gli oggetti, i messaggi introdotti dal genitore nelle fasce dei bambini al momento dell’abbandono ( pietre, nastri  colorati, medaglie, fermagli, santini, piccole croci, bottoni, pezzetti di stoffa) che aiutano a capire l’origine dei piccoli,  la loro classe sociale di appartenenza, il paese e la città da cui provengono. Ma soprattutto sono utili al loro riconoscimento nel caso che  il genitore, anche dopo vari anni, decidesse di tornare a riprendersi il figlio. Il che è accaduto varie volte. Un Museo particolare, che racconta una straordinaria storia di accoglienza sviluppatasi nei secoli e che ha anticipato sia la Conferenza dell’Aja sulla tutela dei minori (1902) che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948) e la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia.  Troppo spesso cancellati e negati anche oggi. «Il fatto gli è che» – osserva Silvia – «si è smarrito  il livello di civiltà  che produsse istituti come questo e  in particolare si va smarrendo il senso di misericordia che invece animava i nostro antenati…..troppi i seminatori d’odio e di cattiveria…» I Seicento anni  dell’Istituto degli Innocenti  vedranno una serie di iniziative e mostre che coinvolgeranno le Istituzioni nazionali, regionali e locali e che riguardano  non solo l’ accoglienza di bambini e madri in condizioni di difficoltà, ma anche servizi educativi, ricerche, monitoraggi, formazione, documentazione, progettazione internazionale. Del resto questa è la mission dell’Istituto, la più antica istituzione pubblica italiana che si occupa  dell’ infanzia.  

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