mercoledì, Giugno 3

La vittoria della Romania alla ricerca della normalità Klaus Iohannis vince il secondo turno con il 60% delle preferenze e si conferma Presidente

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Dopo aver ottenuto il 37% delle preferenze al primo turno, ma non sufficienti per evitare il ballottaggio, Klaus Iohannis ha vinto nettamente anche il secondo turno, sconfiggendo la rivale del partito socialdemocratico ed ex premier, Viorica Dancila

Iohannis nel corso della campagna elettorale aveva esortato i rumeni a votare per una ‘Romania normale’: «mi auguro» aveva detto al seggio elettorale ai primi di novembre «un futuro prospero per la Romania e spero di ricevere oggi la conferma che la maggioranza dei romeni desidera la stessa cosa».  E la Romania, dopo mesi di scandali e decisioni politiche che hanno portato in piazza milioni di rumeni, sembra volere un futuro prospero, ma soprattutto normale. 

Klaus Iohannis è un politico apprezzato nel Paese, fuori dagli schemi e con una storia politica costruita dopo la rivoluzione del 1989. Già sindaco di Sibiu per quasi 15 anni, Iohannis è stato il presidente del Forum Democratico dei Tedeschi, partito di riferimento della minoranza etnica dei sassoni di Transilvania, prima di passare nel 2013 nel Partito Liberale Nazionale. Dal 2000 fino al 2013, è stato sindaco della citta transilvana di Sibiu, che ha contribuito a fare divenire una delle città culturalmente piu’ attive del Paese (e’ stata capitale europea della cultura 2007) e centro economico e finanziario di riferimento, anche grazie alle molte aziende straniere presenti nei parchi industriali della città. 

Non ha avuto troppe difficoltà Iohannis a sbaragliare la rivale, Viorica Dancila ex prima ministra, già sfiduciata dal parlamento qualche mese fa ed appoggiata alle presidenziali solo dal partito socialdemocratico, oramai lacerato da lotte interne e scandali, con il segretario Liviu Dragnea, attualmente in carcere, condannato per corruzione ed abuso d’ufficio, che si è distinto più per la retorica populista ed antieuropea che per provvedimenti di una qualche concreta utilità per il proprio partito ed il Paese. Alla popolarita’ di Iohannis ed alla vittoria alle elezioni, ha contribuito in maniera decisiva anche il sostegno dato ai manifestanti nel corso delle proteste di piazza dei mesi scorsi, Iohannis infatti non solo aveva sottolineato il diritto di ognuno, in una democrazia autentica, di protestare, ma aveva criticato l’operato delle forze dell’ordine, ritenuto ‘brutale’ e le violenze perpretare nei confronti dei manifestanti ‘inaccettabili’. 

Dopo la sfiducia al governo Dancila, è oggi a capo di un governo di minoranza, il liberale Ludovic Orban, che almeno sulla carta dovrebbe riuscire a dialogare piu’ facilmente con il presidente Iohannis. Si tratta comunque di un mandato a tempo, l’anno prossimo si terranno nuove elezioni politiche, che si spera possano portare a governi piu’ duraturi. Nell’attuale legislatura si sono succeduti ben quattro governi: quello di Grindeanu nel 2017, poi Tudose tra il 2017 e 2018, Viorica Dancila tra 2018 e il 2019 ed infine Ludovic Orban.

L’instabilità politica non sembra comunque aver influito sulla crescita economica, almeno considerando alcuni parametri macroeconomici. La Romania si conferma come uno dei Paesi europei con il più alto tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo: nel 2018 circa il 4 per cento e per il 2019 è prevista una crescita del 4.5 per cento. Secondo i dati del Ministero delle Finanze rumeno, anche il rapporto debito pubblico PIL è entro limiti accettabili, al di sotto del 40% e la disoccupazione, secondo i dati Eurostat, ad agosto del 2019 era ferma al 3.8 per cento, meno della meta’ dell’Italia (9.5%) e meno di un terzo della tasso di disoccupazione registrato in Grecia (17%). Nel 2018 il tasso di disoccupazione era poco piu’ alto, intorno al 4% e sorprendentemente con il tasso di disoccupazione maschile più alto, di quasi un punto percentuale, del tasso di disoccupazione femminile. 

La Romania è un Paese che ha saputo esercitare in passato una forte attrattiva sugli investimenti esteri, con l’Italia tra i principali Paesi investori e che, nonostante tutto, sembra continuare ad avere una sufficiente forza centripeta per conservare il capitale nel Paese. 

A partire dal 2015 sono state realizzate varie misure di tipo espansivo. E’ stato innalzato il livello del salario minimo e delle pensioni e sono stati effettuati tagli all’aliquota ordinaria dell’Iva passata dal 24% al 19% e per moltissimi prodotti alimentari, l’IVA è passata addirittura al 9%. Nel 2018 il salario lordo nel settore pubblico è aumentato del 25%, anche se parzialmente compensato dal trasferimento a carico dei dipendenti di una parte degli oneri contributivi. E’ il wage-led growth‘, termine inglese che significa crescita guidata dai salari‘, modello di crescita economica basato sull’aumento dei salari e quindi della spesa e dei consumi

Diversi economisti, tra cui Stiligtz e Galbraith, hanno interpretato le recenti ed oramai frequenti crisi economiche come una nuova misura delle disuguaglianze e conseguenza della concentrazione di ricchezza al vertice della distribuzione. Il modello economico del ‘wage-led growth’ sposta l’attenzione dal lato dell’offerta a quello della domanda, nella consapevolezza che i salari medi e la retribuzione negli media del lavoro non hanno tenuto il passo con la crescita della produttività. Secondo Engelbert Stockhammer, economista ed autore di saggi e libri su disoccupazione e politiche keynesiane, sostiene che una politica salariale a favore del lavoro sia in grado di generare crescita stabile, mentre le politiche degli ultimi decenni, con la polarizzazione della distribuzione del reddito e il calo della quota salariale siano alla base della crescita squilibrata e diseguale.

E’ ciò che ha fatto la Romania: politiche economiche di tipo espansivo e politiche salariali a favore del lavoro, che sembrano in effetti aver innescato un processo di crescita più o meno stabile che, almeno ad oggi, non sembrano aver spaventato eccessivamente le imprese straniere, forse piu’ preoccupate dall’instabilita politica e dall’indebolimento della lotta contro la corruzione, che dalla politica espansiva, come del resto confermato dal basso tasso di disoccupazione.

Chi ritiene invece che le decisioni di politica economica basate sulla ‘wage-led growth’ abbiano allontanato la Romania da un ‘percorso sostenibile verso la convergenza con gli standard di vita degli altri Paesi europei’ è l’Unione europea. Nel recente Country Report Romania 2019‘, la Commissione europea ritiene che le misure di tipo espansivo abbiano avuto riflessi negativi su alcuni elementi macroeconomici e ritiene auspicabile un cambiamento del modello di crescita. Gli elementi su cui punta il dito la Commissione sono il disavanzo pubblico, aumentato dal 2015 ed oggi intorno al 3% del PIL (con la Romania tra gli osservati speciali di Bruxelles) e la competitività del lavoro, con il rischio di limitare la capacità di attrarre investimenti, se gli aumenti dei salari non saranno accompagnati da un crescita della produttività. Secondo l’Unione europea, la Romania dovrebbe spendere meno in parte corrente ed utilizzare il deficit per stimolare gli investimenti pubblici e privati soprattutto in infrastrutture, istruzione, assistenza sanitaria ed innovazione: ‘investimenti in infrastrutture di trasporto, energia e ambiente rafforzerebbero la crescita a lungo termine dell’economia potenziale e avrebbero un impatto positivo sul tenore di vita della popolazione’. 

In realtà per la Romania sono veri entrambi gli assunti: i salari dei lavoratori rumeni sono tra i più bassi d’Europa e gli investimenti, soprattutto quelli pubblici non sono sufficienti, inoltre l’azione di governo è spesso poco efficace e non sempre rivolta a consolidare gli sforzi per prevenire la corruzione. L’Unione europea focalizza le critiche puntando sulla necessità di investire di più e in maniera più efficiente, anche e soprattutto nelle infrastrutture di trasporto: la Romania è in cima alla lista nera per il numero di vittime per incidenti stradali ed ha una rete autostradale di soli 805 chilometri e manca quasi del tutto di infrastrutture moderne, forse non e’ del tutto sbagliato provare a stimolare gli investimenti in questo settore. Il tasso di assorbimento dei fondi comunitari, inoltre, per l’esercizio in corso, e’ di poco meno del 30%, meglio rispetto al passato, ma poco se si vuole invertire la rotta, velocizzando la modernizzazione del Paese, per scongiurare il rischio di perdere capacità attrattiva degli investimenti.

Il prossimo anno ci saranno le elezioni politiche, presumibilmente una corsa a due tra il partito liberale e socialdemocratico, con il partito liberale che si muove da una posizione di partenza migliore, considerando la vittoria delle elezioni del 2016, ma complicata dagli scandali interni e dalla corruzione dei suoi membri negli anni di governo. 

A Bucarest vi è un proverbio che recita ‘dove finisce la fantasia, comincia la Romania’. La fantasia è quello ‘strumento della mente che ci consola e ci permette di proiettare in mondi inesistenti ciò che non siamo’. La Romania dovrà riuscire a coniugare crescita dei salari, contenimento dell’inflazione e del deficit pubblico, bilancia dei pagamenti e bilancia commerciale, competitività e lotta alla corruzione: ci vorrà come al solito tanta fantasia e questa ai rumeni non manca, ma potrebbe anche non bastare, a quel punto conosceremo la vera Romania. 

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