venerdì, Febbraio 26

La Turchia rivede la sua alleanza con l’Occidente? Giri di walzer di Ankara nelle relazioni internazionali. Ne parliamo con Valeria Talbot dell’ISPI

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Dalla fine della seconda guerra mondiale, durante la quale è rimasta neutrale, la Turchia si è schierata con gli Stati Uniti nella competizione della Guerra Fredda. I turchi, infatti, vennero aiutati dagli americani con ingenti capitali per investimenti infrastrutturali e di difesa. Questo era il dispositivo della Dottrina del Presidente americano Harry Truman, che in un discorso al congresso nel ’47 teorizzò la necessità di assistere la Grecia e la Turchia in termini economici e militari per impedire che, tramite infiltrazioni militanti comuniste, diventassero Paesi filo-sovietici.

Nel 1952 il Paese è poi entrato a pieno titolo nella NATO (North Atlantic Treaty Organisation), l’accordo militare difensivo dei Paesi del Nord Atlantico capitanato dagli Stati Uniti, creato in opposizione alla minaccia di invasione dell’URSS. Successivamente a questa scelta gli Stati Uniti hanno allocato numerose testate nucleari in Turchia, impiegando il territorio di quest’ultima come avamposto di un eventuale attacco contro l’Unione Sovietica.

Dagli anni settanta, inoltre, la Turchia si è impegnata a condividere i principi fondativi dell’Unione Europea e dal 2003 ha posto in essere importanti riforme per chiedere l’adesione ai trattati. Da quegli anni i negoziati hanno subìto diversi rinvii a causa delle resistenze di alcuni Stati.  La Turchia viene da una lunga storia di laicizzazione dello Stato. Fu Mustafa Kemal Ataturk, fondatore della Repubblica Turca nel 1923, ad avviare la cosiddetta ‘turchizzazione’ di questa regione, che passò da monarchica a repubblicana, da pluriculturale a monoculturale e mono-linguistica. Le istituzioni del Paese divennero così laiche e non più teocratiche come era durante l’Impero Ottomano. La Turchia cominciò così a somigliare sempre di più ad un qualsiasi Paese occidentale.

Nonostante la laicizzazione e democratizzazione, il Paese ha vissuto diverse occasioni di instabilità politica. La più recente ha visto il tentativo di golpe da una parte delle forze armate nel luglio del 2016. Il Presidente in carica Recep Tayyip Erdoğan ha sventato il golpe ed ha posto notevoli restrizioni democratiche, accusando il suo oppositore politico Fethullah Gulen, esule negli Stati Uniti, di essere il mandante di questo attacco al potere.

Dal tentato golpe in avanti la Turchia ha dimostrato un evidente allontanamento dal mondo occidentale, soprattutto nel caso della Guerra in Siria, costruendo invece proficue relazioni con la Russia e l’Iran. I rapporti con questi due Paesi erano burrascosi fino a poco tempo prima, si ricorda ad esempio l’incidente militare dell’abbattimento dell’aereo russo SU-24 da parte della Turchia nel novembre del 2015.

La Russia necessita di un importante alleato come la Turchia per poter avere facile accesso al Mediterraneo, sia in termini commerciali che militari. Inoltre i più recenti talks avviati tra Mosca, Turchia e Iran, sono un ottimo strumento diplomatico per tentare la risoluzione della questione siriana. Nello scorso ottobre infatti Erdoğan ha incontrato il Presidente iraniano Hassan Rohani e l’Ayatollah Sayyid Ali Hosseini Khamenei, guida spirituale suprema della Repubblica Islamica dell’Iran.

Dopo il tentato golpe e la ritorsione di Erdoğan, più voci all’interno dell’Unione Europea hanno criticato la possibile adesione della Turchia ai Trattati. L’avvicinamento alla Russia e all’Iran potrebbe in futuro allontanare definitivamente il Paese anche dalla Nato, per entrare a tutti gli effetti in una nuova ed opposta coalizione regionale. Lo dimostra ad esempio il già citato comportamento turco rispetto alla Guerra in Siria. In un primo momento la Turchia si era posta in contrapposizione alla permanenza di Bashar-al-Assad, spingendo per la sua destituzione, mentre  poi, di fatto, ha cambiato la sua posizione trovandosi a sostenerlo, e combattendo la stessa guerra di Russia ed Iran.

Gli ultimi avvenimenti confermano questa ipotesi. Proprio ieri il Presidente russo Vladimir Putin è volato ad Ankara per incontrare Erdoğan in un incontro bilaterale che ha affrontato come prima tematica la decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come Capitale di Israele. L’incontro ha poi affrontato la questione siriana e le collaborazioni tra i due Paesi per il mantenimento della sicurezza nella regione.

Abbiamo chiesto a Valeria Talbot, analista dell’ISPI, Co-Head della ricerca sul Medio Oriente a Nord Africa (MENA), di spiegarci meglio cosa stia accadendo.

 

La Turchia si sta davvero allontanando dall’alleanza atlantica?

Risposta non semplice, è un periodo complesso nelle relazioni tra la Turchia e l’Occidente. Bisogna tuttavia distinguere tra il rapporto con gli Stati Uniti da un lato e con l’Unione Europea dall’altro. La Turchia è sempre stato un importante Paese utile alla cooperazione in un’ area cruciale come il Medio Oriente. Ci sono state tuttavia delle divergenze, più che con la NATO, direttamente con gli Stati Uniti, a causa della crisi siriana. Gli Stati Uniti in questi territori hanno appoggiato finanziariamente e con sostegno militare le minoranze curde, sono stati uno dei boots on the ground  nella lotta allo Stato Islamico. I curdi sono, invece, osteggiati dalla Turchia, perché i curdi siriani hanno forti legami con il PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan), organizzazione di tipo terroristico sul territorio turco. Dal luglio del 2015 si è interrotta la tregua tra lo Stato turco e i miliziani del PKK e si è aperto uno scontro armato ferocissimo, soprattutto nelle regioni dell’Anatolia meridionale, che sono diventate un vero e proprio teatro di guerra. Qui si sono svolti anche diversi attentati di matrice curda. Il timore della Turchia è pertanto che si rafforzi la componente curda al suo interno facendo leva dalla vicina Siria e che, nello stesso teatro siriano, si crei una forte autonomia curda nel nord del Paese. Questo è il nodo che rende difficili le relazioni con gli Stati Uniti.

C’è un avvicinamento alla Russia?

Ci sono state delle tensioni con l’abbattimento del jet Su-24 russo nel 2016 e, ad onor del vero, l’intervento russo in Siria ha sparigliato le carte in mano ad Ankara, la quale oltre al contenimento dei curdi aveva lo specifico obiettivo di ottenere un rovesciamento di Bashar-al-Assad. A poco a poco la Turchia ha gradualmente messo da parte questo obiettivo per convergere su posizioni russe dopo che, con il Golpe del 2016, c’è stato un riavvicinamento tra la leadership di Ankara e quella di Mosca. Bisogna anche ricordare che Turchia e Russia hanno importanti interessi in comune, economici e soprattutto energetici. La Turchia è uno dei principali acquirenti del gas russo e Mosca rappresenta il principale fornitore di idrocardburi per Ankara. Le relazioni energetiche non sono state colpite dall’embargo russo in seguito all’abbattimento dell’Su-24, ne hanno però risentito le relazioni economiche.

Vi è poi anche un altro aspetto importante, la Russia è il principale attore nel conflitto siriano. Dato che ad oggi sembra essere il Paese più influente sugli sviluppi futuri della Siria, alla Turchia conviene rimanerle vicino piuttosto che alienarsi ad altre realtà.

L’avvio delle conferenze di Astana sulla Siria all’inizio del 2017, ha visto protagonisti Russia, Iran e Turchia in una funzione condivisa di risoluzione del conflitto. È importante aver presente che ognuno dei tre guarda ai propri interessi. La Turchia cerca di salvaguardare la propria posizione e la propria integrità territoriale. Vuole mantenere i suoi interessi e le sue posizioni nel futuro assetto della Siria, nonché contenere la minaccia curda. È una convergenza di convenienza, tattica.

Vero è che le recenti delusioni avute dalla Turchia nel processo negoziale con l’UE, con le accuse di non democraticità e le critiche alla gestione del periodo post-golpe, hanno portato Ankara ad allontanarsi dall’Unione. Inoltre Erdogan ha dimostrato la volontà di aderire alla Shangai Cooperation Organisation (Organizzazione di sicurezza con Russia, Cina e altre repubbliche ex sovietiche dell’asia centrale)

E’ una scelta improvvisa? Cosa ci guadagna la Turchia?

La Turchia già da diversi anni sta diversificando le sue relazioni esterne, non guardando solo ed esclusivamente ad Occidente. C’è da considerare tra i motivi di dissidio la questione di Fetullah Gulen, oppositore di Erdogan attualmente negli USA, i quali si rifiutano di estradarlo. Secondo il Governo turco è il mandante del golpe del 2016.

Questa diversificazione delle alleanze fa parte di un approccio pragmatico, per portare il Paese verso opportunità economiche ed energetiche. È il caso di rinsaldate relazioni e legami storici con le repubbliche centro asiatiche, o nuove opportunità come nel caso di un inedito rapporto con la Cina.

In tutto questo però l’adesione alla NATO non è mai stata messa in discussione. Per quanto riguarda invece l’adesione all’Unione Europea, questa è stata messa in dubbio, per quanto però il processo sia ancora in piedi. Non c’è stato alcun ritiro da questi accordi né da parte della Turchia né da parte dell’UE.

Gli accordi militari che Erdogan ha stipulato recentemente con la Russia per la difesa missilistica, hanno sì suscitato diversi interrogativi negli alleati occidentali, ma la presenza della Tuchia non è comunque mai stata smessa in discussione nella Nato. Ha giocato e continua a giocare un ruolo fontamentale nelle operazioni antiterrorismo dell’alleanza.

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