mercoledì, Marzo 20

La Turchia parla agli uiguri: proe di imperialismo neo-ottomano Ankara denuncia Pechino per avere violato i diritti umani della minoranza turcofona, solidarietà o interesse geopolitico? Ne parliamo con Ugo Tramballi, senior advisor ISPI

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La Turchia si schiera a favore della minoranza turcofona degli uiguri in Cina. I campi di rieducazione sono definiti dal Ministro degli Esteri, Hami Aksoy, «una grande vergogna per l’umanità».

Le Nazioni Unite e molti Paesi occidentali hanno denunciato da tempo una violazione dei diritti umani degli uiguri da parte del Governo di Pechino. Ora anche la Turchia del Presidente Recep Tayyip Erdogan si aggiunge, in risposta alla notizia della morte del poeta e musicista uiguro, Abdulrahim Heyet. Le autorità cinesi smentiscono la notizia con un video. Ankara ricorda che «anche gli uiguri non detenuti nei campi sono sottoposti a grandi pressioni».

La minoranza uigura, residente nel nord est cinese, è turcofona e musulmana. La Turchia interviene a difesa di questa comunità musulmana offesa. Come nel caso dei turcofoni bulgari o della Tracia occidentale, il legame si regge su religione e lingua comuni. In mezzo tra Ankara e Urumqi, capitale dello Xinjiang uiguro, è ampia la distanza geografica.

Negli ultimi anni, il Presidente Erdogan ha ideato e perseguito un modello di neo-ottomanismo. Erdogan si prefigge di formare una rete diplomatica fitta e solida tra le comunità musulmane, che abitano i territori dell’ex Impero ottomano. Nel suo progetto, Ankara è il nodo principale della rete. Con l’apertura di questo ‘fronte uiguro’, il Presidente Erdogan sembra inaugurare una nuova versione del modello neo-ottomano. Un modello che apre il dialogo alle comunità turcofone e musulmane del mondo, non solo alle popolazioni di quello che fu il ‘Sublime Stato ottomano’.

In questo scenario , il 31 marzo prossimo si voterà per le elezioni comunali in Turchia: il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) di Erdogan soffre nei sondaggi per via di un carovita, dovuto a una costante inflazione. In particolare, si lamenta un costo troppo alto dei principali generi alimentari, che si consumano tradizionalmente in Turchia.

Per avere un quadro più completo e approfondito, abbiamo intervistato Ugo Tramballi, senior advisor ISPI, a lungo corrispondente estero per i principali quotidiani italiani.

 

Per iniziare, Lei come definirebbe dal punto di vista religioso il Presidente Erdogan?

Erdogan è sempre stato ortodosso, ma è anche autore di un uso strumentale della religione. La religione viene sfruttata per conseguire e consolidare il potere. Erdogan è un ‘uomo pio’, da sempre molto religioso. Il suo partito, non a caso, è l’AKP, che fa riferimento ai ‘Fratelli Musulmani’, organizzazione islamista internazionale di tipo politico, da molti considerata un’organizzazione terroristica. Sicuramente, non da Turchia e Qatar. Nella politica interna sfrutta maggiormente la religione, mentre nella dimensione internazionale e ‘panottomana’ il discorso geopolitico prevale su quello religioso. Erdogan non muove guerra per motivi religiosi, bensì per questioni prettamente geopolitiche.

Da tempo la Turchia si muove con la diplomazia, il commercio e l’appoggio militare nei territori dell’ex Impero Ottomano. La strategia neo ottomana di Erdogan unisce il mondo musulmano?

Erdogan tenta di creare un sistema neo-ottomano in una realtà molto frammentata e completamente diversa rispetto a quella in cui l’Impero ottomano operò. Innanzitutto, è divisa tra sciiti e sunniti. Gli sciiti sono molto coesi, mentre i sunniti si dividono in tre grandi ‘tronconi’: l’aria che fa capo all’Arabia Saudita, quella ortodossa dei ‘Fratelli musulmani’, e quella estrema e violenta di Al Qaida e dell’ISIS. Erdogan rappresenta il secondo ‘troncone’. Infatti, le sue amicizie e alleanze sono con quei Paesi governati dai ‘Fratelli Musulmani’ o in quelli in cui è forte la loro presenza. Peraltro, il mondo arabo non ha una buona memoria dell’epoca ottomana. Questo vale per le lontane Algeri e Tunisi, come per quello che fu il nucleo centrale, la mainland dell’Impero ottomano. Nessun Paese, che in questi decenni ha conquistato l’indipendenza dal colonialismo europeo, vuole restaurare l’epoca pre-coloniale. Nessuno sostiene il modello neo-ottomano di Erdogan. La sua visita all’allora Presidente egiziano, Mohamed Morsi, fu un fallimento. La Presidenza e le persone gremite in piazza Tahrir (Cairo) rifiutarono l’egida turca in una forma ottomana, a parer mio, completamente superata dalla storia.

Questa area geopolitica di cui discutiamo, può essere definita a guida turca?

Erdogan ha scommesso molto inizialmente sul suo modello neo-ottomano, molto simile allo ‘zarismo’ di Vladimir Putin. La Turchia investe in questa direzione, ma non ha capacità e credibilità equiparabili a quelle di cento anni fa. Questo modello non ha ‘interlocutori’. Nonostante ciò, Erdogan continua a coltivare questo modello, soprattutto dopo il colpo di Stato del 2016 (sul quale si hanno ancora dubbi circa la sua autenticità).

La Turchia può fungere da ponte tra il Nord Africa e il Medio Oriente?

Nei primi anni del governo Erdogan, la Turchia è stata un ponte tra Nord Africa e Medio Oriente, ma anche tra Occidente ed Oriente. Quando Erdogan è salito al potere ha dato un forte impulso all’economia e ha aperto le discussioni per diventare Stato Membro dell’Unione Europea. In quel periodo, la Turchia è stata effettivamente un ponte tra Europa e Asia, tra Iran e mondo sunnita. Ma, nel corso degli anni, Erdogan ha cambiato il modello. La Turchia è diventata un Paese religiosamente ortodosso, in contrasto con la sua storica laicità kemalista. Erdogan ha ostacolato l’espansione economica recentemente, in risposta al caos geopolitico provocato dalle Primavere arabe, dai vari colpi di Stato e dal terrorismo. La Turchia si è data il ruolo di colmare i grandi vuoti di potere nella regione, come d’altronde farebbe qualsiasi altra potenza regionale. Ma, nella sostanza, il tentativo di Erdogan ha fallito. Non è un caso che nel Centenario degli Accordi di Sykes-Picot (firmati nel 1916), le critiche arrivarono dai curdi, dall’ISIS e dalla Turchia. Le frontiere nel Medio Oriente di quell’accordo sono solide tutt’oggi, sono uno dei pochi elementi di stabilità in quella regione. Non è un caso che Erdogan abbia sostenuto la modifica di quelle frontiere, con in testa la presunzione di riempire quel vuoto geopolitico.

Recentemente, Ankara ha definito «vergogna dell’umanità» la ‘ri-educazione’ degli uiguri da parte del governo cinese. Erdogan pensa ai loro diritti umani o ai sondaggi per il voto del prossimo 31 marzo?

In vista delle elezioni, Erdogan cerca di sfamare il nazionalismo della popolazione. Questa denuncia sarà un vantaggio nei comizi elettorali, senza però avere risvolti sistemici nelle relazioni internazionali della Turchia. Inoltre, va ricordato che Erdogan ha già manovrato il consenso direttamente alle urne… Questa presa di posizione è opportunistica, in funzione della sua ambizione di rappresentare un Islam moderno. I campi di rieducazione nello Xinjiang esistono da tempo. Poi, sentendosi leader di una grande potenza, cerca di entrare nel gioco delle superpotenze. Questa conflittualità con la Cina risponde alla mira turca di allargare la sua sfera di influenza verso Est. Erdogan cerca nuove aree geopolitiche ed economiche ‘naturali’: questo tipo neo-ottomanismo, basato sulle popolazioni turcofone, è stato negato per molto tempo dall’interposizione sovietica. Tra queste regioni, molte sono ricche di gas e petrolio: Erdogan guarda con interesse ad Oriente.

Con questo scontro sugli uiguri, la Turchia ammonisce la Cina? Le parole di Erdogan avranno conseguenze tangibili nei rapporti tra le due Nazioni?

Questa denuncia cela un realismo politico, che molto probabilmente verrà colto da Pechino. A meno che Erdogan non mandi armi e munizioni in Xinjiang, non credo ci saranno conseguenze diplomatiche. La stessa Unione Europea e gli Stati Uniti non hanno subito ritorsioni da parte della Cina dopo le loro denunce. Credo sia più rilevante il ‘gioco’ economico-commerciale. Sicuramente, ci sarà la risposta contrariata della Cina, ma nulla di sistemico. E, comunque, il paradosso turco è evidente: un Paese che nel 2018 imprigiona 122 giornalisti è il primo persecutore di oppositori.

Con questo scontro di immagine, Erdogan cerca di avvicinarsi agli Stati Uniti?

Non saranno certamente gli uiguri l’elemento di riavvicinamento tra la Turchia e il mondo occidentale. Per essere brutalmente realista, il governo americano è di gran lunga più interessato ed attivo nella battaglia commerciale con la Cina. Gli americani hanno denunciato all’ONU il caso uiguro, ma non hanno mai promosso sanzioni ai cinesi. Le distanze tra Turchia e Stati Uniti sono molto più che ideologiche, non bastano queste parole per riavvicinare le due sfere.

Il distacco che si è venuto a creare tra Unione Europea e Turchia, invece, si può sanare?

Anche l’Unione Europea sta cambiando, aspettiamo le elezioni europee. Magari la Commissione europea non sarà in completa rottura con quella uscente, ma il Parlamento europeo dovrà fare i conti con una maggiore presenza di forze sovraniste e, soprattutto, anti-islamiche. Un Paese islamico come quello turco potrebbe essere visto ancora più distante di quanto non lo sia adesso. Il divario si allarga da entrambe le parti. Credo che i turchi non abbiano neanche più l’interesse di entrare a far parte dell’Unione Europea. Alla Turchia in espansione economica conveniva entrare nell’Unione Europea. Questo significava avere un mercato aperto e solido di quasi mezzo miliardi di persone, caratterizzato da consumatori con redditi alti. Inoltre, anelava ad un meccanismo politico ‘glorioso’, che ora ha perso la sua ‘reputazione’. La Turchia, in questo momento, ha ben altre preoccupazioni, soprattutto per quanto riguarda il caso curdo.

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