martedì, Novembre 12

La Turchia e quegli S-400 russi che innervosiscono USA e NATO Ankara riceve il primo lotto del sistema di difesa venduto da Mosca. Washington è già sul piede di guerra

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E’ iniziata questa mattina, con alcuni mesi di anticipo,  la consegna del primo lotto del sistema di difesa missilistico antiaereo russo S-400 alla Turchia, storico membro della NATO. A renderlo noto in un tweet il Ministero della Difesa turco: «I primi equipaggiamenti del sistema di difesa missilistica S-400, acquistati per soddisfare le esigenze di difesa aerea e missilistica della Turchia, hanno iniziato ad arrivare alla base aerea di Murted Hava (nota fino a poco tempo fa come Akinci)», nei pressi della città di Kahramankazan, 35 km a nord ovest della capitale turca, a bordo di tre aerei An-124. «Tutto si sta svolgendo nel pieno rispetto degli accordi e dei contratti firmati, tutti gli obblighi vengono rispettati» ha confermato il Servizio federale per la collaborazione tecnica-militare della Russia. Fonti turche avevano anticipato che la prima consegna avrebbe riguardato nove lanciatori di trasporto, un radar di sorveglianza a lungo raggio, sistemi radar per l’acquisizione e l’ingaggio di bersagli, un’unità di comando e controllo e un ulteriore sistema radar di controllo del fuoco. 

Un altro aereo russo sarebbe in procinto di volare in Turchia con un secondo lotto di equipaggiamento nei prossimi giorni e, secondo l’agenzia di stato russa TASS, una terza consegna, che trasporterà «120 missili antiaerei di vario tipo», dovrebbe aver luogo «alla fine dell’estate, via mare». La stessa agenzia ha annunciato che gli operatori turchi per l’S-400 si recheranno in Russia per l’addestramento tra luglio e agosto, ma già una ventina di militari turchi sono stati addestrati in un centro russo tra maggio e giugno. A detta del Presidente delle industrie della difesa (Ssb) di Ankara, il sistema «una volta che sarà completamente pronto, sarà operativo in una maniera definita della autorità competenti» che decideranno «come verrà utilizzato» mentre, per i quotidiani locali, la piena operatività sarebbe attesa non prima di ottobre.

A nulla è servito il bilaterale al G20 di Osaka tra il Presidente americano Donald Trump e l’omologo turco Recep Tayyip Erdogan e la ben poco velata minaccia da parte del Dipartimento di Stato USA, per bocca del suo portavoce Morgan Ortagus, circa «le conseguenze reali e nefaste se accetta gli S-400», leggasi sanzioni economiche, così come inutile si è rivelato l’ultimatum di Washington ad Ankara alla quale era stato concesso fino al 31 luglio per scegliere tra il sistema difensivo di Mosca e i caccia americani F35 – di cui la Turchia vorrebbe comprare cento esemplari – ma dal cui programma di sviluppo, al quale partecipa insieme ad altri undici Paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Australia, Danimarca, Canada), pur non avendo ancora ricevuto neanche un velivolo (ne possiede quattro che però rimangono in USA) così come Canada e Danimarca, potrebbe essere esclusa per rappresaglia. Durante una visita al quartier generale della NATO in Belgio il 26 giugno scorso, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mark Esper aveva detto personalmente all’omologo turco Hulusi Akar: «Se la Turchia accetta la consegna dell’S-400, non riceveranno l’F-35. È così semplice».  D’altra parte, ha evidenziato il Generale Mark Milley, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito degli Stati Uniti, non sarebbe possibile fare altrimenti visto che il sistema S-400 si configura come «un sistema russo costruito per abbattere aeromobili come l’F-35». 

Intanto, però, gli Stati Uniti l’hanno già espulsa dal programma di addestramento dei piloti turchi, 26 presso la Luke Air Force Base, in Arizona, per i velivoli militari F-35, nonostante Ankara avesse già corrisposto la somma dovuta di circa un miliardo. «Il Dipartimento è consapevole che i piloti turchi di Luke AFB non stanno volando: senza un cambiamento nella politica turca, continueremo a lavorare a stretto contatto con il nostro alleato turco per terminare la loro partecipazione al programma», ha sottolineato il tenente colonnello Mike Andrews, portavoce del dipartimento della Difesa.

Fermo restando che spetta agli «alleati decidere quale equipaggiamento militare comprare», «siamo preoccupati per le potenziali conseguenze della decisione della Turchia di acquisire il sistema S-400» ha fatto sapere l’Alleanza Atlantica che non ha mai nascosto, sebbene con gradazioni crescenti, le sue perplessità riguardo tale acquisto. Gli stessi dubbi li nutre il Pentagono che sostiene l’incompatibilità degli S-400 sul suolo turco con gli altri sistemi d’arma NATO, la cui interoperabilità, questione nevralgica per la tenuta dell’Alleanza, verrebbe irrimediabilmente compromessa, e che teme che la Russia possa sfruttare tale vendita come cavallo di Troia per ottenere, in modo consapevole o no, informazioni cruciali sulla vulnerabilità degli F-35

Ad alimentare i sospetti, il trattamento di favore che Mosca ha riservato ad Ankara, come ha spiegato il Presidente turco, durante l’incontro con la stampa di ritorno dal vertice della Conferenza sulle misure di interazione e rafforzamento della fiducia in Asia (Cica), tenutosi a Dushanbe in Tagikistan: «Abbiamo posto la firma, realizzeremo ciò che abbiamo iniziato. Come parte del prestito, la Russia ci ha dato vari benefici e concesso un prestito con tassi di interesse che non esistono sul mercato internazionale». Il conto, – aveva messo in chiaro l’Amministratore delegato di Rosoboronexport, Alexander Mikheyev – sarà saldato in rubli, di cui un 45% subito da Ankara mentre Mosca garantirà momentaneamente il restante 55%. Tuttavia, per rischiarare le ombre e verificare la compatibilità del sistema con i quelli in uso nella NATO, la Turchia ha proposto l’istituzione di una commissione tecnica, che però, al momento, non ha ancora trovato accoglimento da parte di Washington.

Il Presidente Erdogan ne fa una questione di principio: «Abbiamo fatto un accordo sui S-400 con la Russia, per cui per noi è fuori discussione tirarci indietro» ha dichiarato qualche mese fa, rimarcando l’importanza dell’acquisto per la sicurezza nazionale, questione primaria di sovranità del Paese. «Abbiamo sempre detto che quello degli S-400 era un accordo concluso. Non c’è nessun problema. Il processo da qui in poi continuerà», ha confermato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, rispondendo a una domanda nel corso di una conferenza stampa ad Ankara con il suo omologo svizzero Ignazio Cassis. Una presa di posizione che, senza mezzi, smentisce anche le voci che subdolavano una polemica con il Presidente Erdogan e che, di conseguenza, davano come incerto il destino di Cavusoglu alla guida della diplomazia turca, soprattutto dopo alcune dichiarazioni che avevano paventato la non immediata installazione dei nuovi sistemi di difesa una volta ricevuti, ma che essi sarebbero stati «attivati ​​solo in caso di emergenza».

Il Triumf S-400 (codice NATO SA-21 Growler) è in servizio dal 2007 ed è stato schierato in Siria, nella base di Tartus, ma anche in Crimea nella cornice di A2AD. Si configura come un sistema mobile terra-aria, anti-missile e anti-aereo capace di intercettare qualsiasi velivolo, compresi aerei, droni e missili balistici in un range di 400 chilometri e un’altitudine pari a 30.000 metri. Ha una doppia efficacia rispetto al suo predecessore ed è l’unico sistema in grado di sparare 4 tipologie diverse di missile teleguidato, attraverso operazioni totalmente automatiche. Solitamente armato con missili 48N6, il sistema, qualora i test avessero esito positivo, potrebbe montare anche missili 40N6 e 77N6, capaci di incrementare il raggio d’azione. E’ caratterizzato da un sistema di controllo, diversi radar, fino ad otto batterie a medio e lungo raggio. Gli S-400 potrebbero offrire alla Turchia, in linea con il suo maggiore protagonismo regionale ed internazionale, una più assertiva capacità di difesa nell’Egeo, nel Mediterraneo orientale, particolarmente delicato per la crisi siriana e del gas cipriota (l’Unione Europea sta pensando a delle sanzioni contro le trivellazioni turche considerate ‘illegali’), ma ancora più in generale nell’Anatolia, decisiva agli occhi di Ankara. 

L’accordo con Rosoboronexport del valore di circa 2,5 miliardi di dollari tra la Turchia e la Russia riguardo quattro installazioni di S-400 risale all’aprile 2017 mentre la sua formalizzazione è del dicembre dello stesso anno. La querelle sulla compravendita affonda le proprie radici nel 2008 quando Ankara richiede agli Stati Uniti la possibilità di acquistare delle batterie Patriot, prodotte dalla Raytheon. Una volta ricevuta risposta negativa, nel 2013, il governo turco stringe un’intesa con l’industria cinese Cpmiec per la compravendita del sistema di difesa aereo a lungo raggio HQ-9. Intesa che salta due anni dopo per volere di Erdogan, convinto di poter usare questo cambio d’idea per convincere Barack Obama ad appoggiare le operazioni militari turche in Siria e in Iraq. Vedendosi rispondere picche, Ankara inizia a guardare a Mosca che, ben felice di entrare nella breccia venutasi a creare tra i due alleati,  convince la controparte, soddisfacendo i criteri di qualità e prezzo stabiliti dal potenziale cliente. Inoltre, come ha spiegato due giorni fa il Presidente turco, la Turchia intende iniziare a produrre l’hardware militare da sola. Per questo vuole costruire pezzi del sistema S-400 in collaborazione con la Russia: «Speriamo di passare alla produzione molto presto. Si tratta di un sistema di difesa missilistico cui per mesi ci hanno chiesto di rinunciare, mentre avrebbero dovuto chiederci il perché dell’investimento».

Coincidenza ha voluto che la consegna del sistema di difesa russo sia avvenuto due giorni dopo l’arrivo nella capitale turca e l’insediamento del nuovo ambasciatore americano in Turchia, David M. Satterfield. Certamente il dossier del sistema S-400 rimane scottante e potenzialmente un fattore di forte tensione nelle relazioni tra la Turchia e l’alleato oltreoceano,  entrate in crisi dopo il fallito golpe del 2016, attribuito al movimento Hizmet di Fethullah Gülen, in esilio negli Stati Uniti, ai quali Ankara ha richiesto la sua estradizione. 

Erdogan, però, non vorrebbe bruciarsi la carta del programma F-35. Anzi, qualche giorno fa, sul quotidiano turco ‘Hurriyet’, ha ribadito: «Se si dispone di un cliente e il cliente effettua i pagamenti in maniera precisa come un orologio, come si può non dare quel cliente i loro beni? Il nome di questa cosa sarebbe rapina. La Turchia ha pagato finora 1,4 miliardi di dollari per gli F-35 e quattro jet sono stati consegnati, con piloti turchi diretti negli Stati Uniti per la formazione. Abbiamo stipulato un accordo per l’acquisto di 116 aerei. Non siamo solo un mercato, siamo anche produttori comuni e produciamo alcune parti in Turchia». 

L’espulsione della Turchia dal programma F35, oltre ad impedire l’acquisizione dei circa 100 velivoli, creerebbe diversi problemi alle società e ai produttori turchi di componenti, che sono stati coinvolti nello sviluppo dell’aereo e che vedranno sfumare opportunità commerciali significative: «Danneggerà non solo la capacità di difesa della Turchia, ma potrebbe paralizzare molti dei produttori di componenti turchi che forniscono quel programma», aveva avvertito qualche mese fa il Vicepresidente americano, Mike Pence. Da questo punto di vista, le stime del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti parlano chiaro: più di 900 parti dei caccia, inclusi elementi del carrello di atterraggio e fusoliera centrale, sono prodotte dalle industrie turche e, stando a quanto sostenuto da Ellen Lord, Sottosegretaria alla Difesa per l’Acquisizione e il Contenimento, il Pentagono sta già lavorando attivamente «con Lockheed Martin dal lato degli aerei, con Pratt & Whitney dal lato del motore, per trovare fonti alternative» per le parti prodotte in Turchia. E questo sarebbe un bel guaio per Ankara che, come ha ricordato il Ministro degli Esteri turco Mevlut Çavuşoğlu, ha già investito «1,2 miliardi di dollari e altri 2,3 miliardi di dollari sono in arrivo e abbiamo effettivamente adempiuto tutti i nostri obblighi come uno dei Paesi nel programma». Ma le parole pronunciate oggi dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mark Esper, non sembrano lasciare dubbi: «lasciatemi dire che siamo consapevoli che la Turchia prende in consegna l’S-400» e «la nostra posizione riguardo l’F-35 non è cambiata, e parlerò con il mio omologo turco, il ministro Akar, questo pomeriggio, quindi ci sarà ancora da seguire dopo quella conversazione».

Sempre in tema finanziario, agli occhi di quasi tutti i media americani, le sanzioni sarebbero scontate, visto che la loro fonte risiederebbe nel Countering America Acversion Through Sanctions Act (CAATSA), che, approvata nel 2017 e già adottata contro Iran, Corea del Nord e Russia, prende di mira i Paesi che acquistano equipaggiamento militare dalle aziende contenute nella blacklist come quelle russe. Ellen Lord, a questo proposito, ha recentemente dichiarato ai giornalisti che «c’è una forte determinazione bipartisan del Congresso degli Stati Uniti a vedere le sanzioni CAATSA imposte alla Turchia». Come la scorsa estate le misure nella disputa sulla detenzione del pastore evangelico Andrew Brunson portarono ad una delle peggiori crisi della lira turca, nuove sanzioni avrebbero ugualmente un effetto nefasto sulla già gravemente disastrata economia turca (in recessione essendo cresciuta del 2,6 nel 2018 rispetto al 7,4 del 2017), ancor più in affanno dopo il licenziamento da parte di Erdogan del Governatore della Banca centrale turca Murat Cetinkaya, sostituito dal più fedele Murat Uysal. E se l’economia arranca, a farne le spese anche i consensi del Presidente, come si è visto alle recenti elezioni comunali di Instanbul. 

«La legge è chiara, e credo che sarà costretto a seguire la legge per quanto riguarda le sanzioni», ha detto il senatore Jack Reed, membro del comitato dei servizi armati del Senato, in un’intervista della BBC. Tuttavia, pur attendendo contromisure economiche da parte americana, Erdogan potrebbe fare affidamento sul suo rapporto personale con Trump per ridurne la portata catastrofica, e le osservazioni del suo omologo statunitense, il 29 giugno a Osaka, potrebbero dargli ragione: in quell’occasione, infatti, Trump aveva adottato un approccio positivo nei confronti del Presidente turco, giustificando l’acquisto con l’accusa rivolta all’amministrazione Obama di aver impedito la compravendita fino a quando Ankara ha firmato un accordo con un altro partner. «Non gli è stato permesso dall’amministrazione Obama», «quindi compra gli altri missili e poi all’improvviso, dicono, ‘Bene, ora puoi comprare i nostri missili’. Non puoi fare affari in quel modo. Non va bene» ha sostenuto Trump. 

Belle parole anche se, tutto sommato, la politica della sua Amministrazione è stata sostanzialmente in continuità con quella di Obama: se chi lo ha preceduto chiuse ben presto alla vendita, non volendo, peraltro, rispettare i termini della Turchia sui prezzi e sul trasferimento della tecnologia che avrebbe permesso ad Ankara di costruire la propria difesa aerea, i funzionari di Trump, sembra non essere riuscita a fare di meglio. Ciò nonostante, nell’atmosfera di positività e conciliazione a cui si è assistito ad Osaka, volendo preservare le relazioni tra i due Paesi, in virtù dell’autorità di esenzione sulle sanzioni statunitensi per l’acquisto di armi russe affidatogli dal Congresso, Trump potrebbe decidere di evitare lo strumento delle sanzioni, o, quantomeno, di adottare delle misure piuttosto blande. Ma non è detto che trovi concorde il Parlamento, tanto la Camera quanto il Senato. Ciò detto, è comunque assegnato alla Casa Bianca il compito di scegliere, in un elenco di circa dodici alternative, almeno cinque opzioni tra cui sanzioni economiche contro alcune aziende o contro singoli individui, revoca dei visti e il divieto di tutti gli appalti turchi di attrezzature di difesa degli Stati Uniti. La legislazione consente quindi al Presidente di ritardare le sanzioni, a condizione che certifichi al Congresso ogni 180 giorni che la Turchia sta «riducendo sostanzialmente» i suoi rapporti con Mosca. 

La porta potrebbe essere ancora aperta considerato anche che il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha dichiarato oggi in una conferenza stampa che la Turchia «sta ancora negoziando» per l’ottenimento del sistema di difesa missilistico di produzione USA Patriot. «Se gli americani ci vendono i Patriot prendiamo anche quelli, altrimenti compreremo altre batterie S-400», aveva detto qualche mese fa il Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. Ma il venir meno del veto alla vendita alla Turchia dei Patriot potrebbe, nell’ottica americana, limitare il ‘danno’, ma non certo cancellarlo: l’acquisto turco del sistema S-400 dalla Russia pone una serie di quesiti su dove vuole andare Ankara nel prossimo futuro e, soprattutto, costituisce una prova da superare per la NATO dato che in ballo c’è la sua capacità militare sulla quale è difficile negoziare.

La compravendita, da questo punto di vista, rappresenta un avvertimento per gli Stati Uniti, creando «un problema» di ordine tecnico e politico all’amministrazione americana che ne vede l’ultima prova inconfutabile del fatto che le relazioni tra Turchia e Russia vanno avanti, cosa impensabile alla fine del 2015 quando gli F16 turchi abbatterono un Sukhoi russo. A favorire il riavvicinamento, l’intricata questione siriana, nella quale aveva rivestito un ruolo importante anche l’Iran – sempre più ai ferri corti con gli Stati Uniti per via dell’accordo sul nucleare – e che, invece, aveva trovato in forte disaccordo Ankara e Washington, in particolare nelle diverse operazioni, condotte nel Nord, di contenimento delle Forze democratiche siriane (Sdf) guidate dalle Ypg/Ypj curde, avversate da Erdogan perché considerate vicine al PKK, e sostenute dall’esercito americano, il cui ritiro, millantato in modo roboante da Trump,  è finora rimasto solo un auspicio. 

«Sono stati sottoposti a pressioni senza precedenti, ma hanno comunque dato la priorità alla loro sicurezza nazionale», ha detto con soddisfazione il senatore russo Franz Klintsevich a proposito dell’avvenuta compravendita del sistema di difesa russo da parte turca. La resistenza turca e la sua eventuale esclusione dal programma F35 potrebbero schiudere nuove opportunità alla Russia, pronta a vendere il suo equivalente Sukhoi Su-57, mentre il progetto del Turkish Stream, del valore 11,4 miliardi di euro, per rifornire Ankara e per portare gas russo in Europa procede a gonfie vele così come quello della centrale nucleare di Akkuyu, a Buyukeceli, nella provincia di Mersin, in Turchia meridionale, edificata e gestita dal colosso energetica russa Rosatom, «un investimento di 20 miliardi di dollari», definita dallo stesso Erdogan «importante sia per il futuro della Turchia sia per le relazioni turco-russe». Di proprietà turca per il 49 per cento, dovrebbe occupare oltre diecimila lavoratori per la sua costruzione e oltre tremila per il suo funzionamento. La sua accensione prevista per il 2023 dovrebbe portare all’economia turca tra i 6 e gli 8 miliardi di dollari. 

Difficile dire quale esito potrà avere questa vicenda. Gli Stati Uniti e la NATO potrebbero trovare un accordo con la Turchia circa modalità di impiego e di dispiegamento del sistema di difesa russo appena acquistato. Certo la Russia, come prevedibile, con gli S-400, si avvicina ancor di più alla Turchia,  conficcando una spina (tecnologica e politica) molto appuntita nel fianco della NATO. Ma forse è ancora presto per parlare di alleanza tra Mosca e Ankara la quale sembra, piuttosto, intenta a ricalibrare l’intesa con gli Stati Uniti: molto, con tutta probabilità, dipenderà proprio da cosa farà Washington.

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