mercoledì, Agosto 5

La verità sugli ordigni della Corea del Nord

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L’Indro‘ ha riportato tempestivamente quanto accaduto nei giorni scorsi nella Corea del Nord, la Repubblica Popolare Democratica guidata da Kim Jong-Un, il quale l’8 gennaio ha compiuto il suo 33° compleanno e probabilmente ha ritenuto di celebrare nel modo più esaltante un giorno così importante per l’intera umanità, facendo deflagrare un ordigno nucleare (la bomba all’idrogeno, la bomba H) nelle gallerie segrete di Punggye-ri, dove si trova uno dei siti più micidiali del regime. La comunità internazionale e gli esperti si stanno domandando se davvero l’esperimento realizzato nella provincia nordorientale di North Hamgyong sia stato un test con bomba all’idrogeno o solo una grande mossa propagandistica per rivendicare la propria visibilità anche al mondo lontano.

«La bomba all’idrogeno della Corea del Nord? Tutte puttanate. I nordcoreani non vogliono assolutamente buttare la bomba su qualche altra Nazione, ma vogliono difendere il loro Paese». Così si è espresso il senatore di Forza Italia, Antonio Razzi ai microfoni de ‘La Zanzara‘ di ‘Radio24‘, aggiungendo che «Kim Jong-Un è una bravissima persona, fossero tutti come lui».

Più preoccupata, l’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea Federica Mogherini, che finalmente ha fatto sentire la sua opinione in una nota secondo cui l’evento rivendicato dalla Corea del Nord rappresenta «una grave violazione» degli obblighi internazionali, ricordando che in numerose risoluzioni dell’Onu è stato vietato alla Corea del Nord di produrre o sperimentare armi nucleari. Secondo il capo della diplomazia europea, il test è anche «una minaccia alla pace e alla sicurezza dell’intera regione dell’Asia nord orientale» e ha richiamato la Repubblica Popolare Democratica a «re-impegnarsi in un dialogo credibile e significativo con la comunità internazionale, in particolare nella cornice dei colloqui a sei» (con Corea del Sud, Usa, Cina, Russia e Giappone). Ha avuto ragione il Premier Matteo Renzi quando a inizio d’anno ha affermato: «Bisogna smetterla di pensare a un’Italia sempre con il cappello in mano» e con le asserzioni della Mogherini siamo certi che il leader supremo della Repubblica Popolare Democratica, Segretario del Partito del Lavoro, Presidente della Commissione di Difesa Nazionale, Presidente della Commissione militare centrale e Comandante Supremo dell’Armata Popolare Coreana starà più attento nelle sue prove di forza anche se l’ultima dichiarazione del nostro capo del governo in materia europea è stata: «L’Italia non batte i pugni sul tavolo in Europa ma chiede rispetto e regole uguali per tutti».

Bene. Se c’è una cosa di cui dobbiamo essere realmente soddisfatti in questo mélange di dichiarazioni è che nessuno, questa volta, è sicuro di quanto sia avvenuto il 6 gennaio scorso in Corea, se non che una forte scossa sismica ha causato quel terremoto che molti si aspetterebbero più in ambito politico che geologico. E questa cautela ci deve dare un po’ di serenità per quanto accadrà, perché con i passati titolari della Casa Bianca l’informazione geopolitica è stata usata peggio di uno spot pubblicitario del detersivo che lava più bianco del bianco. Infatti, prendendo a prestito il motto di Charles P. Scott, direttore del ‘Manchester Guardian‘, che nel lontano 1926 scrisse «i fatti sono sacri ma l’opinione è libera», noi tutti dovremmo ricordare quanti falsi sono stati costruiti a tavolino per scatenare l’opinione pubblica verso una volontà di rivolta non suffragata dalla realtà. E parliamo ovviamente di testate assai blasonate quali ‘USA Today‘, l’importante quotidiano americano che attraverso il suo celebre collaboratore Jack Kelley si inventava guerre in tutto il mondo, fino a finire alle ben più amare ‘balle seriali’, come le ha definite Ignacio Ramonet in un suo saggio, che hanno raccontato di improponibili armi di distruzione di massa conservate negli arsenali di Saddam Hussein riportate per prime da ‘Fox News‘ ma anche dal ‘Washington Post‘ e dal ‘New York Times‘ e poi fatte proprie poco opportunamente dall’Esecutivo britannico di Tony Blair. E anche da altre democrazie confinanti.

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