venerdì, Novembre 27

La UE e un bilancio che sa di futuro Il Consiglio e il Parlamento hanno raggiunto l’accordo sul bilancio per proseguire nella costruzione dell’Europa come centro reale ed effettivo di coesione transnazionale, strumento per superare i nazionalismi

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Un passo avanti non indifferente è stato compiuto il 10 Novembre a Bruxelles sul futuro della UE. Dopo lunghe e tese discussioni (ricorderete forse che ne ho parlato) il Consiglio europeo, o meglio la Presidenza, e cioè la signora Angela Merkel, e il Parlamento europeo (PE) hanno raggiunto un accordo sul prossimo bilancio europeo. L’accordo era ed è fondamentale, perché in sua assenza il bilancio non può essere approvato e quindi anche tutto il ‘pacchetto’ di misure che include il fondo di rinascita, resta bloccato.
Non credo che sia molto importante, né utile, entrare nel merito dell’accordo, in sé molto tecnico e complicato. La cosa importante è che viene approvata, sia pure un po’ ridotta, la richiesta determinante del Parlamento, di mantenere una quota di finanziamento adeguata per le attività di natura culturale, e cioè per le attività che servono nei fatti, e sono molto servite, a creare quello spirito europeo che, al di là delle varie propagande, è un fatto evidente tra i giovani oggi, che non si riconoscono più gran che nei confini nazionali, anzi, che spesso nemmeno capiscono quei confini, del resto del tutto casuali.
Era diventato un punto dirimente, perché era il modo, per il Parlamento Europeo, di insistere sulla necessità di costruire ancora l’Europa come centro reale ed effettivo di coesione transnazionale. Insomma, come strumento per superare i nazionalismi, sui quali da tempo soffiano i vari sovranismi.
L’altro punto che mi sembra importante, o almeno interessante, è il mantenimento della affermazione dello sviluppo delle cosiddetterisorse propriedella UE.
Le risorse proprie sono l’unico strumento reale in mano alla UE come istituzione per aumentare la propria autonomia dagli Stati membri, e quindi per procedere, sia pure molto lentamente come è stato fino ad oggi, sulla via di una unione vera. Unione che, temo, forse vedranno i nostri figli e forse nemmeno.

Unione vera significherebbe non solo e non tanto il superamento dei nazionalismi e egli egoismi e unilateralismi dei vari Stati che costituiscono la vecchia (a suo tempo grande) Europa, quanto lacostruzionedi una cosa del tutto nuova, che col passato avrà in comune solo il nome e la cosa più importante di tutte, la cultura, che è l’unica cosa realmente comune che definisce l’Europa e che, anzi, la allarga anche oltre i suoi attuali confini.
Quei confini che una politica intelligente e colta avrebbe potuto aprire la porta alla Turchia e invece gliela ha sbattuta in faccia, inducendola a quella svolta retrograda e violenta dalla quale non sarà facile tornare. Un gravissimo errore, che ha creato solo instabilità ai confini meridionali, e ha permesso ad un cinico e violento personaggio di un bizantinismo incredibile e di una brutalità da impalatore, di battere un finto colpo di Stato, al solo scopo di mettere lo Stato tutto nelle sue mani, di cancellare la magistratura come potere indipendente, e perfino di distruggere l’indipendenza e la funzione di guida delle forze armate, che, nella costruzione di Atatürk, dovevano essere le custodi della democrazia e, specialmente, della eguaglianza tra i sessi. La moglie di Recep Tayyip Erdogan, spesso in pubblico indossa il velo; i curdi sono massacrati e discriminati; il terrorismo è alimentato dal Governo e, come se non bastasse, grazie al clamoroso errore della signora Merkel, la Turchia dispone di una bomba innescata che può fare esplodere in Europa quando vuole: una massa di fuggiaschi migranti per lo più siriani, che anche volendo non possono rientrare in patria, non solo perché non troverebbero nemmeno più le loro case in piedi, ma specialmente perché è la stessa Turchia che ha interesse a tenerli lì. Ci sarebbe l’economia che scricchiola forte in Turchia, ma la furba Europa le lascia il petrolio dell’Egeo a spartirselo con Israele e la Libia (sic!) mentre l’Europa sta a guardare.

Ciò posto, l’Europa dispone di una potente arma per una maggiore coesione: la cultura comune. Che in un continente dove la pace non è mai esistita dalla fine dell’impero romano al 1946, da quest’ultima data si goda di un periodo ininterrotto di pace e, alla fine, di inattesa e insperata prosperità, è la prova che uniti si è forti, individualmente si fa ridere.
Contro questo disegno, non a caso ‘nato’ nelle prigioni italiane del fascismo (non riesco mai a capire come possa esservi gente che ancora oggi, dopo quello che è accaduto in passato, possa desiderare il fascismo! Ma certo è un mio limite) e nella Francia occupata dai tedeschi, cioè contro questo disegno di pace e coesione, nonostanti sia lo chauvinismo francese che il revanscismo tedesco, si sono scatenate le forze sovraniste fondate sull’oscurantismo dei confini nazionali rivendicati come sacri, dimenticando che quei confini sono solo il frutto momentaneo di assestamenti post-bellici delle varie guerre combattute in Europa. Nonostante tutto ciò, il PE ha sempre conservato forte lo spirito unitario e, specialmente, uno spirito di identità europea, intesa come identitàaltrarispetto ai singoli Stati e alle singole Nazioni.

Con un colpo di reni, tanto inatteso quanto insperato, proprio i governi più forti di Europa, proprio quelli che si contendevano la supremazia in Europa (e cioè quelli che stavano riproducendo le condizioni che a suo tempo hanno generato guerre selvagge), hanno compreso che si andava di nuovo verso la polverizzazione dell’Europa, che ha sempre voluto solo dire guerra, miseria e morte. E, superando ostacoli notevoli, se solo si pensa all’ottusità della Banca centrale tedesca e del suo miope governatore o alla arroganza della Corte Costituzionale tedesca (e sorvolo per carità di Patria su quella italiana), hanno proposto un piano di rinascita dell’Europa e in particolare dei suoi Paesi più massacrati dalla crisi, che, con tutti i limiti e le carte nascoste ecc., è un progetto di unione vera. Il cui grande limite, però, è che è fatto e negoziato dai governi, non dai popoli. A ciò, ecco il punto, si è opposto il PE, superando le stolide opposizioni di leghisti e stellini e lepenisti vari, per non soloaccettareil piano di rinascita, ma per proporre in esso un elemento di unità e di superamento degli Stati più simbolico che concreto, ma che è un seme non marginale.

Ora, vi sarà un altro punto importante: perché ora il PE ha detto di ‘sì’, e quindi sono solo i governi quelli che possono affossare il piano e il progetto effettivo che vi sta dietro. Ci proveranno: non solo i Paesi taccagni (che propri come tutti i taccagni, sono stupidi, nascondono i soldi sotto la mattonella, dove qualcuno glieli sottrae prima o poi), ma anche i Paesi fascistoidi dell’est europeo, forse col sostegno della Russia, sempre che, come scrivevo l’altro giorno, dagli USA non venga un segnale di cessate il fuoco della guerra fredda, perché allora la Russia non avrebbe più lo stesso interesse che ha oggi nell’impedire l’Unione Europea, che per di più potrebbe avere a fianco la forza non più ostile degli USA.
Progetto effettivo, dicevo, perché il fatto che dietro quel progetto vi sia la realtà di spinte nazionali fortissime alla prevaricazione è tanto evidente che è inutile sottolinearlo. Che la Germania punti su quel piano (che secondo me nemmeno Weidemann, il capo della Banca centrale, ha capito) per affermare la propria indiscutibile forza economica in Europa è evidente. Così come è altrettanto evidente che analoghe sono le speranze di una Francia, però, in ginocchio.
Ma il fatto del progetto, che è un progetto unitario e super nazionale, che cioè supera gli Stati come entità singole e non si sovrappone agli Stati come dicono quelli che parlano di Europa sovranazionale (un assurdo, anche solo semantico), quel fatto resta.

E qui viene, pardon verrebbe, il ruolo dell’Italia se avesse un governo. Perché l’Italia non ha alcun vantaggio da una prevalenza dell’economia tedesca, né alcun vantaggio da una prevalenza politico economica francese. Ma ha due strade davanti. Una, è quella di svendere il Paese, trasformandolo nel sogno (o incubo) ricolfiano del Paese dei mantenuti; l’altra è quella di porsi come interlocutore tra -ripeto tra- i due, come interlocutore, cioè, costruttivo, forte di cultura (che c’è, è innegabile, benché nascosta e quasi vergognosa di sé stessa), ma anche di capacità imprenditoriale, di fantasia e di capacità tecnica.
La prima strada, temo, è quella presa da questo governicchio imbelle e incapace, privo di fantasia e di coraggio, privo, ahimè, di onore, di voglia di fare valere la propria identità, la propria capacità, voglioso solo di potere e di apparenza … e di sottogoverno ovviamente -vero Giggino, Renzino, ecc.?
La seconda è quella del coraggio, del sacrificio magari, ma della iniziativa, del rischio, del combattimento, dello studio duro e puro, della lealtà e della durezza (perché per perseguirla occorrerebbe combattere e duramente) e degli investimenti veri di un ceto imprenditoriale, ahimè, di padroncini delle ferriere con i soldi alle Cayman, ma richiede un governo, richiede Churchill.
Vi sembrerà strano, ma è così: il gioco lo abbiamo in mano noi, noi cittadini, se riusciamo a fare sentire a quel governicchio che non lo vogliamo più e lo facciamo sentire fin su al Quirinale. Possiamo farlo, potremmo farlo, ma certo non litigando sulle mascherine!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.