mercoledì, Agosto 12

La vita nel Burundi di Pierre Nkurunziza Voci da una guerra civile ignorata

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Le storie di guerra sono spesso raccontate con grande difficoltà e non senza paura da chi dalla guerra è riuscito a fuggire. Molti potrebbero parlare della situazione del Burundi, stando ai dati forniti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, secondo i quali sarebbero ben 420.000 i rifugiati e richiedenti asilo provenienti da questo piccolo stato africano.

I burundesi fuggiti dal loro Paese hanno trovato rifugio in Ruanda, Tanzania, Uganda e persino nella vicina Repubblica Democratica del Congo che sicuramente non brilla per sicurezza e tranquillità. Almeno 36 rifugiati del Burundi in Congo sono morti e oltre 100 sono rimasti feriti nella provincia del Sud Kivu, quando la polizia congolese ha sparato su di loro durante una protesta, secondo quanto dichiarato dall’inviato delle Nazioni Unite in Congo, Maman Sidikou. Pare che alcuni profughi si siano ribellati alle autorità congolesi che volevano riportarli nel loro Paese. Alcuni testimoni parlano addirittura di connivenza tra le milizie imbonerakure, lega giovanile del partito al potere inviati dal governo burundese, e i vertici congolesi.

Quello che si sta consumando in Burundi è una vera e propria guerra civile. La situazione drammatica che il Paese sta vivendo dal 2015 è stata innescata dalla decisione del Presidente Pierre Nkurunziza, un pastore protestante di etnia hutu, di ricandidarsi per un terzo mandato. Da quel momento sono scoppiate numerose proteste da parte dell’opposizione politica ma anche della società civile.

Molto dura è la repressione operata dalla polizia e dalle forze militari: sono ormai accertati gravi casi di violazioni dei diritti umani, uccisioni illegali, sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti, e arresti arbitrari. La violenza contro donne è quotidiana e i diritti alla libertà d’espressione e d’associazione sono completamente soffocati.

Attacchi attribuiti a gruppi di ribelli vanno spesso a giustificare arresti di massa. Ricordiamo le uccisioni extragiudiziali avvenute dopo l’assalto a tre campi militari della capitale Bujumbura, nella notte tra il 10 e l’11 dicembre 2015.

Con il sistema ‘porta a porta’, la polizia e i militari hanno prelevato e poi ucciso giovani dei quartieri di Musaga, Mutakura, Nyakabiga, Ngagara, Cibitoke e Jabe, dove vi è una forte presenza della minoranza Tutsi. Si tratta del peggiore massacro di civile perpetrato dal governo di Nkurunziza. Quel giorno viene ricordato con l’hastag #1212massacre in ricordo del numero delle vittime.

I controlli e le perquisizioni sono all’ordine del giorno in questi quartieri, e ci si chiede cosa può significare vivere alla periferia di Bujumbura, bersagliati dalle rappresaglie della polizia e dalle forze militari.

Gli abitanti hanno ovviamente paura. Una giovane ragazza della periferia della capitale – che per motivi di sicurezza ha chiesto di rimanere in anonimato – dichiara che “pur non sentendo spesso attacchi con armi da fuoco, i sequestri di persone da parte delle milizie imbonerakure e delle forze dell’ordine continuano. Tutto questo provoca un senso di paura costante”.

La situazione viene definita molto critica e le ragazze non escono mai sole, sono sempre accompagnate da un parente maschio per non rischiare violenze sessuali. Sono invece i giovani, accusati di avere partecipato a manifestazioni contro il terzo mandato di Nkurunziza, ad essere arrestati. “’Mio cugino è stato uno di quelli’, racconta la ragazza, ‘e prima di essere portato in prigione, è stato torturato. Per fortuna, lo hanno rilasciato’.

Non manca mai di rimarcare che l’etnia tutsi è presa molto di mira e quindi i loro quartieri sono sempre perlustrati soprattutto di notte.

Riguardo all’arresto, nel luglio scorso, di una donna di ritorno dal Ruanda, la ragazza parla di accuse che riguardano la sua possibile adesione a movimenti antigovernativi che si starebbero organizzando nello stato ruandese.

Il Burundi, oltre ad essere il Paese più povero dell’Africa, è devastato da una guerra civile che si è ormai etnicizzata, ma può anche contare sulla grande forza di contestazione che aleggia tra i giovani, sì arrestati, ma sempre pronti a lottare contro il governo di Nkurunziza.

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