sabato, Maggio 25

La verità sulle sanzioni alla Russia, che non fanno danni Sanzioni a maglie larghe che creano danni di immagine alla Federazione, ma poco rilevanti dal punto di vista economico

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A cadenza oramai pressoché semestrale siamo costretti a tornare sul tema delle sanzioni economiche comminate dall’Unione europea alla Russia, nell’intento di chiarire i termini della vicenda e le reali conseguenze economiche degli embarghi reciproci. Era necessario fino a qualche mese fa, quando in Italia vi era un esecutivo europeista, ma circolavano comunque informazioni errate ed è necessario adesso, ancor di più, quando il governo italiano è fieramente sovranista e chiaramente antieuropeista ed utilizza qualsiasi argomentazione per provare ad accendere la miccia e minare le relazioni tra l’Italia e l’Unione europea.

Proviamo quindi a smontare il castello di carta costruito su analisi parziali ed opinioni, piuttosto che su fatti e cifre. Proviamo a farlo andando per gradi, cercando di capire per esempio chi ha comminato cosa e le reali conseguenze delle azioni in termini economici.

E’ opportuno innanzitutto fare un netto distinguo tra le sanzioni applicate dall’Unione europea e le contro sanzioni comminate dalla Russia ai prodotti europei. Per intenderci, il blocco all’esportazione di formaggi e salumi non fa parte delle sanzioni comminate dall’Unione che ha deciso di privare i cittadini russi di caciotte di formaggio italiano o fette di prosciutto spagnolo, ma si tratta di sanzioni volute dalla Russia nell’agosto del 2014, con le quali il Governo ha deciso di bloccare le importazioni e la vendita di alcuni prodotti alimentari europei nel territorio delle Federazione.

Si tratta del decreto n. 560 con il quale si blocca, appunto, l’importazione di prodotti alimentari, tra cui formaggi e latticini, carne e pesce, frutta e verdura da Europa, Canada, Stati Uniti ed Australia. Anche l’Italia naturalmente è colpita, in un settore che rappresenta storicamente, comunque, appena il 10 per cento del totale dell’export italiano nella Federazione e comprende oltre a prosciutti e formaggi, anche e soprattutto vino ed alcolici, pasta ed olio, mai toccati comunque dalle sanzioni russe. Nonostante gli embarghi, comunque, le esportazioni italiane nel settore alimentare in Russia, negli ultimi due anni, sono cresciute: del 19 per cento nei primi sei mesi del 2018 ed addirittura del 24 per cento nel 2017, fino a sfiorare un valore di 800 milioni di euro. Parliamo comunque di un Paese, la Russia, che seppur interessante per il Made in Italy, rappresenta appena il due per cento del totale delle vendite delle aziende alimentari italiane nel mondo. Secondo i dati Istat, l’export italiano del settore alimentare va comunque a gonfie vele ed ha toccato, nel 2017, la cifra record di 41 miliardi di euro, due terzi dei quali realizzati in Europa, con alla testa le esportazioni in Germania per 7 miliardi di euro e in Francia per 4.5 miliardi, seguiti da Stati Uniti e Gran Bretagna, rispettivamente con 4 e 3.5 miliardi di euro.

Oltre alle sanzioni ad alcuni prodotti alimentari, il Governo russo ha introdotti ulteriori limitazioni, ma quasi esclusivamente connesse a gare ed appalti della pubblica amministrazione relativi ad acquisti di alcuni prodotto come calzature, abbigliamento o prodotti elettronici, quando, comunque, siano presenti sul mercato degli analoghi russi disponibili. Il punto è che, spesso, gli analoghi russi disponibili non vi sono. La Russia è infatti un Paese con una struttura industriale poco diversificata, incentrata su produzione ed esportazione di risorse naturali, tecnologicamente obsoleta, obbligata a comprare tecnologia europea per evolversi. Qualsiasi diversificazione o tentativo di ammodernamento passa, quindi, dall’Europa, in grado di fornire macchinari ed impianti non disponibili in Russia.  

Quindi, appurato che le sanzioni che colpiscono l’export di prodotti alimentari non sono quelle europee, ma quelle russe, analizziamo invece le sanzioni europee, quelle cioè davvero comminate dall’Unione nel 2014.
Tali sanzioni impongono per lo più il divieto di esportazione e di importazione di armi e l’esportazione di beni a duplice uso, limitano l’accesso ai mercati dei capitali ad alcune banche e società russe come il gigante Rosneft o le banche statali VTB e Sberbank e limitano l’esportazione di servizi e tecnologie per progetti legati alla produzione di olio di scisto e nel settore della produzione e prospezione del petrolio in acque profonde e nell’Artico: considerando che al momento e per il prossimo quarto di secolo, la Russia potrà continuare ad estrarre da giacimenti superficiali, parliamo quindi di limitazioni che non incidono sulla capacita attuale della Russia nel settore più strategico, ma solo futura. Evidentemente le sanzioni economiche europee sono di limitato impatto a livello economico, come del resto quelle russe e non tali da stravolgere le relazioni commerciali tra i due blocchi.

Altro punto rilevante, riguarda la diminuzione del volume complessivo degli scambi commerciali ed il nesso evidentemente forzato con le sanzioni.
Negli anni 2015 e 2016 la Russia, è vero, ha importato meno dall’Unione europea e quindi anche dall’Italia, ma se le sanzioni fossero stato il reale ed unico motivo, la Russia avrebbe potuto e per forza di cose dovuto, importare di più dai Paesi non considerati ostili ed invece non è stato così. In quegli anni, infatti, la Russia ha importato meno a livello globale, dall’Europa e dagli Stati Uniti, ma anche dagli storici partner Bielorussia e Kazakistan ed addirittura meno anche da Cina e Turchia, le cui esportazioni nel 2015 sono diminuite rispettivamente del 18 e del 27 per cento. La Russia, quindi, ha importato meno da tutti i Paesi a causa di problemi strutturali: un sistema economico ed industriale fragile e basato quasi esclusivamente su petrolio e gas naturale, colpito dal crollo del prezzo del greggio tra il 2014 e il 2015 e dalla susseguente fortissima svalutazione della moneta locale. Come abbiamo già detto, le sanzioni furono solo l’ultima goccia, l’ultimo elemento di una tempesta quasi perfetta abbattutasi sulla Russia tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015. Del resto la crescita delle importazioni russe nel 2017 dall’Italia e dall’Europa dimostra in maniera inequivocabile il limitato impatto delle sanzioni, comunque ancora tutte in vigore. Con il rublo sufficientemente stabile, infatti, l’Unione europea ha incrementato il volume di esportazioni del 20 percento, mentre l’Italia ha esportato nel 2017 merci per un valore di quasi 9 miliardi di euro, con un incremento complessivo del 25 per cento, che diviene addirittura il 35 per cento nel settore dei macchinari.

In realtà le sanzioni europee, se colpiscono la Russia dal punto di vista dell’immagine e sotto il profilo politico, non creano particolari danni di natura economica, non le creano all’export italiano, nel suo complesso, e non le creano alla Russia. Sono ben diverse e di ben altro tenore le sanzioni che potrebbero creare problemi, da una parte e dall’altra, ma i legami economici tra i due schieramenti sono troppo fitti e le dipendenze troppo marcate per poterle attuare. Le sanzioni sono di natura politica e rimarranno di natura politica, perché fanno più rumore, ma le conseguenze economiche rimangono limitate.

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