mercoledì, Settembre 30

La vita dopo la Brexit? negoziazioni allo sfinimento Secondo il Center for European Reform: lo sfinimento delle negoziazioni dei prossimi anni farà piangere il Regno Unito, mentre la politica del Regno non è capace di scegliere. Dunque il Paese resterà impantanato

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Da oggi, altro giro di valzer per la Brexit. Al di là della cronaca, sta diventando sempre più evidente la complessità di un processo che non finirà, anzi, con l’approvazione o meno dell’accordo al momento sul tavolo di divorzio da Bruxelles.

Tanto più se l’accordo sarà alla fine approvato, quellafine’, sarà solo l’inizio di un processo complicatissimo per il Regno Unito, e che vedrà impegnata la sua politica e la sua diplomazia per anni.

La Camera dei Comuni, dopo aver votato la scorsa settimana per ‘prendere il controllo’ dell’iter della Brexit dalle mani del Governo, oggi sarà chiamata ad una serie di voti indicativi’ sul processo di uscita dall’Unione europea. La premier Theresa May ha anticipato che non intende accettare passivamente le indicazioni del Parlamento, che l’eventuale ‘Piano B’ che scaturirà dal voto dei Comuni sarà accettato solo se coerente con le indicazioni del referendum del 2016 e con la linea del Governo. Il primo segnale di questo si è già avuto oggi, quando ha annunciato che il Governo britannico ha respinto la petizione popolare -che aveva raccolto 5,8 milioni di firme- per chiedere la revoca dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona e, dunque, la cancellazione della Brexit.

Non si era mai una petizione di questo tipo raccogliere cosi’ tante firme, un numero record: 5,8 milioni.

Lo speaker dei Comuni, John Bercow, ha avuto la responsabilità di selezionare, tra le varie proposte per la Brexit, presentate dai gruppi parlamentari e dai singoli deputati, quelle da sottoporre al voto dell’aula.
Le ipotesi sul tavolo di Bercow erano molte e molto varie, 16, tra queste lo speaker ha dovuto decidere quali mandare al voto. Molte delle opzioni presentate dai vari gruppi parlamentari e da singoli deputati si basano sul presupposto che l’accordo di recesso negoziato dalla premier Theresa May venga approvato nei prossimi giorni, sebbene con modifiche significative alla controversa clausola di ‘backstop‘ per il confine irlandese.

Tra le opzioni proposte, alcune significative, e che, prese insieme, danno l’idea della nebbia che staziona stabilmente a Westminster.
Eccole: Si chiede al Governo di negoziare subito dopo l’uscita dalla Ue una nuova unione doganale con Bruxelles;  Il Regno Unito rimarrebbe nel mercato unico europeo, aderendo all’Efta (Associazione europea di libero scambio) e rimanendo nello Spazio economico europeo, il meccanismo del ‘backstop‘ per il confine irlandese verrebbe rimpiazzato da una ‘partnership doganale generale’, in base a questa opzione il Regno Unito accetterebbe la libertà di movimento Ue, sebbene con dei limiti;  Il Regno Unito aderirebbe all’Efta e alle regole e agli obblighi dello Spazio economico europeo, ma sottoponendoli alla giurisdizione dei tribunali britannici, non è prevista l’adesione all’unione doganale europea, mentre la questione del ‘backstop’ irlandese verrebbe risolta con un accordo ad hoc; ‘Compromesso malthouse’ che consiste nell’adozione dell’accordo di recesso negoziato dalla premer May, privo però della clausola del ‘backstop’, sostituita da misure alternative; Qualsiasi accordo per la Brexit verrebbe sottoposto a referendum confermativo, prima dell’eventuale ratifica da parte di Westminster; Revoca dell’articolo 50, se il Governo non riuscirà a fare approvare l’accordo per la Brexit negoziato con Bruxelles, i Comuni votino sull’opzione ‘no deal’ poco prima della data di uscita dalla Ue, se l’opzione ‘no deal’ venisse respinta dal Parlamento, il Governo dovrebbe revocare l’articolo 50, cancellando di fatto la Brexit.

Le opzioni selezionate da Bercow verranno stampate su delle schede e i deputati dovranno indicare con uno ‘yes’ o un ‘no’ accanto a ciascuna opzione le loro scelte.  E’ probabile che le votazioniindicativeproseguano anche lunedì prossimo, nel tentativo di individuare un’opzione per la Brexit in grado di raccogliere la maggioranza dei voti dei Comuni.
Secondo il nuovo calendario fissato dalla Ue, il Governo britannico ha tempo fino al 12 aprile per presentare una nuova proposta, se non riuscirà a fare approvare dal Parlamento il testo dell’attuale accordo.

Non è da scartare l’eventualità che la May oggi offra ai deputati Tories la data delle sue dimissioni, in cambio di un via libera al suo accordo per la Brexit.

Qualsiasi ulteriore elemento scaturisca dalla giornata di oggi, il cammino della Brexit sta iniziando a farsi sentire sulle ossa del Regno Unito, ed è solo l’inizio, si farà sentire, secondo gli analisti, per molti anni, soprattutto per quanto attiene il commercio internazionale e in generale gli accordi internazionali.

Sam Lowe, ricercatore senior del Center for European Reform, proprio sull’apertura internazionale del Regno Unito frenata da Brexit, compie una lunga attenta analisi. Se l’accordo di uscita venisse approvato, afferma, il Regno Unito scoprirà rapidamente che lasciare l’UE è solo l’inizio di un processo che si trascinerà per anni. «Quando una negoziazione termina, ne inizierà un’altra; e il martellamento dei dettagli del futuro rapporto promette di essere una sfida ancora più dura del ritiro».

Il Regno Unito «deve ancora stabilire la natura delle sue future relazioni con l’UELa dichiarazione politica sulle relazioni future, approvata dall’UE e dal Regno Unito accanto all’accordo di ritiro, indica che la Gran Bretagna lascerà il mercato unico, ma, a differenza dell’accordo di ritiro, la dichiarazione è un testo ambizioso non vincolante e soggetto a modifiche. Ciò lascia aperta la possibilità di un profondo partenariato economico con l’UE, simile a quello della Norvegia, o di un accordo più libero simile all’accordo di libero scambio che l’UE ha con il Canada». 

Uno degli elementi che rendono complesso il futuro delle trattative è la questioneirlandese’ -quello che il centro studi ha definito il ‘trilemma irlandese’. Se il Regno Unito deve lasciare l’unione doganale e il mercato unico evitando il cosiddettoconfine durocon l’Irlanda, «può avere solo due di queste tre opzioni: un’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale; nessun ‘confine duro’ tra Irlanda del Nord e Irlanda; e una Brexit di ‘tutto il Regno Unito’. Se il Regno Unito desidera impedire un confine duro tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord e perseguire una relazione commerciale in stile Canada con l’UE, l’accordo commerciale può applicarsi solo alla Gran Bretagna; l’Irlanda del Nord richiederebbe disposizioni supplementari fino al momento (il che potrebbe non arrivare mai) che il Regno Unito e l’UE concordino una soluzione tecnica che soppianta la necessità di una frontiera fisica. In pratica ciò significherebbe controlli UE sulle merci che entrano nell’Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna, ed eventualmente viceversa.
L’incapacità di accettare questi fondamentali compromessi ha guidato gran parte della discordia politica sulla Brexit e continuerà a farlo».

Una relazione profonda renderebbe possibile un approccio interamente britannico alla soluzione post-Brexit -e sarebbe nell’interesse economico del Regno Unito- limiterebbe la capacità del Regno Unito di perseguire i propri accordi commerciali con gli Stati Uniti e altri StatiRestare in un’unione doganale con l’UE, ad esempio, non impedirebbe, come alcuni sostengono, al Regno Unito di gestire la propria politica commerciale indipendente. La Gran Bretagna avrebbe ancora bisogno di negoziare il suo accesso a nuovi mercati e di avere libero sfogo in settori come i servizi, la proprietà intellettuale, gli appalti e i dati. Ma non sarebbe in grado di abbassare o rimuovere le tariffe unilateralmente. L’allineamento con le regolamentazioni agroalimentari dell’UE (che sarebbero necessarie per mantenere aperta la frontiera irlandese) renderebbe, altresì, quasi impossibile alla Gran Bretagna accettare le richieste statunitensi di importazioni alimentari prodotte secondo gli standard americani.

Se il Regno Unito alla fine firmasse l’accordo con la UE, inizierebbe, probabilmente, negoziati commerciali con Paesi come l’Australia e la Nuova Zelanda, ma saranno fatti pochi progressi fino alla chiusura della definizione della relazione tra Regno Unito e UE. In pratica, la maggior parte del tempo e degli sforzi continuerà essere spesa per l’arduo processo di sostituzione dei circa 40 accordi commerciali attualmente in vigore nel Regno Unito in virtù della sua adesione all’UE.

Il Regno Unito probabilmente, almeno inizialmente, continuerà la sua ricerca per una soluzione che offra sia una politica commerciale indipendente sia i vantaggi di essere in un’unione doganale e di essere nel mercato unico delle merci. Il massimo che il Regno Unito potrebbe ottenere è un’unione doganale in piena regola, che potrebbe potenzialmente essere integrata con misure che mitighino la necessità di controlli alla frontiera, se non escludendole completamente. 

Firmata la Brexit, e ipotizzando che un accordo di ritiro passi, probabilmente ci sarà una pausa nei negoziati in quanto l’UE eleggerà un nuovo Parlamento e Commissione. Ciò conferisce al Regno Unito il tempo, in teoria, di decidere cosa intende ottenere con i negoziati e formulare una strategia adeguata, data l’opposizione dichiarata dell’UE alla scelta delle ‘quattro libertà’. Di fatto le diverse componenti politiche del Regno Unito continueranno essere in guerra ancora per un pò. Sono possibili elezioni a breve. Se dovesse esserci un nuovo Governo, il processo Brexit ricomincerebbe da capo.

Se il Regno Unito e l’Unione europea sono saggi, afferma Sam Lowe, «a prescindere dalla profondità delle relazioni economiche iniziali, metteranno in atto una struttura istituzionale globale che consentirà una revisione, una negoziazione, aggiornamenti e ritocchi continui».
Le «negoziazioni future richiedono al Regno Unito di prendere decisioni sull’Irlanda del Nord e sul fatto di dare la priorità ai legami economici profondi esistenti con l’UE rispetto a potenziali nuovi accordi con gli Stati Uniti e le principali economie emergenti. Il Regno Unito dovrà inoltre valutare se intende sacrificare l’accesso al mercato dei servizi esistenti unicamente allo scopo di ridurre la libertà di circolazioneNell’attuale dibattito politico c’è poco da sperare che il Regno Unito sia pronto a fare queste scelte, né che lo possa essere a breve».

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