mercoledì, Maggio 22

La via africana della seta: la Cina di OBOR si prende il continente

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Il progetto mondiale di infrastrutture varato dalla Cina New Silk Road Economic Belt conosciuto come  One Belt On Road (OBOR) è il più ambizioso dopo il Piano Marshal americano. OBOR è, in ultima analisi, il ripristino della famosa via della seta, un network stradale e navale di 7.000 km creato 2100 anni fa durante la Dinastia Han per promuovere gli scambi culturale ed economici con Asia, Africa ed Europa. L’unica opera paragonabile nella storia fu il network terrestre e marittimo del Impero Romano in Europa, Nord Africa e Medio Oriente.

La moderna via della seta è suddivisa in un network terrestre e uno marittimo. Quello terrestre prevede la realizzazione di strade, ferrovie oleodotti e gasdotti. Partendo dal semi-continente cinese la nuova via della seta collegherà Cina con l’Euroasia, l’Asia e l’Africa. Il network marittimo collegherà Sud Est Asia, Oceania, Africa Orientale, Africa del Nord e Mediterraneo. Gli obiettivi specifici: rafforzare la posizione detenuta dalla Cina di grande potenza economica mondiale, promuovere i commerci regionali,  porsi come alternativa al modello di sviluppo occidentale, ripristinare il controllo del Mare Cinese, diminuire l’influenza occidentale nell’Oceano Indiano, controllare il Mediterraneo e la sua porta per l’Asia, il canale di Suez, vincere la partita in Africa.

L’obiettivo generale è di riscrivere gli attuali equilibri mondiali e imporre un Nuovo Ordine Mondiale controllato dalla leadership della Cina, intenzionata a imporre il suo concetto di capitalismo di Stato. Un nuovo ordine mondiale che intaccherà l’autorità delle istituzioni internazionali occidentali, quali Banca Mondiale e FMI. In ultima analisi il OBOR è un progetto di dominio mondiale attuato senza la necessità di ricorrere a soluzioni militari e messo in pratica grazie all’enorme riserva di oro e valuta straniera pregiata che la Cina ha accumulato silenziosamente in un ventennio, diventando uno dei principali investitori finanziari in Europa e Stati Uniti.

Le possibilità di successo sono alte in quanto il OBOR tende a unire le Nazioni del pianeta archiviando il vecchio sogno occidentale del ‘villaggio globale’ fino ad ora mai realizzato, in quanto America ed Europa hanno sempre associato la loro visione di Ordine Mondiale al loro diritto di supremazia politica e militare e alla loro inestinguibile sete di risorse naturali altrui. OBOR va in direzione opposta alla dottrina del Presidente americano Donald Trump, quella dell’America First, che ha già portato all’uscita degli Stati Uniti dal Trans-Pacific Partnership.

La via della seta coinvolge 60 Paesi con alto pontenziale economico ma alla disperata ricerca di finanziamenti per la realizzazione delle necessarie infrastrutture per collegare le economie nazionali ai mercati internazionali. Tre i Paesi africani inclusi nel progetto: Djibouti (Gibuti) Egitto e Kenya. La scelta di questi Paesi si basa su considerazioni logistiche, economiche e politiche.
Djibouti occupa una posizione strategica, sia per le importazioni e le esportazioni dall’Africa Orientale e Corno d’Africa, sia per il controllo del Golfo di Aden, la via marittima che collega l’Oceano Indiano con il Mediterraneo grazie al Mar Rosso e al Canale di Suez, in Egitto. Djibouti ospita varie basi militari americane, francesi e saudite. Prima di inserire Djibouti nel OBOR la Cina ha concluso un accordo per aprire prima base militare cinese in Africa.   Il controllo delle infrastrutture Djibouti, trasformato in un importante hub logistico per il commercio tra continenti, assicurerà a Pechino la supremazia del corridoio marittimo Oceano Indiano-Mediterraneo e favorirà il commercio con un terzo del continente africano.
L’Egitto è stato scelto per la sua posizione strategica e per il Canale di Suez, la porta marittima tra Europa e Asia. Il 30% del traffico marittimo commerciale di tutto il mondo passa tra Djibouti ed Egitto.
Il Kenya (con due porti internazionali, Mombasa e Lamu) è stato scelto per assicurare le importazioni di petrolio dal Sud Sudan, che rappresentano il 5% delle importazioni petrolifere mondiali cinesi.
La guerra civile e il latente conflitto con il Sudan hanno compromesso la produzione, che è diminuita del 30%  -dai 245.000 barili al giorno del 2011 agli attuali 160.000. Avendo il monopolio del greggio sud sudanese la Cina si è trovata sulla linea del fronte allo scoppio della guerra civile, nel dicembre 2013. I pozzi petroliferi sono diventati obiettivi militari e le compagnie cinesi sono state costrette a chiudere temporaneamente tre importanti giacimenti evacuando il loro personale. Il Sudan, pur essendo l’alleato storico di Pechino, per compensare la pesante perdita  dei giacimenti del sud ha mantenuto attivo l’oleodotto che dal Sud Sudan arriva a Port Sudan, sul Mar Rosso, applicando un diritto di passaggio sul greggio pari a 30 dollari al barile. Una tariffa doganale di passaggio totalmente ingiustificata, vista la media mondiale che si attesta a 3 dollari al barile.
Dopo aver tentato il primo intervento militare in Africa, al fianco dell’Uganda e in sostegno al ex Presidente Salva Kiir (intervento assai infruttifero),  la Cina ora pensa di creare una via alternativa al Sudan per le esportazioni del greggio sud sudanese. Questa via alternativa che passa dal Kenya era il piano segreto degli Stati Uniti e dell’Unione Europea per sottrarre il controllo del petrolio al Sudan (grazie al oleodotto). La realizzazione del oleodotto alternativo doveva essere attuata contemporaneamente alla penetrazione del mercato petrolifero in Sud Sudan da parte delle multinazionali occidentali, rompendo così il monopolio cinese.
Questo spiega il perché Washington e Bruxelles hanno finanziato la guerra civile tra nord e sud del Sudan per 25 anni con l’obiettivo di spaccare in due il Paese. Dopo aver raggiunto questo obiettivo l’Occidente non è stato in grado di controllare la compagine politica sud sudanese. A distanza di due anni dall’indipendenza, il Governo si è diviso su basi etniche, facendo scoppiare una guerra civile che dura tutt’ora. La Cina ha semplicemente rubato all’Occidente il progetto del oleodotto alternativo e rafforzato il suo supporto finanziario e militare a Salva Kiir per sconfiggere le fazioni rivali finanziate dall’Occidente. In questo modo Pechino ha forti possibilità di vincere la guerra del controllo degli idrocarburi in Sud Sudan. Guerra il cui prezzo (orribile ed alto) è pagato dalla popolazione civile sud sudanese.

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