venerdì, Agosto 23

La vita in… Sick Rose Maurizio Campisi ci racconta l’Italia degli anni ‘80, quando il rock ancora partecipava la storia da protagonista

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Cosa è rimasto dei ‘Sick Rose’ e di quel peregrinare in giro per l’Europa?

I Sick Rose esistono ancora. Sono vivi e vegeti e continuano a fare concerti in Italia e in Europa, oltre a pubblicare dischi. Hanno collaborato con i più famosi esponenti del garage rock e del sixties sound in giro per il mondo. Il loro ultimo disco, che uscirà la prossima primavera, è prodotto da Ken Stringfellow che, oltre a suonare con i Posies e i Big Star, è stato il chitarrista che i REM si portavano in concerto per affiancare Peter Buck negli ultimi tour mondiali. Naturalmente non esiste più il furore giovanile dei primi giorni, ma è rimasto intaccato l’amore per la musica. Li vedo come degli esperti artigiani che sanno fare bene il loro mestiere, con attaccamento e passione e che, soprattutto dal vivo, danno ancora tutto. Per quanto mi riguarda, restano i ricordi. ‘Everybody Wants To Know’ è appunto un documento di quell’epoca, dove pensavamo alla musica come qualcosa di puro, una fortezza inespugnabile dentro la quale dare un significato ai nostri ventanni.

Che differenza possiamo evidenziare fra la generazione degli anni ’80 e quella attuale?

Come dicevo prima, ritengo che noi fossimo molto più curiosi e critici rispetto alla realtà che ci circondava. La generazione attuale è succube della tecnologia, rischia davvero di farsi dominare. Trovo tristissime, per esempio, le file interminabili per l’acquisto di un iPhone, espressione pratica di un lavaggio del cervello. L’essere cresciuti nella comodità provoca una reazione soporifera delle coscienze. Non tutto è negativo, comunque. I Millennials e gli attuali adolescenti hanno una maggiore sensibilità verso i diritti e proiettano comunque un’idea di futuro possibile con cui si può essere o no d’accordo.

La musica può essere ancora considerata come un riscatto sociale?

Leggo da più parti che l’hip hop e il rap continuano ad essere indicate come le musiche di protesta per eccellenza. L’unico riscatto sociale che vedo in questi ragazzini che usano l’hip hop per esprimersi è quello di riempirsi il portafoglio di quattrini. Li trovo noiosissimi, immaturi, inascoltabili e inconsistenti ma il mio, naturalmente, è un giudizio di parte. Il riscatto sociale lo si fa nelle periferie, insegnando davvero la musica, la qualità della musica ai bambini, preparandoli a imparare a suonare, ad amare uno strumento che diventa il compagno di una vita.

L’Italia, vista dal centro America, come è cambiata dagli anni ’80 ad oggi?

É un Paese nel quale mi è difficile ormai riconoscermi. D’altronde, sono venticinque anni che vivo all’estero, il paese è andato in una direzione ed io in un’altra. Ritorno ogni tre-quattro anni, quindi con una frequenza rada, ma ogni volta la sensazione di una nazione al bordo del collasso aumenta.

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