domenica, Ottobre 25

L’Abkhazia tra Russia e Georgia

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  Abkhazia

La Russia, oggi accusata da più parti di rispolverato espansionismo, festeggia, dopo la riconquista della Crimea, il primo passo verso la reintegrazione dello spazio ex sovietico, o se si vuole dell’impero già zarista, compiuto con la fresca nascita dell’Unione eurasiatica. Partecipata, per ora, solo da Bielorussia e Kazachstan già membri di un’Unione doganale promossa da Mosca. Qualche altra adesione più o meno volontaria ed entusiastica potrebbe essere imminente, mentre non pochi si domandano quali altri Paesi dopo l’Ucraina potrebbero diventare obiettivo di una spinta espansionistica comunque modulata.

Ci si deve anche domandare, tuttavia, se l’espansionista o imperialista Vladimir Putin non incontri difficoltà crescenti a mantenere il controllo di quella che secondo una terminologia tradizionale costituisce una zona di influenza russa o un semicontrollo di aree più o meno neutrali tra la principale erede dell’URSS e il mondo occidentale, per limitare lo sguardo all’Europa e ai suoi immediati dintorni.

Dopotutto, Mosca ha usato la mano pesante in Ucraina, chissà se accontentandosi di quanto già guadagnato, in reazione ad un ribaltone avvenuto a Kiev quanto meno col favore occidentale. E, in ogni caso, con effettivo o temuto danno per quelli che il Cremlino considera i propri sacrosanti interessi e persino diritti, sentiti come tali dalla schiacciante maggioranza dei russi compresi molti di coloro che apprezzano poco o per nulla il regime putiniano.

Come si sa, anche in politica la migliore difesa può essere l’attacco e comunque distinguere l’uno dall’altra non è sempre facile. D’altronde, per lo stesso motivo, resterà sempre da vedere in quale misura le suddette difficoltà russe siano o saranno attribuibili ad iniziative o soffiate occidentali classificabili come reazioni agli sviluppi della crisi ucraina.

Le ultime novità vengono ancora dalle coste del Mar Nero, oggi del resto perturbato, come se non bastasse l’Ucraina, anche sulla sponda turca. Riguardano infatti l’Abkhazia, un piccolo Paese caucasico molto vicino alla russa e ormai famosa Soci, la cui collocazione tra gli Stati sovrani e indipendenti è come minimo controversa. Abitata originariamente, e fino agli ultimi anni ’90, da una maggioranza relativa georgiana, deve il suo nome ad una minoranza musulmana convivente con altri cristiani, gli armeni, cui si aggiunsero i russi dopo la cacciata dei turchi durante il 19° secolo.

Passata dalla dominazione zarista a quella bolscevica, ottenne lo status formale di repubblica autonoma nell’ambito della Federazione russa, ma in curiosa analogia con la Crimea, trasferita più tardi da Nikita Chrusciov alla sua Ucraina, venne assegnata da Stalin alla sua Georgia, altra repubblica federata sovietica, negli anni ’30. Quantomeno sottoprivilegiati in confronto al principale gruppo etnico, gli abchazi rimasero esposti ad una vera e propria oppressione da parte del governo di Tbilisi quando la Georgia, avanguardia del processo di disintegrazione dell’URSS, pervenne all’indipendenza con un indirizzo marcatamente sciovinistico.

Tradizionalmente fieri e bellicosi, però si ribellarono, e fruendo di aiuti russi forse neppure determinanti riuscirono a sconfiggere l’esercito georgiano al termine di un aspro e sanguinoso conflitto e a proclamare a loro volta un’indipendenza che Mosca riconobbe soltanto nel 2008, dopo la breve e vittoriosa guerra con la stessa Georgia che produsse un esito analogo per l’Ossezia meridionale. Tbilisi naturalmente non si rassegnò mai alla duplice amputazione, del resto riconosciuta in seguito, in tutto il mondo, solo da Nicaragua, Venezuela e Nauru.

Divenuti padroni di un Paese svuotato della metà dall’esodo di 250 mila georgiani, gli abchazi si sono dimostrati meno bravi in pace che in guerra, restando affidati alle sovvenzioni russe, che coprono oggi il 70% del bilancio, così come alla protezione di Mosca in campo internazionale. A rendere insostituibile una simile dipendenza ha contribuito la cronica litigiosità politica, che a quanto sembra si è concentrata anche sull’uso più o meno oculato da parte del governo di Suchumi delle risorse finanziarie e d’altro genere fornite dal protettore.

Un loro cattivo uso è stato infatti rimproverato all’attuale Presidente della Repubblica, Aleksandr Ankvab, investito nei giorni scorsi da un’irruente  sollevazione dei suoi oppositori che l’ha costretto ad una temporanea fuga. Già fatto segno in passato a ripetuti attentati, Ankvab si è astenuto dal reagire con l’uso della forza, ma ha cercato di tenere duro di fronte alla richiesta di dimissioni sue e del primo ministro. Si è così aperto un confronto che ha fatto accorrere a Suchumi Vladislav Surkov, uno dei più stretti collaboratori di Putin, preoccupato per il pericolo di destabilizzazione in un’area cruciale sotto diversi aspetti.

Non si sa se sia stata la mediazione di Surkov fra i contendenti a sbloccare la situazione, ma sta di fatto che ieri Ankvab ha finito col cedere e indire nuove lezioni, pur condannando duramente il comportamento dell’opposizione. Nel frattempo, comunque, la crisi si era alquanto sdrammatizzata, se non altro perché i timori di una nuova Maidan nello scacchiere del Mar Nero sono stati smorzati dalla prevalente impressione che nessuna fazione abchasa intenda mettere in discussione i legami con la Russia.

In realtà, se le assicurazioni in proposito non sono state risparmiate, non mancano neppure indicazioni tali da alimentare qualche sospetto circa il retroscena della vicenda. Una parte almeno dell’opposizione ad Ankvab, infatti, aveva inizialmente caldeggiato il rafforzamento del legame con Mosca, in pratica un’annessione alla Russia cui però la maggioranza popolare risulta preferire l’indipendenza e che non sembra peraltro allettare neppure il Cremlino.

D’altra parte, il deposto presidente aveva cercato di migliorare i rapporti con Tbilisi attraverso contatti riservati e si era anche attirato aspre critiche con la decisione di concedere passaporti ai georgiani che ancora risiedono in Abkhazia per consentire loro di varcare il confine. Con Mosca, inoltre, si erano registrate frizioni riguardo alla restituzione di beni immobili ai russi espatriati dopo lo scoppio del conflitto nonché in materia di investimenti russi nel Paese e su altro ancora.

A guardare anche al di fuori dei confini abchasi induce in primo luogo la concomitanza della crisi interna con quanto sta accadendo in Georgia ed intorno ad essa. Va innanzitutto ricordato che la graduale emarginazione a Tbilisi di un nemico acerrimo di Putin come l’ex presidente Mikheil Saakashvili, rimpiazzato da nuovi dirigenti meglio disposti verso Mosca, non ha corrisposto alle attese. O, più precisamente, ha consentito una distensione nei rapporti con la Russia che non poteva non vacillare, nella sostanza, sotto i colpi della crisi ucraina.

Il prossimo 27 giugno la Georgia, insieme con un’altra terra di frontiera come la Moldavia, firmerà un accordo di associazione all’Unione europea simile a quello di cui il Cremlino ha impedito la stipulazione all’Ucraina di Viktor Janukovic provocando così la sollevazione di Maidan e la svolta a Kiev con tutti i suoi seguiti. Se Mosca contava che questi ultimi bastassero ad intimorire Tbilisi e a consigliarle di aderire piuttosto al progetto di Unione eurasiatica l’effetto è stato invece quello opposto. Ora infatti, oltre a formalizzare il legame essenzialmente economico con la comunità di Bruxelles, la Georgia mira decisamente a compiere un altro passo verso occidente ben più provocatorio agli occhi della Russia: puntellare la propria sicurezza esterna affiliandosi alla NATO.

Non è detto che ci riesca, in assoluto o a breve scadenza, data l’apparente riluttanza dello schieramento atlantico nel suo complesso e degli Stati Uniti in particolare ad assumere nuovi e gravosi impegni in un confronto già così allarmante con l’erede più ambiziosa della defunta superpotenza comunista. Tbilisi ci sta comunque provando con un eccezionale e ostentato attivismo diplomatico che non manca di dare frutti per quanto non ancora definitivi.

In attesa di raggiungere l’obiettivo massimo, che da nessuna parte viene comunque dichiarato fuori discussione, l’avvicinamento ad esso prosegue sul piano sia bilaterale sia multilaterale. Il nuovo presidente Giorgi Margvelashvili ha ricevuto a metà maggio, dopo il ministro degli Esteri britannico William Hague, anche il proprio omologo francese François Hollande, più reticente di Hague circa la NATO ma largo di promesse in materia di ulteriore cooperazione economica e militare, quest’ultima già considerevole a partire dal 2008.

In precedenza Margvelashvili si era recato a Varsavia e a Tallinn, dove i dirigenti polacchi e quelli estoni, ugualmente in allarme per il temuto espansionismo russo e protesi a sollecitare il rafforzamento delle precauzioni militari dell’alleanza occidentale, non avevano avuto alcuna difficoltà ad incoraggiare e sostenere le aspirazioni atlantiche della Georgia. L’Estonia, vale la pena di ricordarlo, aveva concretamente appoggiato all’inizio degli anni ’90 la corsa della Repubblica transcaucasica alla secessione dall’URSS.

In tema di cooperazione militare un significato ancora maggiore ha assunto quella trilaterale con Azerbaigian e Turchia, di cui si profila l’avvìo o il potenziamento come risultato di un vertice svoltosi sempre in maggio a Tbilisi. Ospiti di Margvelashvili, i rispettivi presidenti Ilham Aliev e Abdullah Gül non hanno esitato a sottoscrivere impegni anche di rilevanza strategica dal momento che si estendono nelle adiacenze e addirittura all’interno dell’area di influenza fino a ieri russa, coinvolgendo un Paese piccolo ma grande produttore energetico come appunto l’Azerbaigian.

Legato da tempo a filo doppio con un grosso calibro come la consanguinea Turchia, che lo appoggia nell’interminabile disputa per il Nagorny-Karabach con l’Armenia, a sua volta protetta dalla Russia e in procinto di aderire all’Unione eurasiatica snobbata invece dal governo di Baku, l’unico Stato islamico della Transcaucasia sta prendendo sempre più le distanze da Mosca. Con la complicità, a questo punto, di Tbilisi, ormai schierata su tutta la linea anche contro l’Armenia a dispetto della fratellanza cristiana oltre che delle esigenze di un buon vicinato. In altri termini, se davvero si accentuerà la tendenza al riprodursi di scenari da guerra fredda, per uno di questi sembra già quasi pronta, con le sue linee divisorie, l’intera area caucasica.

Ma per tornare infine alla crisi in Abkhazia, può anche darsi che le sue cause siano di natura eminentemente se non esclusivamente interna. Non si può tuttavia darlo per certo, anche perché i suoi collegamenti con la problematica circostante potrebbero emergere o crearsi in un secondo tempo. Intanto, le diverse ipotesi da prospettare sono due o forse tre. Se c’è lo zampino russo, lo scopo potrebbe essere quello di preparare il terreno all’annessione, presumibilmente anche dell’Ossezia meridionale, in vista appunto di condizioni da guerra fredda con relative recinzioni, ma anche quello opposto di mantenere una situazione aperta a diversi sbocchi, compreso il recupero della Georgia, dopotutto non assolutamente inimmaginabile, offrendo il ripristino della sua integrità territorialeSe ci fosse invece lo zampino georgiano, un riaccendersi della tensione locale potrebbe favorire la pressione per l’ammissione nella NATO, benchè Saakashvili sia uscito irrimediabilmente scottato sei anni fa da un analogo azzardo. Beninteso, potrebbero essere entrati nel gioco, incrociandosi, entrambi gli zampini.

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