domenica, Ottobre 25

La vittoria di Tsipras nelle elezioni greche Il primo voto anticapitalista d'Europa

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Tre cose saltano agli occhi il giorno dopo le elezioni in Grecia. La prima. La vittoria di Syriza, schiacciante ma senza maggioranza assoluta, rilancia l’utopia di un’Europa finalmente dei popoli invece che dei banchieri; alimenta la speranza di uno sviluppo più equo e solidale che non metta i ricchi contro i poveri, i giovani contro i vecchi, i disoccupati contro gli occupati, e gli occupati e i disoccupati insieme contro gli immigrati; mostra la volontà e la determinazione di una sinistra che vuole fare la sinistra e non la faccia soltanto un po’ più pulita del liberismo come invece sta avvenendo in Italia e in mezza Europa.

Alleanza bizzarra con i nazionalisti, ma…

La seconda. La prima mossa del vincitore, Alexis Tsipras, di allearsi con il partito nazionalista della destra Aneksartitoi Ellines (Anel, Greci indipendenti) di Panos Kammenos, anziché cercare l’intesa con socialisti o comunisti, appare politicamente contronatura, bizzarra, spiazzante e già foriera di molti mal di pancia, anche se probabilmente è dettata dal pragmatismo del leader. Perché la sinistra in Grecia è frantumata e divisa sugli obiettivi come e più che in Italia. Tsipras nasce da una costola del partito comunista (kke) che ha il dente avvelenato contro di lui, il quasi scomparso partito socialista (un Pasok ridotto a meno del 5% dal 40% che aveva solo pochi anni fa) e il partito di centrosinistra (To Potami) hanno posizioni molto più morbide sul “memorandum” con Ue, Bce e Fondo monetario, e quindi il rischio era di attutire lo strappo con la Troika. L’intesa con Anel, almeno sulla carta, dovrebbe invece consentire al nuovo premier di dare subito ai cittadini greci il segno tangibile della svolta disdettando il patto con la Troika e varando misure popolari come la tredicesima per i pensionati più poveri, l’aumento degli stipendi minimi, il ripristino dell’assistenza sanitaria per tutti. Ma sul resto, i due partiti sono agli antipodi ed è difficile immaginare che possano governare assieme.

Meno di 24 ore per l’incarico di governo

La terza. Si è votato domenica, il lunedì mattina Tsipras ha giurato nelle mani del Presidente della Repubblica, nel pomeriggio ha ricevuto l’incarico di formare il governo. E in Grecia c’è una legge elettorale per cinque sesti proporzionale, con premio di maggioranza al partito vincitore e senza ballottaggio. Questo per dire che non c’è bisogno dell’Italicum per sapere chi ha vinto le elezioni, anche senza maggioranze assolute. E che per fare un governo, se c’è volontà politica, bastano 24 o 48 ore, non le settimane come in Italia o, addirittura, i mesi come in Europa.

L’Europa di Alexis Tsipras…

Ma torniamo all’essenza del voto. Io sono curioso di vedere cosa accadrà ora in Grecia e a livello europeo, e tifo per Tsipras. Non so se ce la farà, ma il suo programma di governo mi pare ispirato a una bussola nuova, teso a migliorare le condizioni di chi sta peggio, non a peggiorare quelle di chi sta un pochino meglio. E l’Europa che immagina, dove i diritti, il lavoro, la salute e la dignità delle persone contano più del Pil, dello spread e del fiscal compact, mi piace di più di quella che c’è, della Merkel e di Juncker, e anche di Shultz, Hollande e Renzi.

e i ritardi della sinistra europea

La vittoria di Tsipras apre una nuova partita in Europa, chiama la sinistra europea a interrogarsi sulle politiche a rimorchio del liberismo seguite finora dai vari governi (senza sostanziali differenze tra quelli di centrosinistra e centrodestra), alimenta la speranza che possa nascere e svilupparsi un nuovo pensiero progressista: un pensiero lungo, con un’idea diversa dell’economia, del benessere, del rapporto uomo-natura, in definitiva del mondo.

Ma in Italia piccoli o grandi Tsipras non crescono

E’ abbastanza sorprendente che nel paese di Gramsci, Togliatti e Berlinguer ci si debba aggrappare a Tsipras per immaginare una sinistra di governo di tipo nuovo, post social-comunista e post socialdemocratica e di centrosinistra. Ma tant’è. In Italia, per ora, di piccoli o grandi Tsipras che crescono e si affermano non se ne vedono. Non lo sono i vari Vendola, Civati, Fassina. Non lo è neanche Landini, che è bravo ma rappresenta la vecchia sinistra. E men che meno lo é Cofferati. Potrebbe esserlo Renzi, solo che ha un piccolo difettuccio: non è di sinistra, come dimostra emblematicamente la sua riforma sul lavoro, quel “Jobs act” che abbassa l’asticella dei diritti e delle condizioni di lavoro per compiacere l’Europa che si dice di voler cambiare.

Aiuto, è scomparsa la sinistra pensante…

Questo per dire che non mi pare ci siano oggi le condizioni per una Syriza italiana. Ce ne sarebbe bisogno, certo, ma in Italia come in gran parte dell’Occidente la sinistra pensante sembra scomparsa, incapace di elaborazioni teoriche alternative al liberismo imperante. Tutti dicono “basta austerità, ci vuole crescita”, ma nessuno dimostra di aver compreso le vere ragioni della crisi, di avere fatto una diagnosi esatta, di aver trovato terapie efficaci per superarla.

Anche se quel che ormai dovrebbe essere evidente a tutti i leader o aspiranti tali della sinistra, non solo italiana ma mondiale, è che lo scontro con il neoliberismo non è più rinviabile. Dopo la caduta del Muro l’abbiamo provato in tutte le salse, da quella tradizionale scandinava a quella liberal-blairiana inglese, a quella sguaiata berlusconiana nel nostro Paese. Ovunque quel modello ha prodotto o sta producendo disoccupazione, caduta dei diritti, arretramento sul welfare, disuguaglianze crescenti, nuove sacche di povertà. A me pare evidente che ormai è il sistema che non regge più, che c’è bisogno non solo di cambiare i suonatori ma anche la musica. E’ in gioco il futuro dei nostri figli, che per la prima volta vivono peggio dei padri, e anche la democrazia, perché il capitalismo finanziario prefigura ormai società post-democratiche.

 

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