giovedì, Ottobre 1

La vita oltre PP e PSOE

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In questi mesi abbiamo più volte sostenuto che la Spagna, e il suo sistema politico, sono sull’orlo di un cambiamento epocale: la fine del bipartitismo, così come a Madrid lo hanno conosciuto. Quel sistema di alternanza tra Pp (Partido Popular, centrodestra) e Psoe (Partido Socialista Obrero Espanol, centrosinistra) che a partire dal 1982, quando Felipe Gonzàlez vinse le elezioni, si è mantenuto al governo fino a oggi. Quattordici anni il socialista Gonzàlez, otto il popolare Aznar, sette il socialista Zapatero, tre (per ora) il popolare Rajoy: esecutivi a volte di maggioranza assoluta, a volte di minoranza ma basati su astensioni incrociate delle opposizioni. Ma sempre, per utilizzare un lessico a noi conosciuto, governi “monocolore”. Ora, per via della frammentazione elettorale, tutto questo sembra essere destinato alla conclusione, e la Spagna potrebbe sperimentare qualcosa che in Italia conosciamo bene: le coalizioni. Se le prossime elezioni di novembre 2015 non presentassero un risultato chiaro i partiti saranno costretti ad allearsi fra loro per riuscire a formare il governo.

In questi mesi abbiamo sempre parlato solo di tre protagonisti in campo (realtà catalana a parte): popolari (forza di governo), socialisti (forza di opposizione in Parlamento), Podemos (opposizione per ora extraparlamentare). Ma la realtà politica spagnola è in realtà più complessa di queste tre sigle che, seppure altamente rappresentative, non lo sono del tutto. La legge elettorale – un proporzionale con sbarramento al 5% e senza preferenze – non garantisce di per sé la governabilità, che è data dalla forza dei grandi partiti i quali, vincendo le elezioni con alte percentuali, si sono sempre assicurati una maggioranza comoda, quando anche non assoluta. Questo sistema elettorale, inoltre, è congegnato per consentire una sorta di “divisione del lavoro”: lo sbarramento non è a livello nazionale ma di piccole circoscrizioni e questo consente alle forze politiche regionaliste, ad esempio, di essere presenti in Parlamento nonostante l’esiguità delle percentuali in tutta la Spagna.

Questo ha portato al fatto che fosse molto difficile, per i partiti nazionali che non si riconoscessero in Pp e Psoe avere rappresentanza presso le Cortes: secondo il sistema elettorale spagnolo, infatti, può essere più redditizio vincere solo in Catalogna con il 30% che ottenere il 10% in tutta la Spagna. Il legislatore costituzionale voleva infatti trasformare la polarizzazione storicamente presente nella politica iberica in un meccanismo di competizione costruttiva tra due grandi blocchi, salvaguardando tuttavia le identità regionali che fanno della Spagna un Paese sostanzialmente plurinazionale.

Questa concezione della democrazia di stampo anglosassone in salsa iberica ha funzionato a meraviglia fin quando la legittimità dei partiti è stata forte nella società: i primi anni del postfranchismo sono infatti stati esaltanti per un Paese che usciva senza timori da decenni di isolamento e dittatura; tuttavia, non avendo subito sostanziali cambiamenti, il sistema è andato via via incancrenendosi e anche le divisioni tra popolari e socialisti sono diventate sempre più sfumate. O meglio, sebbene le differenze vi fossero (e ci siano) e affondino ancora oggi le loro radici negli opposti schieramenti della guerra civile, e nelle due idee di Spagna che causarono quello scontro, i due partiti egemoni hanno sempre considerato il governo come “cosa loro”.

Alle loro spalle cresceva in realtà una voglia di radicalismo, sia esso squisitamente di sinistra come Podemos, che terzista, come altre forze che ora vedremo: una voglia di radicalismo che sicuramente in futuro cambierà le carte in tavola a Madrid. Passiamo in rassegna alcune di queste forze politiche che potrebbero essere determinanti il prossimo Novembre, quando si formerà il nuovo governo spagnolo.

Il più importante dei partiti non ascritti al bipartitismo è senz’altro Izquierda Unida (Iu), la forza che per anni ha rappresentato l’alternativa da sinistra al Psoe. Ultimamente spiazzata dall’irresistibile ascesa di Podemos, fu fondata nel 1986 come una coalizione di forze eurocomuniste e repubblicane ed è il sostanziale “spin off” del Partito Comunista Spagnolo (Pce), che ebbe un ruolo importante di opposizione e resistenza al franchismo prima e nella costruzione della democrazia poi. Ha attualmente 11 deputati al Congreso, dopo avere preso quasi il 7% dei voti nel 2011, secondo miglior risultato nella sua storia. Il suo rapporto con il Psoe è sempre stato dialettico, come d’altronde succede in tutta Europa tra sinistra di governo e sinistra radicale: Iu ha infatti sostenuto il primo esecutivo Zapatero, nel 2004, mentre si è astenuta (posizione comunque non di scontro) durante il suo secondo mandato, nel 2008. Come dicevamo poco più su, la coalizione “arcobaleno” è stata spiazzata dall’arrivo di Podemos, che ne ha occupato – ampliandolo notevolmente – lo spazio politico: negli ultimi anni infatti tutti i sondaggi davano Iu costantemente in ascesa, tra il 10 e il 15%: obiettivamente ora quelle percentuali saranno complicate da raggiungere. Seppure caratterizzato da decise venature “old lift”, anche questo partito va rinnovandosi: il coordinatore Cayo Lara ha infatti già detto che non guiderà Iu alle prossime elezioni; mentre i candidati alle prossime elezioni regionali e comunali si stanno scegliendo attraverso un processo di primarie che in Spagna coinvolge un po’ tutti tranne, per ora, il Pp.

C’è poi UpYD (Unione Progresso e Democrazia), che fu fondato nel 2007 dalla ex socialista Rosa Dìez. Basca, 62 anni, la Dìez lasciò il Psoe per la quale fu anche eletta eurodeputata nel 1999, in seguito alla secondo lei insufficiente politica socialista di scontro con l’Eta, con la quale reputava che il suo partito fosse troppo accondiscendente: decise dunque di formare un nuova forza politica, UPyD appunto, che superasse il binomio destra-sinistra e si ponesse al centro dello schieramento politico con alcune posizioni piuttosto radicali in tema di lotta ai nazionalismi regionali e alla corruzione. Trasversalismo, laicismo, liberalismo sociale: sono questi gli assi attorno a cui ruota la politica di UPyD, che nelle due legislature in cui è stato presente in Parlamento (quella del 2008 e l’attuale) non ha mai sostenuto organicamente nessun governo. Ha preso alle elezioni del 2011 il 4,70% dei voti, con 5 deputati: e anche qui, i sondaggi la danno in crescita. Ma anche qui, e questa è una costante dei partiti che in questi anni si sono opposti al bipartitismo, Rosa Dìez soffre il fiato sul collo di Podemos, che rischia di fagocitare tutti i voti di protesta.

L’impressione è comunque che, per quanto UPyD si proclami orgogliosamente terzista (fino alle scorse elezioni europee non era iscritto a nessun gruppo, ora partecipa come osservatore alle riunioni dell’Alde) il suo spazio politico (anche a livello di militanza) sia più vicino ai socialisti che ai popolari, e che in caso di obbligata necessità di formare una coalizione, seppure tra mille difficoltà, sceglierebbe Sànchez e non Rajoy.

Per quanto più comuni da quelle parti, le scissioni non avvengono solo a sinistra, ma anche a destra. Lo sa bene il Pp, a destra del quale si è staccata all’inizio dell’anno una costola ultraconservatrice, dal nome di Vox. Per ora piuttosto minoritaria – alle scorse europee, votazione alla quale esordì, prese l’1,56% dei voti – rappresenta l’anima ultraconservatrice dell’elettorato spagnolo. Il capo del partito è Alejo Vidal-Quadras, 69 anni, di Barcellona, un politico che con i popolari ricoprì una serie di cariche importanti (fu fino al gennaio del 2014 vicePresidente dell’Europarlamento) ma che riscontrava nella politica di Rajoy una, molto banalmente, assenza di radicalismo di destra. No all’aborto, sì alla famiglia tradizionale, unità della Spagna e no all’Eta: sono questi i quattro punti cardinali dell’azione di Vox che, pur rifacendosi alla politica 2.0 di primarie e uso dei new media, sposa in pieno i cavalli di battaglia della destra spagnola, declinati in modo meno felpato e più intransigente rispetto al Pp. Le aspettative elettorali nei confronti di Vox non sono troppo alte (anche perché il suo spazio elettorale è per ora presidiato da Rajoy, che invece mostra debolezza sul fianco centrista) ma se entrasse nel prossimo Parlamento anche questo piccolo partitino potrebbe dire la sua, soprattutto perché avrebbe posizioni che lo renderebbero non particolarmente disponibile a eventuali alleanze, anche di centrodestra.

Ci sono poi tutta una serie di forze politiche, non solo regionali, come gli animalisti, gli anti-capitalisti, i postfascisti, che agitano la società spagnola, in realtà molto più composita di quanto salti all’occhio: sono partiti spesso ultraminoritari che però in una situazione come quella attuale di sfiducia nelle istituzioni catalizzano lo scontento di molti.

Noi italiani, con invidia mista a una sorta di “compatimento” per una politica come quella iberica ritenuta a volte tanto semplice quanto noiosa, abbiamo sempre sostenuto che la stabilità dei governi di Madrid e la loro determinazione nel portare avanti le riforme fosse la vera differenza tra noi e gli spagnoli, i quali la notte delle elezioni hanno sempre saputo chi avrebbe governato per 4 anni, durante i quali poi veniva supportato – almeno ufficialmente – con lealtà da tutto il suo partito per l’intera legislatura. Ora tutto questo potrebbe anche cambiare: e se è un bene per la rappresentatività del sistema – che diverrebbe uno specchio maggiormente fedele di una società in ebollizione – potrebbe non esserlo per la sua governabilità.

D’altronde si facevano gli stessi discorsi nel 2010 nel Regno Unito, quando Cameron andò al governo per la prima volta in coalizione con i LibDem: il suo esecutivo non ha poi scricchiolato più di tanto in questi 4 anni e mezzo, al prezzo della possibile scomparsa degli stessi LibDem dal prossimo Parlamento. Segno che la stabilità politica non è solo un fatto di formule elettorali o di forzose coazioni: ma è la spia, anche, di una vera e propria cultura nazionale.

Anche se Madrid è più vicina a Roma, in questo caso, probabilmente, sarà tuttavia molto più simile a Londra.

 

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